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Quell’inutile guerra santa che divide Napoli

By 23 Aprile 2019 Aprile 25th, 2019
Guerra santa napoli

I risultati dei due allenatori non devono essere messi in contrapposizione, ma inquadrati in un percorso di crescita partito con Edy Reja che ha trasformato il Napoli in una squadra di vertice

A Napoli è in atto, da nove mesi, una guerra civile del tifo tra Sarristi (divenuti un movimento filosofico e quasi religioso: Sarrismo e Rivoluzione) e Ancelottiani. Solo in una città così passionale e romantica poteva esserci un non sense del genere, si poteva accogliere con scetticismo quello che è forse, insieme a Guardiola, l’allenatore più forte del mondo, e al contempo minimizzare gli ottimi risultati del mister del Chelsea – terzo posto, finale di Fa Charity Shield persa solo ai rigori per colpa di un giovane portiere, Europa League che può perdere solo lui a questo punto –  solamente perché ha “tradito”.

Ma sul golfo ci si è divisi su tutti gli ultimi profeti: sì, perché la programmazione, il coraggio e forse persino i limiti di una dirigenza che unica in Italia è stata capace di accantonare riserve per più di 100 milioni di euro, non fare debiti con le banche e rimanere ad altissimi livelli – negli ultimi cinque anni solo la Juventus ha fatto più punti in campionato, arriverà a 10 stagioni consecutive in Europa – hanno sempre drogato le aspettative: si è sempre andati oltre le proprie possibilità e forze, e a un certo punto ciò è divenuto consuetudine e quindi scontato.

Eppure la soluzione è semplice: non bisogna mettere contro Maurizio e Carlo, non serve lo storytelling della contrapposizione tra il capopopolo (e un po’ populista) e il potente (e un po’ paraculo), tra l’uomo con la schiena dritta che non ha paura di fare la rivoluzione e viene celebrato dal vincitore di X Factor Anastasio – ma poi perde “lo scudetto in albergo” e non ha il coraggio né di andarselo a riprendere né di denunciare esplicitamente e duramente, alla Zeman, il sistema Italia – e il vincente che molti sono convinti sia venuto a svernare in uno dei luoghi più belli del mondo.

Uno accusato di essersi imborghesito e che contro la Juventus, per dire, si scaglia con più ferocia e coraggio del predecessore.

Sono diversi, è vero, come il 4-3-3 frenetico e ossessivo del toscano e il 4-4-2 più essenziale e compassato dell’emiliano, come l’ossessione per il giocare di prima con una ragnatela di passaggi infallibile di chi ha fatto 91 punti l’anno scorso e la volontà di verticalizzare e puntare di più sul talento individuale di chi quest’anno è andato a pochi centimetri dall’eliminare in Champions la finalista del 2018 e la semifinalista del 2019.

Non ha senso metterli contro, perché sono parte di un progetto, perché entrambi hanno scelto, anzi determinato il proprio destino, perché il Napoli è grande grazie a entrambi. E a Reja, Mazzarri e Benitez. Aurelio De Laurentiis, che è imprenditore brillante, lungimirante e profondo conoscitore di uomini semplicemente non può – e non solo non vuole – fare il passo più lungo della gamba. Nel calcio come nel cinema – dove, va detto, non si è trovato una Juventus prevaricante e “monopolistica”, sebbene Hollywood non scherzi – ha voluto sempre aprire cicli con i suoi allenatori, cercando, così come con i direttori sportivi, sempre il respiro di un lungo rapporto.

Così Reja è rimasto cinque anni, Mazzarri quattro, Benitez due (ma per poi andare al Real) e Sarri tre. Andandonese, gli ultimi tre, per scelta propria, non per esonero. Una rarità in un campionato in cui le altre, bianconeri esclusi, cambiano guida tecnica ogni anno e raramente arrivano a due.

Reja fu la rinascita, il pragmatismo d’epoca al servizio di una risalita dura e coraggiosa, aiutata da un Marino che azzeccò una campagna acquisti e mezza e fu sufficiente. Ci portò in A e a ridosso delle grandi con un calcio d’altri tempi, un 3-5-2 difensivista ma con intuizioni d’attacco niente male, un progetto che contribuì a mettere a frutto in positivo i nobili equivoci tattici Hamsik e Lavezzi.

Dopo la parentesi Donadoni, ecco Mazzarri, una scelta coerente con Edy, ma più moderna: Walter è uno che ha fallito solo nella Milano nerazzurra (ma andate a vedere a che punto della classifica lasciò e lì tranne Mourinho han fallito tutti) e che ha nell’ossessione dell’impegno, della tattica speculativa sull’avversario, del contropiede che è vera ripartenza veloce (Napoli-Siena, semifinale della Coppa Italia che poi vinse: Hamsik, Lavezzi e Cavani con tre passaggi arrivano da porta a porta in una dozzina di secondi), dell’organizzazione difensiva a ridosso della propria porta le colonne del suo credo.

Nessuno, come lui, ha valorizzato rosa e risorse, ottenuto risultati, sbugiardato fatturati. Piaceva a pochi, per il caratteraccio, una scarsa attitudine alla bellezza del gioco e le scaramanzie, ma ha vinto con un quarto del monte ingaggi attuale e facendo sì che con lui buoni giocatori diventassero campioni che hanno portato 120 milioni di euro nella casse societarie (Lavezzi, Hamsik e Cavani).

Arrivò a un passo dai quarti di una Champions difficilissima, sconfitto solo ai supplementari dai campioni. Alla sua partenza era inevitabile l’arrivo di un grande nome: Rafa Benitez, vincitore della Champions che vide proprio Ancelotti recuperato in pochi minuti dal 3-0 al 3-3 e poi sconfitto ai rigori, che portò la consapevolezza intellettuale, prima che sportiva, di essere una capitale. Con lui arrivarono giocatori dal Real, dal Psv, dal Liverpool, con lui si comprerà Gonzalo Higuain.

Quella campagna acquisti del 2013 non si ripeterà più e non a caso ancora oggi rappresenta l’anima del gruppo. Solo due anni, ma due trofei, una Champions giocata alla grande (quella dell’eliminazione a 12 punti) e il ritorno sulla mappa dei grandi coach e dei campioni, degli albi d’oro e dei giornali stranieri. Doveva rimanere di più Rafa, ma un giorno ci spiegheranno cosa successe durante l’estate di David Lopez, De Guzman e Michu.

Arriva Maurizio Sarri: sembra un ridimensionamento, ma non va via nessuno. Senza la Champions il presidente resiste e dà una Ferrari in mano a un neopatentato venuto da Empoli, a un esperto Leclerc che del predecessore imita al massimo la stazza, che mette la tuta e non la giacca e in Europa ci è andato spesso, è vero, ma come dirigente di banca.

Dopo un inizio stentato, nasce l’Ajax italiano, a Napoli rivedono gli azzurri di Vinicio, un calcio fatto di poesia e ossessione, di sogno e lavoro. Tanto da non sentire neanche il peso dell’addio del Pipita e di sfiorare uno scudetto con una rosa che subisce gli infortuni di Ghoulam e Milik e ha giocatori medi (Jorginho, Hjsay e Mario Rui) che diventano imprescindibili e altri ottimi, Koulibaly e Martens, che diventano campioni.

Maurizio seppe parlare ai manovali del pallone e a chi aveva giocato negli stadi più prestigiosi e fece paura a tutti. Non vincendo nulla, però, proprio come il Napoli di Vinicio. Se ne andò convinto che tutto sarebbe crollato, non provando ad aprire un altro ciclo, se ne andò perché come Higuain a Udine, capì tra Milano e Firenze che era troppo vecchio per lottare ancora con le storture del calcio italiano. Ma le rivoluzioni si fanno con le utopie, non piegando la testa di fronte alle sconfitte ingiuste.

Ancelotti è l’apice del progetto Napoli. Non è solo la naturale alternanza emergente-affermato già vissuta con Mazzarri e Benitez, è l’arrivo di un top coach in una realtà che grazie ai quattro allenatori citati ha fatto il salto di qualità, sempre a ridosso delle prime 10 nel ranking Uefa nonostante sorteggi infami, arbitraggi ridicoli (Napoli-Dnipro: il Napoli in Europa conta così poco che pur facendo parte del board dell’Eca sembra rimarrà fuori dalla Super League europea) e allenatori che erano allergici alle competizioni continentali (Mazzarri e Sarri, anche se i loro ottavi di CL, per motivi diversi, verranno ricordati per sempre).

E pazienza se Carletto – che è rivoluzionario come e più del buon Maurizio, perché se è vero che ha vinto ovunque e affronta tutto col sorriso, è un duro forgiato dalle origini contadine – si è trovato uno stadio non all’altezza, una campagna acquisti che forse sperava con un guizzo in più.

Il Napoli di Ancelotti non è – e non sarà, se rimarrà almeno fino al compimento del suo contratto – l’alternativa a quello di Sarri, ne è il completamento. Come esperienza internazionale, come crescita tecnica dei singoli, come valorizzazione e allargamento della rosa, come duttilità, che sfrutterà ciò che è stato seminato finora.

Chi giudica un fallimento la prima stagione del tecnico di Reggiolo, si rifiuta di analizzare una stagione particolare e complicata, di guardare i miglioramenti e i margini di miglioramento. Carlo non è meglio o peggio di Maurizio, questa guerra santa non ha senso. Carlo non sarebbe arrivato senza Maurizio, semplicemente, e se Ancelotti vincerà  lo dovrà anche (e parecchio) a Maurizio.

Ma siccome va di moda, in questi giorni, dare del bollito all’attuale inquilino di Castelvolturno (come di dare del fallito a Sarri quando a Londra è stato in crisi e sul golfo si viveva di rimonte e grandi notte europee), proviamo a guardare alle argomentazioni per cui lo sarebbe: i punti, il gioco, il modulo, la forma fisica, l’assenza di vittorie, la mentalità.

I punti: i famosi 91 di Sarri, il più alto punteggio della serie A per una seconda classificata. Irripetibili, per diversi motivi. L’anno scorso c’erano solo due squadre, che hanno vinto quasi sempre e perso qualche punto a Milano e con pochi altri: nemmeno nelle peggiori annate in Spagna o in Francia abbiamo visto una tale arrendevolezza nelle restanti compagini. I distacchi chilometrici delle due battistrada dal resto del campionato ci dicono che quel punteggio è dopato anche dalla mediocrità altrui, in parte sanata quest’anno da una serie A sempre poco allenante ma leggermente riequilibrata dal parziale e zoppicante ritorno delle milanesi.

Peraltro l’unico paragone sensato, sui punti, tra Sarri e Ancelotti, va fatto sui rispettivi primi anni (valutando però che Maurizio aveva una squadra più giovane e più forte e senza un’avversaria con Cristiano Ronaldo in rosa): fino a che la lotta scudetto è stata vagamente aperta, i due viaggiavano sugli stessi ritmi.


Il gioco: insuperabile, quello del toscano. Gerardo Marino con i suoi video geniali (Super Sarri Bros) ci svelò il perché ci affascinasse tanto, si aveva l’impressione di stare dalla parte giusta di un videogioco. Al contempo quello più speculativo, lento, verticalizzante di Carletto ci ha permesso di apprezzare tecnicamente le individualità (soprattutto delle cosiddette riserve, ma anche di Ruiz, Allan, nella prima parte di stagione straordinario, Milik e Koulibaly, molto più libero che in passato). Ai guardiolisti farà storcere il naso, ma contro Psg e Liverpool si sono viste due partite che nessuna italiana fa in Europa, neanche la Vecchia e Vincente Signora.

Il modulo: paradossalmente un punto debole di entrambi. Coperta di Linus irrinunciabile, seppur trovata per via, il 4-3-3 di Sarri (era partito col 4-3-1-2 che quasi gli costò l’esonero) con titolatissimi che si portava anche in vacanza, così come il 4-4-2 di Ancelotti, in cui i laterali di attacco sono costretti (così come con Benitez) a incastrarsi in un ruolo a metà campo duro da gestire: di meglio c’è l’alternanza degli effettivi dell’attuale tecnico e quel Maksimovic terzino destro che potrebbe essere la chiave di cambiamenti futuri, con una difesa a tre mascherata.

La forma fisica: il Napoli, da anni, molla alla fine. Con qualche piccola eccezione (il secondo anno di Sarri, forse il più bello e il meno fortunato), il primo di Benitez, ma lì c’era una spensieratezza, nel primo caso, e una finale di coppa Italia nel secondo, che hanno aiutato. Verrebbe da dire che sono cali fisiologici in squadre che si allenano e si costruiscono rispettando la salute dei propri tesserati e che non hanno una rosa infinita, ma faremo finta di niente.

guerra santa napoli
L’assenza di vittorie: li accomuna. Un paio di turni di coppa europea in più non bastano a far prevalere la bilancia per l’allenatore in carica e, anzi, quel Milan-Napoli di Coppa Italia è l’unico vero campanello d’allarme di questa stagione.

La mentalità: è forse il virus del Napoli di De Laurentiis, che ha attraversato tutti i suoi cicli. E, anzi, forse quello che ne aveva di più era quello di Mazzarri, il meno europeo degli allenatori ma forse quello caratterialmente più forte e aiutato dalla presenza di Cavani, un cannibale come il Napoli mai ne ha avuti. Se l’Inter di Mourinho ha vinto il triplete con i gol di Milito e le parabole di Sneijder, lo ha fatto grazie alla personalità di Samuel, Cambiasso, Eto’o e Materazzi (i giocatori danno il carattere, gli allenatori al massimo lo alimentano).

Il deficit di mentalità è un po’ come quello fisico: continuano a comprare, a Napoli, giocatori diversamente alti (anche se Meret e Ruiz, con il loro metro e novanta, hanno invertito la dipendenza) così come quelli poco “caratteriali”. Il campione più forte che abbia giocato al San Paolo negli ultimi anni è uno dei più fragili della storia del calcio, Gonzalo Higuain. E non è un caso, così come il fatto che i partenopei abbiano fallito tutte le partite più importanti di questa stagione, non tanto nel risultato quanto nell’atteggiamento e nell’approccio: Liverpool, Arsenal, Milan, Inter. Ai bivi, sono andati su binari morti.

Ed è qui che si gioca la grande sfida di Carlo Ancelotti, quello che potrà farlo diventare Rinus Michels, Niels Liedholm, Brian Clough, José Mourinho, uno more than team, un allenatore da mito, oppure rimanere uno stimato big capace solo di gestire grandi squadre e vincere con loro.
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Quest’anno l’ex di Chelsea, Psg, Bayern e Real Madrid ha allenato una squadra non sua, con una campagna acquisti di prospettiva ma che ha avuto solo in Ruiz una sua scelta precisa, prendendosi in carico un gruppo talmente tanto esausto fisicamente e moralmente, orfano di un padre e di un gioco, da aver spinto il proprio vate, la loro guida a scappare a gambe levate. Facendogli dire «non so chi resterà e se potremo fare meglio».

Carlo li ha fatti restare tutti e arriverà secondo come Maurizio ed è andato più avanti in Europa. Ma sarà quest’estate a dirci se Ancelotti vincerà la sfida: se il calciomercato andrà come vorrà lui, se davvero la carta bianca che dice di aver ricevuto dal suo presidente verrà scritta e firmata da lui, se costruirà finalmente un gruppo a sua immagine e somiglianza, se rivoluzione, rifondazione e apertura di un nuovo ciclo sarà, allora sì sarà il migliore. Non contro chi l’ha preceduto, ma anche per merito loro.

Foto: LaPresse.

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