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Costruire un nuovo sogno

By 26 Luglio 2019
Lisandro Lopez

Con Racing-Unión, stasera, riparte la Superliga. E Lisandro Lopez ha ancora fame

Lisandro López è il leader del Racing Club campione d’Argentina in carica, oltre che il suo giocatore più decisivo, ma a questo sembra sempre non dar peso. Si definisce un “jugador del montón”, uno qualunque, e non per falsa modestia, ma sempicemente perché la sua indole lo porta da sempre a svincolarsi dai pesanti artefatti del mondo del calcio.

Non vuole armature addosso, né d’oro né di piombo: quando in un’intervista di qualche mese fagli è stato chiesto cosa provasse ad essere responsabile della felicità dei tifosi, della gente comune, Licha non si è lasciato prendere la mano come molti colleghi dalla retorica da capopopolo. “Sento grande affetto e rispetto dai tifosi del Racing, ma so che nel giro di poco tempo possono darmi del vecchio e implorarmi di ritirarmi, quindi gioco prevalentemente per regalarmi una soddisfazione personale. Poi, se la do anche a loro, molto meglio”.

Lisandro ha scelto di vivere la propria condizione di icona nell’ombra, senza concedersi a tutto ciò che supera il confine del professionismo: poche interviste, ancor meno polemiche o riferimenti alla propria vita personale. La sua leadership, vera e oggettiva, si sviluppa in campo e in tanti piccoli gesti: la settimana dopo la pesante sconfitta contro il River Plate, che oltre a frenare l’entusiasmo di una squadra in testa dalla quarta giornata mostrò in diretta televisiva lo scontro tra il tecnico Eduardo Coudet un Ricardo Centurión nuovamente unchained, giocò e segnò il gol del vantaggio contro il Godoy Cruz. Come esultanza, corse in panchina dall’allenatore e lo abbracciò, confermando a lui e a tutti che il gruppo era unito e andava nella stessa direzione.

Oppure quando dopo il fischio finale di Tigre-Racing, la partita che ha consegnato ufficialmente il titolo all’Academia condannando però i padroni di casa alla retrocessione, si è immediatamente diretto negli spogliatoi, per non rubare la scena al dolore degli sconfitti. I festeggiamenti si sono consumati negli spogliatoi prima e nelle vie di Buenos Aires poi, fino a invadere l’Obelisco: Licha li ha iniziati venti minuti più tardi, dopo essersi concesso un lungo pianto liberatorio, che aveva trattenuto a stento in campo, perché la sua necessità di vincere quel titolo e il suo amore per il Racing partono da molto lontano.

Da ragazzo, Lisandro non riuscì mai a convincere uno scout durante un provino – ne tentò un’infinità, circa una quarantina con tutti i club più importanti d’Argentina – ma dovette aspettare di essere notato da un cazapromesas del Racing durante un torneo, mentre giocava in una selezione di classe ’83 della sua zona. “Non capisco come si possa rendere in mezzo ad altri dieci ragazzi con cui non hai mai giocato e davanti a sconosciuti” dirà.

Lasciò Rafael Obligado, il suo paesino di circa ottocento abitanti a nord di Buenos Aires, e si trasferì in città, alla pensión dell’Academia, il luogo dove i ragazzi delle giovanili si allenano, soggiornano, ma soprattutto interiorizzano il racinguismo. Essere tifosi del Racing significa supportare una delle cinque grandi d’Argentina, il cui mito fonda però prevalentemente sul passato: il record dei sette campionati consecutivi vinti risale all’era amateur, come testimonia il soprannome di Primer Grande.

Dopo il titolo nazionale del 1966 e la Copa Libertadores – l’unica della sua storia – vinta l’anno seguente, l’aura di squadra vincente e implacabile iniziò progressivamente a sfumare, lasciando spazio a un enorme vuoto di vittorie, puntellato da picchi di buio come la retrocessione del 1983 o il fallimento sfiorato nel 1999. Con gli anni, il tifo dell’Academia si legò in maniera ancor più viscerale alla squadra, ma anche a uno spirito sempre più fatalista, accompagnato dalla convinzione che il destino del racinguistafosse diventato quello di soffrire.

La narrativa della sfortuna che si venne a creare intorno al Racing è riassunta bene dalla leggenda, piuttosto conosciuta anche al di fuori dall’Argentina, dei sette gatti neri, che alcuni tifosi dell’Independiente, insieme a una strega, decisero di seppellire sotto il manto erboso del Cilindro mentre la squadra rivale stava giocando a Bogota una partita di Copa Libertadores, per interromperne le continue vittorie. I tifosi più maligni delle squadre rivali considerano quelli del Racing al pari degli specchi rotti, dei gatti neri o del martedì 13 (il loro venerdì 17).

Lisandro López visse il mondo Racing nel 2001, nello scenario apocalittico della crisi che stava mettendo in ginocchio l’Argentina: la squadra del giovane Diego Alberto Milito riuscì a rompere la “maledizione” e tornò a conquistare il campionato dopo 35 anni. «Io, che in vita mia avevo visto soltanto il campo del Sarmiento de Junín, in quel momento mi innamorai del Racing».

L’amore diventò reciproco tra il 2003 e il 2005, quando Licha esplose nel giro di due stagioni diventando capocannoniere. Fu l’inizio di una lunga carriera che lo vide crescere passo dopo passo: prima al Porto, poi al Lione più forte di sempre, senza mai smettere di segnare valanghe di gol. Ai tempi, l’attaccante del PSG Mevlut Erding elogiò la sua rabbia agonistica definendolo il corrispettivo offensivo di Gattuso, ma il suo gioco andava molto oltre il temperamento.

«Non sono mai stato il più rapido della mia squadra, il miglior tiratore o quello più bravo a giocare di testa, però ho sempre cercato di migliorarmi costantemente, ho un’ambizione sportiva gigantesca» disse di sé a La Nación. Proprio in quegli anni iniziò a utilizzare la sua esultanza caratteristica, con il dito indice appoggiato sulla tempia, che tra le righe ci spiega la sua caratteristica più importante: l’intelligenza, la capacità di giocare ogni pallone nel modo in cui aveva pensato di farlo.

Dettaglio dopo dettaglio, perfezionò il proprio calcio fino a meritare un salto di qualità che la sua carriera non riuscì mai a dargli: quando decise di lasciare il Lione per alcune incomprensioni tattiche, la dirigenza rifiutò offerte dalla Juventus e dal Tottenham di Villas Boas, che già lo aveva cercato al Chelsea. Frustrato, pur di partire accettò di trasferirsi in Qatar, all’Al-Gharafa, ma pagò pegno per la decisione forzata perdendo un anno e mezzo della sua carriera. Nel giro di pochi mesi, si era ritrovato letteralmente solo nel deserto.

Nel frattempo, nel 2014, il Racing aveva appena vinto il suo secondo campionato del Nuovo Millennio, grazie al ritorno in squadra di un trascinante Diego Alberto Milito: i pezzi dell’identità racinguista sembravano lentamente rimettersi a posto grazie ai suoi idoli. Anche Licha desiderava tornare al Cilindro: non ci riuscì subito e parte del tifo lo accusò di aver pensato prima ai soldi quando firmò per quattro mesi con il più ricco Internacional.

In realtà Lisandro, che non aveva mai voluto lasciare in mano a un agente i propri interessi, si ritrovò svincolato troppo tardi per poter iniziare trattative con altri club e finì per trasferirsi in Brasile, dove era cercato già da tempo: fu un’esperienza breve e non indimenticabile, ma necessaria a riabituarlo fisicamente a un contesto competitivo. Nel 2016 tornò finalmente al Racing e, l’anno seguente, anche gli ultimi tasselli si incastrarono nella posizione giusta: Diego Milito, ora da dirigente, cambiò volto all’Academia applicando e adattando metodi di lavoro che aveva sperimentato in Italia, scelse giocatori all’altezza del nome del club e diede la squadra in mano a Eduardo Coudet, ex tecnico del Rosario Central di Lo Celso, uno dei migliori allenatori argentini.

Lisandro è stato il capitano, il punto di riferimento dello spogliatoio e il cervello di questa squadra in campo: non lo dimostrano tanto i diciassette gol segnati, quanto ogni suo possesso gestito razionalmente, ogni taglio, ogni scelta azzeccata, ogni volta in cui ha guadagnato un fallo sulla fascia o rifinito un’azione a trenta metri dalla porta.

Se il Racing ruota attorno a Milito, il gruppo ha il suo asse in Lisandro, anche fuori dal campo: «C’è un grande dirigente, c’è un grande allenatore. Abbiamo l’obbligo di vincere il campionato, non ci sono alternative» disse dopo la quarta giornata di Superliga, una delle poche volte in cui la sua leadership si è espressa a parole e non con un gesto. Circa un anno fa, già perfettamente calato nello spirito del nuovo Racing: una squadra che sa di avere i mezzi per lasciare alle spalle gli anni del fatalismo e delle sofferenze per tornare a essere grande, e di cui Lisandro López e la sua silenziosa intelligenza sono l’immagine migliore.

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