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L’Italia ha spinto l’Uruguay sul tetto del mondo

By 25 Ottobre 2020

Nei Mondiali del 1930 l’Uruguay ha vinto i mondiali casalinghi grazie anche al contributo tecnico e organizzativo degli italiani

 

Prima di Parigi, nel 1938, prima ancora di Roma, nel 1934, alcuni calciatori italiani sono saliti sul tetto del mondo, per maglia, stirpe, generazione e discendenza. Il miracolo porta la firma dell’Uruguay, ma con una benefica trasfusione di sangue italico. Nel 1929 la Fifa si riunisce a Barcellona per decidere il luogo deputato ad ospitare il primo campionato del mondo di calcio. Il presidente Jules Rimet trova un accordo condiviso sull’Uruguay, in omaggio alla nazione che ha vinto gli ultimi due tornei olimpici. La Celeste organizza e trionfa.

A sollevare al cielo il trofeo c’è il capitano José Nasazzi, detto “el Mariscal”, il maresciallo, per i compagni di squadra, “el Terrible” per gli avversari. Fuori dal campo non indossa alcuna tuta mimetica e neppure imbraccia un fucile, le sue battaglie le combatte sul terreno di gioco annientando attaccanti dai piedi educati o in vena di qualche prodezza di troppo. Quello di Nasazzi, i cui genitori emigrarono da Esino Lario, nel comasco, fino a Montevideo, per tentare la fortuna e una vita migliore, non è il caso isolato. Sembra quasi di vederla la pellicola mentale che si srotola, con i tanti paisà che attraversano l’oceano. I piroscafi, gli scatoloni di cartone sistemati con lo spago. Bastimenti carichi di un pezzo di vita, di ricordi e di speranze. Immagini sapientemente musicate tanti anni dopo, nel 1954 per l’esattezza, da Dean Martin (di babbo pescarese) con la sua That’s Amore. Nella strofa “When the stars make you drool just like a pasta fazool” c’è davvero un generoso pezzo d’Italia che ha gettato il cuore oltre l’Atlantico. Un balzo di migliaia di chilometri, come quello della famiglia Nasazzi. I discendenti si commuovono quando riguardano il video (restaurato e digitalizzato dalla Fifa) della finale vinta sull’Argentina il 30 luglio di 90 anni fa. Ecco che spunta anche lui, José Nasazzi, che stringe tra le mani la Coppa Rimet e solleva la statuetta raffigurante una vittoria alata più in alto possibile, prima di Combi, di Meazza, di Zoff e di Cannavaro.

L’argentino Enrique Gainzarain (1904-1972) è pressato da Jose Nasazzi (1901-1968) durante la finale del torneo calcistico delle Olimpiadi del 1928, giocata  all’Olympisch Stadion di Amsterdam (Photo by Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

L’Uruguay iridata è davvero l’Italia, prima dell’Italia, a vincere un mondiale. La coppa in qualche maniera ci appartiene oltre qualsiasi banale motivazione campanilistica. “El Mariscal” impartiva gli ordini come sa fare solo un capitano coraggioso, ma con lui, in plancia di comando, c’era un professore di educazione fisica, dal piglio sicuro, ma schivo e timido quando non bazzicava dalle parti di uno stadio di calcio, Alberto Suppicci (di nonni marchigiani). Morì nel 1981 dimenticato da tutti, pagando la modestia che un giorno, molti anni dopo il titolo, gli fece dire, “io commissario tecnico? Macché insegnavo ginnastica a scuola e l’ho fatto anche con i calciatori della nazionale”. Dimenticando che le alchimie tattiche le disegnava lui dopo aver selezionato il miglior undici per la “Banda Oriental”. Una formazione invincibile dove trovava spazio il maestro del tackle Ernesto Mascheroni, con un futuro nell’Inter e le origini di Varese, il fantasista Hector Scarone da Lucca, uno che segnava, prima di Maradona, direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. E poi ancora Peregrino Anselmo, di genitori nativi nel trapanese, che vinse quasi da solo la semifinale contro la Jugoslavia, o Pedro Petrone (Salerno), che nel 1931 abbracciò davvero l’Italia lasciando il segno con la conquista del titolo di capocannoniere (25 gol) nella Fiorentina.

E come se non bastasse ecco un’altra ventata di “sole nostro”. L’Uruguay trionfò sull’Argentina (4-2) nella suggestiva cornice dello stadio Centenario, un’autentica opera architettonica per l’epoca (affascinante anche al giorno d’oggi), edificata a tempo di record in meno di un anno. Concepita dall’architetto Juan Antonio Scasso, anche lui, di origini italiane, di Savona per l’esattezza. Così come Josè Domato, il direttore dei lavori, nato a Benevento. È l’orgoglio italiano che non si ferma davvero più.

One Comment

  • Thalia Masullo ha detto:

    Ah beh quando serve diciamo che sono italiani, quando io però che ho i bisnonni emigrati a Montevideo da Salerno negli stessi anni in cui i genitori di Nasazzi emigrarono nella stessa città; in più che sono nata qua in Italia vengo spesso definita solo come “Uruguayana” e non come “italiana” anche se mi definisco per l’appunto “italo-Uruguayana” cioè sia italiana che Uruguayana. Stessa cosa con mia madre e mia zia che vivono ormai in Italia da più di 30 anni.

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