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Lo spazio secondo Mario Pasalic

By 12 Agosto 2020

Appena arrivato all’Atalanta sembrava un giocatore all’ultima chiamata. Con il tempo, invece, è diventato imprescindibile per Gasperini

Se dovessimo memorizzare su Google Maps gli spostamenti di Mario Pasalic, tramite la sua vita privata e professionale, troveremmo tanti segnaposto che, uniti tra loro, disegnerebbero una stella asimmetrica, emblema di una società mobile, globalizzata, in movimento: europea – una concezione messa in crisi solo dal Covid-19 e che potrebbe condizionare il mercato futuro del calcio. Analogamente, poi, se analizzassimo una qualsiasi heatmap di una partita giocata da Pasalic faremmo fatica a individuare un’area calda: potremmo decretare una preferenza per la zona centrale su quella perimetrale, ma sarebbe difficile localizzarne successivamente un fuoco. Possiamo allora giungere alla conclusione che la vita e lo stile di gioco di Mario Pasalic sono la stessa cosa e coincidono in una dimensione: lo spazio.

In questo continuo spostarsi – ha giocato già in 6 squadre e 5 nazioni, senza mai debuttare con il Chelsea che ha detenuto il suo cartellino dal 2014 fino a qualche mese fa – Pasalic ha arricchito il proprio bagaglio di esperienza con tecnici e metodi di allenamento differenti, principi di gioco opposti, lingue e culture apparentemente lontane tra loro. In campo, come al solito, ha spaziato: mezzala, mediano, trequartista, seconda punta, ala tattica, addirittura difensore centrale.

 (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Negli anni erano cambiati i compiti – le statistiche dei gol e degli assist costanti – ma il minutaggio prima di giungere a Bergamo era calato progressivamente. La duttilità, infatti, era diventata per Pasalic una discriminante nella prospettiva di crescita anziché un pregio. In Nazionale alle spalle di Modric e Rakitic si sono affermati Brozovic e Kovacic (con Badelj a fare da chioccia), mentre i ruoli offensivi accanto a Mandzukic e Perisic sono stati occupati dalla maggiore attitudine al gol di Pjaca e Rebic; analogamente, il Chelsea non gli ha mai concesso fiducia e ha cercato di monetizzare mandandolo in prestito con diritto di riscatto.

Quando Pasalic è approdato all’Atalanta nel luglio del 2018 è sembrato un giocatore all’ultima chiamata per farsi strada nel grande calcio, nonostante avesse solo 23 anni. Per sua fortuna, tuttavia, è capitato – perché a volte capita e basta – in una delle squadre più adatte al suo modo di stare in campo. Dopo un anno di apprendistato, quindi, dove ha collezionato 42 presenze di cui 21 da subentrato, per la prima volta in carriera è stato riconfermato in una squadra (recentemente riscattato), diventando un punto inamovibile dell’undici di Gasperini. Attualmente, infatti, il croato è il secondo giocatore più presente alle spalle del Papu Gomez, mentre risulta essere il settimo per minutaggio. La prima tripletta in carriera (su tre tiri in porta) con cui ha schiantato il Brescia è stata solo il coronamento di un percorso.

 

 (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Ma come è riuscito Mario Pasalic a diventare un elemento imprescindibile di Gasperini? Per necessità contingenti, anzitutto. Dopo l’infortunio di Zapata e il sintomatico declino psicofisico di Muriel precovid, il croato è stato il giocatore che, più degli altri componenti della rosa, è riuscito a garantire quella fisicità e quell’attitudine offensiva per sopperire alla mancanza dei colombiani. A farne le spese è stato raramente De Roon, talvolta Freuler, ma soprattutto Malinovskiy che, giunto in estate dal Genk, sembrava poter scalare rapidamente le gerarchie del centrocampo bergamasco (ha invece approfittato solo recentemente del forfait di Ilicic). Nonostante l’ucraino sia dotato di più pericolosità con i tiri da fuori aerea e da fermo grazie ai suoi calci secchi e tagliati, può offrire movimenti meno verticali rispetto al croato.

Pasalic, infatti, ha avuto il merito di rendere il gioco dell’Atalanta ancora più imprevedibile, trasformando lo spazio da attaccare nel punto di riferimento offensivo principale. Un concetto che è insito nelle squadre di Gasperini e che senza il classico attaccante centrale, manifesto nella corporalità di Zapata, ha raggiunto un nuovo grado di maturazione (o ha pescato una nuova variabile) grazie anche alle risalite del campo di Pasalic.

In questa dinamica situazionale e in questo contesto di gioco, il croato ha potuto esprimere al massimo la sua miglior qualità: il movimento senza palla. Un movimento che Gasperini richiede ossessivamente a tutti gli undici in campo. Pasalic, infatti, corre in media 9,77 km a partita (160° in Serie A); il migliore dell’Atalanta è Freuler con 10,62 km (39°) e tra di loro ci sono De Roon, Toloi, Castagne, Djimsiti, Hateboer, Palomino e Gosens: tranne l’Inter, nessun club in Serie A ha così tanti giocatori nella top 100 per chilometri percorsi. In una squadra, quindi, abituata a muoversi collettivamente e ad esprimersi in modo eclettico svolgendo più funzioni all’interno della medesima azione, Pasalic non è stato più semplicemente l’elemento duttile da utilizzare come jolly per emergenze o adeguamenti tattici.

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Questo gli ha consentito di affinare caratteristiche qualitative precedentemente sacrificate sull’altare della quantità. Le statistiche difensive sono infatti rimaste immutate nelle ultime cinque stagioni, mentre quelle offensive sono incrementate in maniera netta. E se i tiri a partita sono quasi raddoppiati (da 1 a 1,7) perché il suo fulcro d’azione si è avvicinato all’area di rigore, la miglior confidenza con i passaggi è l’aspetto più importante nell’evoluzione di Pasalic e conseguenzialmente di questa Atalanta. Il croato effettua 40,9 passaggi a partita (cinque anni fa erano 28,5), tra cui 1,3 sono quelli chiave (contro i 0,4 effettuati quando era all’Elche); il numero di passaggi lunghi a partita (3) e la precisione generica (88,3%) lo hanno quindi proiettato nella top 20 centrocampisti della Serie A, complessivamente primeggiata dal connazionale Brozovic.

Il rientro dalla pausa forzata, tuttavia, ha mostrato come Pasalic sia ancora un giocatore discontinuo sul piano dell’attenzione che tende spesso ad assentarsi dalla manovra o a commettere errori grossolani. In questo senso, l’assenza di Ilicic sembra aver penalizzato il rendimento del croato (a favore di Malinovskiy) che forse si era abituato a demandare le decisioni più importanti allo sloveno e al Papu Gomez. Resta, allora, da capire se l’evoluzione sotto la guida di Gasperini stia spingendo Pasalic verso un’attitudine prettamente più offensiva da finalizzatore. Quel che è certo è che, in un calcio sempre più dinamico e fluido, un profilo ibrido come il croato sarà un’arma imprescindibile nelle imminenti notti europee d’agosto, forse l’habitat dove meglio emerge l’essenza di uomo e di calciatore di Mario Pasalic.

 

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