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Liverani è un’eccezione

By 21 Febbraio 2020
Fabio Liverani

Il suo Lecce oggi è una delle realtà più interessanti di questa Serie A, nonostante l’inizio di stagione sia stato preoccupante. Breve storia di un allenatore che ha imparato ad aspettare e che vive la professione senza ossessioni

Fabio Liverani ha imparato a riconoscere il vento, come tutti i salentini. Quando soffia la tramontana, a Lecce, la gente sa che l’Adriatico della costa nord tenderà ad essere mosso, mentre il Mar Ionio sarà quasi certamente calmo. I venti di scirocco invece soffiano caldi da sud e agitano il versante Ionico, trasformando il mare dell’Adriatico in una tavola. Poter scegliere la costa è una prerogativa che solo poche terre hanno a disposizione e Liverani, che a Lecce ha trovato casa, lo sa.

Forse è proprio imparando a riconoscere e ad ascoltare il vento che Liverani ha costruito la sua piccola grande impresa. Quella che, comunque andrà a finire lo consacrerà, dopo le due promozioni di fila e la panchina d’argento (miglior allenatore della B) come una delle novità più interessanti di questa Serie A. E a chi gli chiede se gli dà fastidio che si parli soprattutto di Gasperini e del suo allievo Juric, lui risponde serenamente che non è un problema, che la cosa più importante è imparare a saper aspettare. Un po’ come quando giocava e aspettava il movimento giusto di un compagno o il taglio di Paolo Di Canio per il filtrante vincente, senza andare a cento all’ora, ma sempre con i giri giusti.

Fabio Liverani

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Andate e ritorni
Quando alla prima giornata il Lecce si presentò a San Siro, per affrontare l’Inter di Conte, in molti non conoscevano nemmeno un titolare giallorosso. A stento ricordavano che Fabio Liverani era stato un buonissimo centrocampista – il classico allenatore in campo – nel Perugia di Serse Cosmi e nella prima, e modestissima a pensarci oggi, Lazio di Lotito. Dopo un quarto d’ora giocato alla pari e con grande personalità arrivarono i quattro gol, qualche accusa di presunzione e la consapevolezza, errata, che quella del Lecce e di Liverani in Serie A sarebbe stata un’avventura più breve del previsto. Ma un buon allenatore sa riconoscere il vento, che nel volgere di un girone cambia.
Prima giornata di ritorno: i giallorossi vengono da quattro sconfitte consecutive, il campionato che fino a quel punto è stato abbastanza tranquillo, si è complicato, l’allenatore non è in bilico solo perché la società ha chiarito più volte che Liverani non è né sarà mai in discussione. Al Via del Mare, contro l’Inter, il Lecce gioca una partita completamente diversa da quella sconsideratamente arrembante dell’andata. Stavolta non concede spazi ai centrocampisti, aggredisce alto sui tre centrali difensivi impedendogli di impostare il gioco e non si scompone nemmeno quando va in svantaggio, fino a trovare il meritato gol del pareggio con Mancosu. Alcuni giocatori vanno oltre le proprie possibilità, costringendo lo stesso allenatore a sorprendersi e soffermarsi sui singoli: «Oggi Petriccione ha giocato la miglior partita della sua vita».

Il panino di fronte al mare
Per preparare la partita con l’Inter, così come accade spesso prima delle gare importanti, comprese quelle che hanno permesso al Lecce di vincere tornare in A, Fabio Liverani è andato a San Foca. In città raccontano che lui e i suoi collaboratori si siedono lì, attorno ad un tavolino di fronte al mare, a mangiare un panino, tutte le volte che la tensione sale. Un modo per stemperare e sentirsi parte di una comunità barocca, ma dai gusti ancora semplici. Ed è così anche il Lecce di Liverani, che sa essere barocco come una giocata di Pippo Falco, a volte rimproverato di manierismo dal suo stesso allenatore, ma anche molto diretto come un inserimento di Mancosu o una sovrapposizione di Calderoni, un ragazzo che ha sempre giocato in B e che quest’anno si è preso anche la soddisfazione di segnare a San Siro all’ultimo minuto.

Costruire fino al 2022
Saper aspettare vuole dire anche saper costruire. Guardando la classifica della Serie A emerge che il Lecce è una delle poche squadre della parte destra della classifica a non aver cambiato – né messo in discussione – il proprio allenatore. E, a scanso di equivoci, è bene ricordare che Liverani ha un contratto con i salentini fino al 2022. Contratto che è stato firmato l’anno scorso, in Serie B, quando l’idea di salire in A nel giro di una sola stagione era poco più che una suggestiva ipotesi.
Basti pensare a Leonardo Semplici che ha compiuto un’impresa molto simile ma è stato scaricato dal patron della Spal con un «io sarei corso prima ai ripari, ma avevamo un debito di riconoscenza».
Quella di Liverani è una magnifica eccezione. E se da un lato c’è una società che ha fiducia nel proprio allenatore e con lui vuole costruire il futuro, partendo dallo stadio e dal settore giovanile, prima ancora che dalla difesa a tutti i costi della categoria, dall’altro c’è un allenatore che non sembra troppo interessato a bruciare le tappe e ad ammiccare ad altre squadre. Come se Liverani sapesse, e anche a Lecce lo sanno, che questa cosa prima o poi accadrà comunque. E che quello, semmai, sarà il momento giusto.

Fabio Liverani

(Grazia Neri/ALLSPORT)

Sapersi accontentare
Il calcio, e nello specifico il mestiere degli allenatori, è intriso della narrazione del “non accontentarsi mai”. Allenatori che guardano i video fino a tarda notte, dettagli su dettagli, sorrisi sempre tirati perché la squadra “ha vinto, ma dobbiamo imparare meglio a gestire i momenti della gara”. In questo contesto Liverani rappresenta una ventata di aria nuova. Un allenatore che sceglie di portare il figlio in panchina nelle due partite che regalano al Lecce le promozioni, che riconosce che i suoi giocatori, prima ancora di lui, stanno compiendo un miracolo.
E certo, a Lecce deve essere più semplice, ma per capire meglio l’uomo bisogna tornare indietro all’inizio degli anni ’70 quando la madre di Fabio Liverani, figlia di un ministro del governo somalo, fugge dalla guerra e approda a Roma, dove conoscerà il papà dell’attuale allenatore del Lecce.

Uomini giusti e uomini sbagliati
Una vita con un incipit da romanzo che porta Liverani a sbilanciarsi anche sulla scena politica attuale, a prendere una posizione chiara. Non italiani vs immigrati, ma – parole sue – uomini giusti e uomini sbagliati: «Fondamentale è che la politica stabilisca regole chiare e che chi sbarca da terre lontane si attenga a queste regole».
Dei grandi allenatori del passato giallorosso Liverani si avvicina a Carlo Mazzone, forse il più amato da queste parti, per la capacità di far coesistere i giocatori di talento (non solo Baggio e Guardiola, in Salento Mazzone allenò Moriero, Barbas e Pasculli) con i Petriccione e i gemelli Filippini di turno.
Ma da Lecce sono passati anche Eugenio Fascetti, Ventura, il secondo Zeman e soprattutto Serse Cosmi, che di Liverani è stato allenatore e mentore nel momento più difficile della carriera da calciatore. Quando poteva restare un discreto giocatore di Serie C o trasformarsi all’improvviso in un centrocampista di qualità in Serie A.

Fabio Liverani

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Corsi, ricorsi e ambizioni
Sono strani i corsi e ricorsi storici, perché proprio Cosmi a Lecce ha vissuto una sorta di sliding door allenando anche campioni come Cuadrado e Muriel. Sembrava che a Lecce avesse ritrovato un nuovo impulso per la sua carriera, poi arrivò la sentenza del giudice sportivo per quel derby vinto a Bari 2 a 0 con autogol di Masiello e da lì le stagioni di inferno in C. Inferno finito soltanto grazie a Fabio Liverani, uomo intelligente e semplice, ambizioso al punto giusto: «Non ho mai litigato con un presidente per 10 mila euro – ha dichiarato al Corriere dello Sport – in più o in meno di ingaggio. Ciò che conta è non snaturarsi e apprezzare quel che si ha. Come il Lecce, senza tuttavia mai sentirsi arrivati». Con la voglia di approdare, un giorno, in una grande squadra. Ma senza l’ossessione di bruciare le tappe e imparando ad ascoltare quel vento che in Salento è sempre foriero di buoni consigli.

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