Feed

L’Iraq sotto le bombe che vinse la Coppa d’Asia 2007

By 29 Luglio 2020

Immaginiamo che nel 1992 la Jugoslavia si presenti ai Campionati Europei. E che li vinca, a dispetto della guerra nei Balcani. Sarebbe un’improvvisa visione ucronica, impraticabile nella realtà. Eppure una storia simile esiste. Quella dell’Iraq campione d’Asia. La vicenda di un gruppo guidato da un tecnico brasiliano, che la sera del 29 luglio 2007 sconfigge la favorita Arabia Saudita. Almeno per una notte è sotto scacco internazionale la politica del presidente americano Bush. Il tutto sullo sfondo di un conflitto etnico particolarmente drammatico. Come nel caso della Jugoslavia, per l’appunto.

Jorvan Vieira è un uomo complesso. Non ama imprese facili e guadagni a buon mercato. Fa ciò che sente e che lo stimola. Quando accetta il ruolo di Commissario Tecnico dell’Iraq sa bene cosa lo aspetta. Far giocare con dignità la squadra alla Asian Cup 2007 è onere sottopagato che non tutti assumerebbero.

Dal 2003 l’Iraq vive sotto il peso degli attacchi di una coalizione internazionale guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna. Le città sono teatro di incursioni aeree che ogni giorno mietono morti tra la popolazione civile, il Paese è una polveriera anche per questioni etniche, religiose e tribali. Il regime di Saddam Hussein aveva garantito preminenza alla minoranza araba sunnita, pari a un quarto della popolazione irachena, a danno di sciiti e curdi. Alla morte del dittatore nel dicembre 2006 la pace è ancora una chimera, anzi il conflitto assume una escalation che sembra non aver fine.

La polizia irachena festeggia la vittoria della Nazionale nella Coppa d’Asia 2007 (Photo by Saad Serhan /Getty Images)

La Federazione irachena vuole un allenatore disposto a gestire la squadra, malgrado il momento. Serve persona ferma e diplomatica, se possibile uno straniero non coinvolto in questioni etniche. Alla fine la scelta cade su Jorvan Vieira, brasiliano di fede islamica. La persona è ferma, non molto diplomatica ma è l’unico che accetta la sfida.

Primavera del 2007, nel Paese c’è la guerra e Vieira sta per combattere la sua. O meglio, le sue. La prima è con i giocatori: bisogna creare coesione, mai distinguere l’amico dal nemico, il simile dal diverso. Si è tutti nella stessa cosa e per la stessa cosa. L’altra guerra è con i dirigenti. Loro vorrebbero una figura malleabile e invece trovano una persona educata ma mai disposta a cedere. Vieira vuole valorizzare il materiale a disposizione ma non intende snaturare le sue idee o applicare favoritismi etnico-politici. Giocheranno i migliori, i più disposti al sacrificio. I bookmaker non danno fiducia a una squadra assemblata all’ultimo momento e che appare in ritardo di preparazione. L’Asian Cup 2007 si svolge in 4 Paesi differenti: Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam. L’Iraq figura nel girone A, quello “thailandese”. Oltre alla squadra di casa, affronterà l’Oman e la lanciatissima Australia.

(Photo by Saad Serhan /Getty Images)

Max Civili è un giornalista italo-australiano che nel 2007 seguì l’Asian Cup per la radiotelevisione australiana SBS. Oggi è corrispondente a Roma per un broadcaster satellitare iraniano ma non ha mai dimenticato l’esperienza a contatto con Jorvan Vieira in un contesto particolarmente difficile:

«Il tecnico aveva quasi tutta l’opinione pubblica contro. La stampa (irachena) non gli perdonava nulla, le press conference si trasformavano in poligoni di tiro. L’abilità di Vieira è stata quella di mantenere la calma. Ha creato un nucleo forte potendo contare sui giocatori più dotati, in particolare Younis Mahmoud, attaccante fortissimo ma talento anarchico, e Nashat Akram, signore del centrocampo. Poi i risultati cominciarono ad arrivare»

(Photo by John Moore/Getty Images)

Contro i pronostici di partenza, l’Iraq supera il girone finendo al primo posto. Pareggi, con Thailandia e Oman, vittoria per 3-1 con l’Australia di Viduka e Kewell. In patria il risultato viene accolto con favore, tuttavia tengono banco le notizie belliche. A qualcuno il passaggio del turno sembra più un regalo della sorte che merito del tecnico. Eppure, intorno a lui si sta cementando il gruppo.

«Vieira – prosegue Civili – aveva un’idea molto chiara: togliere la guerra dalla testa dei ragazzi. Concetto che ripeteva alla squadra e anche a noi giornalisti. Solo sgombrando la mente dagli orrori quotidiani e mettendo da parte le proprie idee, si poteva fare il bene della squadra e, in fondo, del Paese. Anche perché, dopo il primo turno scattò il meccanismo dell’eliminazione diretta. Serviva la massima concentrazione».

Un po’ di buona sorte non guasta. Ai quarti l’Iraq affronta il Vietnam, mentre Iran e Corea del Sud, date tra le favorite a inizio torneo, devono scontrarsi fra di loro. Altrettanto avviene fra l’Australia e i campioni in carica del Giappone. L’ultimo quarto vede di fronte Arabia Saudita e il sorprendente Uzbekistan, che aveva sconfitto in modo perentorio l’Iraq durante una partita pre-Asian Cup.

(Photo by Koji Watanabe/Getty Images)

È di nuovo Max Civili a ricordare cosa era avvenuto qualche tempo prima e cosa cambia all’improvviso:

«L’Uzbekistan era squadra solida, concreta. L’Iraq l’aveva affrontato durante un test match qualche giorno prima dell’Asian Cup. 2-0 per gli uzbeki, la peggior partita sotto la gestione Vieira. Ma poi avvenne qualcosa, Vieira parlò chiaro a tutti. Giocando in modo così svogliato, squadra e Paese intero sarebbero stati esposti a una figuraccia internazionale. Con parole secche, definitive ma in fondo rassicuranti, il CT fece sentire ogni giocatore al centro del progetto, anche le riserve».

Younis Mahmoud è un grande attaccante, chiamato non a caso “il Pelé iracheno”. Classe 1983, poteva essere un ottimo cestista, ha scelto il calcio. Con una sua doppietta il Vietnam è eliminato. Nashat Akram è l’ispiratore di tutte le azioni. Quando girano loro, la squadra va. Si aprono un po’ a sorpresa le porte delle semifinali. La Corea del Sud supera ai rigori l’Iran, il Giappone piega l’Australia sempre ai rigori, mentre l’Arabia Saudita, tra le più serie pretendenti al titolo, si libera con fatica proprio dell’Uzbekistan.

(Photo by Koji Watanabe/Getty Images)

Per Vieira e per la Nazionale che guida sono tutte buone notizie: gli odiati rivali (non solo calcistici) iraniani e l’Australia sono usciti di scena. Per un momento, a Baghdad non si spara per uccidersi ma solo al cielo per celebrare uno dei pochi momenti di felicità collettiva. I raid americani e la guerra interna non sono certo terminati, ma è giusto vivere l’istante di un sorriso.

In ogni caso il successivo avversario è la tenacissima Corea del Sud. Vieira e i suoi si spostano a Kuala Lumpur, Malesia. Appuntamento a mercoledì 25 luglio, al Bukit Jalil National Stadium. Se anche l’avventura irachena finisse quel pomeriggio, Jorvan Vieira avrebbe fatto il proprio dovere. Via ogni alibi, basta con individualismo e sospetti reciproci. Una squadra di gente che si guardava in cagnesco, ora ha comunque un’identità. E forse non soltanto calcistica.

Come l’Uzbekistan, la Corea del Sud aveva battuto l’Iraq in un test match e anche in quel caso la formazione di Jorvan Vieira era apparsa stanca, priva di stimoli. Ma a distanza di un mese il 3-0 subìto è solo un ricordo. Li chiamano i Leoni di Mesopotamia, in campo si presenta una squadra rapida, concreta, efficace. Solo con certe caratteristiche si può affrontare un’avversaria con buona tecnica e grande ritmo.

(Photo by Koji Watanabe/Getty Images)

Nemmeno al termine dei supplementari il risultato si è sbloccato, si va ai rigori. Il tecnico guarda i ragazzi, ci parla e sceglie chi tirerà dagli 11 metri. «Dai ragazzi, ce la faremo, Inshallah». E così va. I Leoni segnano 4 volte, i coreani 3 e non serve l’ultima esecuzione. Un tecnico e il suo staff, 11 giocatori con riserve, un intero Paese. La gioia è contagiosa, l’ultima formazione che ci si sarebbe aspettati si giocherà la finale di domenica 29. Un attentato jihadista funesta i festeggiamenti, morti e centinaia di feriti. La squadra decide di giocare e vincere anche per chi ha perso la vita in quel modo. L’avversaria sarà l’Arabia Saudita, che ha appena piegato il Giappone per 3-2.

Domenica 29 luglio 2007, il momento è arrivato. Jorvan Vieira ha tolto la guerra dalla testa della squadra, ha istillato il senso della battaglia. Gli avversari sono più forti e più accreditati ma quella sera ogni differenza è appiattita. È ancora una volta il giornalista Max Civili a raccontare l’esito:

«Partita prudente, non bella ma gradevole. Tutti in sala stampa erano convinti che avrebbe vinto facile l’Arabia Saudita, ma l’Iraq diede prova di grande compattezza. Corsa, raddoppi di marcatura, ognuno pronto ad aiutare il compagno. Senza nemmeno concedere troppo campo all’avversaria. Poi a un quarto d’ora dalla fine, la svolta. Corner per i Leoni, sul cross il portiere saudita esce male e Younis produce uno di quei terzi tempi che si concedeva anche quando giocava a basket. Il colpo di testa è perfetto e per la difesa non c’è nulla da fare. Gesto atletico splendido».

(Photo by Koji Watanabe/Getty Images)

Vieira rimane quasi paralizzato dalla gioia. È il gol che decide l’Asian Cup 2007. Per una notte quel successo toglie la guerra dal cuore di milioni di connazionali e fa sentire tutti gli iracheni…iracheni. Senza distinzioni. Non era mai successo, non sarebbe successo più. Almeno finora.

Leave a Reply