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Luciano Spalletti è un creatore di tempeste

By 19 Aprile 2019
Luciano Spalletti

L’allenatore dell’Inter sta vivendo a Milano la stessa situazione che lo aveva portato via da Roma. Il rischio è che il suo carattere finisca con lo schiacciare le sue idee

Ritrovare la Roma, e quindi Francesco Totti, dopo tutta la vicenda Icardi-Nara, per Luciano Spalletti è una ri-messa a fuoco della realtà effettuale. Cammino fatto, polemiche vissute, e confronto col campione, poteva essere/è stato: uno troppo vecchio, l’altro troppo immaturo. In mezzo l’allenatore che a Milano, più che a Roma, è apparso uno di quei personaggi di Shirley Jackson che vivono sull’orlo di una apparente normalità, per poi essere disturbati da un dettaglio (una forzatura, una ceneriera, un invito), e su quel dettaglio costruiscono una narrazione (si veda “Mrs. Spencer e gli Oberon” in “Paranoia” Adelphi) e soprattutto una guerra: «Impotente, arrabbiata e sbigottita davanti alle loro risate gioiose e allegre, Mrs. Spencer riuscì solo a pensare: è troppo, troppo; passo la vita a tenere in ordine per loro, e questo è il ringraziamento».

Trasportate la frase sopra la testa di Spalletti in una delle tantissime conferenze stampa dove se potesse si presenterebbe con un machete, e di fatto verbalmente è molto più affilato, e, zac, troverete la risposta a tutto o quasi. Il resto lo porta Twitter, e in alcune sere “Tiki-taka”. Queste storie di contrasti con Totti prima, e Icardi poi, con Ilary Blasi meno, e con Wanda Nara tanto, sono uscite dagli spogliatoi e sono finite nel gossip, hanno lasciato il campo e si sono consumate in tivù, tanto che alla fine – come accadeva a Nanni Moretti con “Beautiful”, ci si confonde, si prova a capire che succede dopo e la confusione aumenta, le lingue si mischiano e si perde il filo – ci si annoia tanto, perché il pallone non rotola.

Le due storie possono essere riassunte in più modi, per brevità potremmo dire che Spalletti/Mrs.Spencer non ama che si infrangano le regole a casa sua, nemmeno con grazia, e di lato va ricordato che è molto permaloso, anche se poi apparecchia un sorriso da Joker, tra l’isteria e la soddisfazione di esserci riuscito, e diventa il sergente maggiore Hartman di “Full Metal Jacket”. Di contro, troviamo prima un campione con una storia singolarissima, l’ultima bandiera possibile, siamo oltre Carlo Petrini (non il calciatore, ma il gastronomo fondatore di Slow Food) e Pepe Mujica (ex presidente dell’Uruguay), per contrasto del mondo che viene, una specie in estinzione incapace di adattarsi fuori dal suo ambiente (Trigoria-Olimpico) che chiedeva di giocare ancora un po’ e poi un po’, e forse Spalletti – più o meno consciamente – gli ha regalato un futuro senza umiliazioni, l’ha tolto dal campo prima di una caduta, ha fatto il padre, anche se un padre molto molto odiabile perché lo toglie dalla stanza dei giochi (ma su questo ancora si scrive, ogni tanto arriva Zeman a dire che è stato un delitto farlo smettere e si riapre il sogno), il problema con i bambini e i tifosi è che pensano che tutto abbia un seguito.

E ci sta, l’utopia muove il mondo (del calcio e non), lo insegnava Eduardo Galeano, e noi gli crediamo. Sull’altro fronte, quando Spalletti sembrava aver fatto l’emigrazione (di lusso) giusta, da Roma a Milano, appare Mauro Icardi, uno molto bravo in area, a volte persino trascinatore, spesso uno che scompare, scompare, fino a dissolversi. Un attaccante che sta sempre davanti (alla squadra) e poche volte dietro (alla squadra). Riuscendo nell’oscillazione tra dispensabile e indispensabile.

Che è poi quello che è successo, diciamo che Spalletti ha accelerato questa oscillazione fino a rimanerne vittima, il tutto avvolto tra le scollature di Wanda Nara, le sue lacrime, dichiarazioni, con «una specie di orchestra che suona suona suona: zum zum zum zum zum zum zum zum zum»,  un po’ coro dei giornalisti molto Mina, aggiungete facce da Jacques Tati, facce da orientale, Beppe Marotta “avvocato del diavolo”, agitate, e poi versate su giornali, tivù e social. Scompaiono certezze, paradigmi, sopraggiunge la noia per lo stallo e le rivoluzioni non avvenute, le promesse e i proclami che durano meno di un tempo supplementare, e il calcio che scompare.

Perché se è vero che il calciatore vuole solo giocare, è anche vero che quelli intorno vogliono vederlo giocare e segnare e vincere. Quando il processo si interrompe, spesso c’è di mezzo Spalletti, che sta dicendo al calciatore non sei dio, anzi non sei nessuno, e sta innescando un processo educativo (con un personalissimo campo di rieducazione) che se farà del bene al calciatore, non lo farà al resto della squadra, che è probabile, anzichenò (secondo le oscillazioni della borsa), lascerà dei punti per strada, «ma quanto orgoglio signora mia».

Creando, di fatto, una inattualità, interrompendo il processo di gioco e costruzione, anche se poi nel noioso e bloccato campionato italiano, c’è lo spazio anche per gli esperimenti pedagogici di Spalletti, che dovrebbe conservare il posto in Champions League per l’Inter, questa volta senza brividi, e forse anche la panchina. È un creatore di tempeste che rompono la routine – ovviamente negherebbe – se non ci fosse tutto il carico inconsciamente agostiniano diremmo che è un situazionista, e, invece, si porta dietro il peso della morale con la veranda e il fucile da piccolo John Wayne, il piglio da sergente maggiore Hartman, e di conseguenza anche qualche pernacchia.

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