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La pulce è diventata un gigante

By 27 Settembre 2019

Luís Miguel Rodríguez rischiava di essere uno dei tanti attaccanti persi nella periferia del calcio argentino. Ora, 35 anni, ha trascinato il Cólon de Santa Fe alla finale di Copa Sudamericana

Luís Miguel Rodríguez indossa ciabatte da donna, e non per lo stesso motivo per cui Dennis Rodman si vestiva da sposa, ma semplicemente perché è difficile trovare dei 38.5 da uomo. Più che un piede, sotto la caviglia destra ha impiantato uno strumento di precisione, che durante la sua ormai lunghissima carriera – a Capodanno compirà 35 anni – gli ha permesso di segnare reti stupende e difficilissime.

La sua enorme sensibilità tecnica è riassunta bene dall’uso metodico che fa del pallonetto e dai punti dello specchio che centra quando calcia angolato. Ha realizzato anche tantissimi gol sporchi, perché nonostante il talento da trequartista e i 157 cm di altezza, Luís Miguel Rodríguez è un attaccante: l’ultimo su azione lo ha segnato settimana scorsa a Santa Fe, nei minuti finali della semifinale d’andata di Copa Sudamericana tra il suo Colón e l’Atletico Mineiro, dentro l’area piccola, appoggiando di prima il gol del 2-1 in rimonta.

La scorsa notte, a Belo Horizonte, “el Pulguita” ha giocato la gara di ritorno e ha scritto un’altra pagina della sua incredibile storia, calciando due rigori perfetti, entrambi decisivi: uno nel finale, per prolungare la gara oltre il novantesimo, l’altro come quinto rigorista, per vincerla. La finale contro l’Independiente del Valle sarà un passo decisivo, probabilmente non l’ultimo, per fissare un punto d’arrivo nella sua folle carriera: Luís Miguel Rodríguez è lì, da qualche parte, tra il personaggio di culto minore della galassia calcistica argentina e il vero e proprio simbolo popolare.

Un giorno, a casa Rodríguez, bussò un uomo con una proposta irrinunciabile. “Farò giocare vostro figlio nell’Inter”. Luís, che aveva quattoridici anni e viveva con i genitori e i nove fratelli nella piccola città di Simoca, provincia di Tucumán, giocava già a pallone nella Liga Tucumana. Come il calcio avrebbe potuto risolvere i problemi economici della famiglia, fu il suo primo pensiero: con tante illusioni, poche garanzie e ancor meno alternative, i suoi genitori firmarono le carte che avrebbero legato il figlio al procuratore, accettando il salto nel vuoto, dato che i pochi soldi entravano in casa da qualche lavoro saltuario, per lo più da muratore, e spesso pagati in ritardo.

L’Inter, effettivamente, controllava l’ORI, una sua piccola filiale in mano a manager locali, dove i ragazzini giocavano con le maglie nerazzurre spedite da Milano su un campo che oggi è stato trasformato in una pista di go kart. I primi a notarlo all’ORI furono gli scout dell’Arezzo, che lo andarono a cercare in Argentina e lo portarono in Italia per la prima volta, per un periodo di prova di tre mesi. Poi venne l’Inter, che lo vide in amichevole e gli fece giocare un torneo giovanile, in cui brillò.

Luís era già diverso da tutti gli altri: a sedici anni, con la maglia dell’Unión Simoca, la piccola squadra del suo paese, arrivò a segnare ben dodici gol in un solo tempo contro l’Azucarera, che si rifiutò di tornare in campo e giocare l’altra metà di partita. Il suo procuratore lo mandava a Milano per una manciata di mesi, poi lo richiamava a casa, dove rimaneva anche per lunghi periodi, e lo faceva ripartire nuovamente per qualche altro mese. Faceva la spola tra due mondi, era tutto precario ma troppo vero, troppo concreto per sgretolarsi da un momento all’altro: un giorno si ritrovò addirittura nel salotto di Javier Zanetti, insieme ad alcuni compagni dell’ORI, perché il capitano dell’Inter aveva voluto incontrare i suoi giovanissimi connazionali e accoglierli a Milano.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

A diciassette anni fu il migliore a un Mundialito giocato alle Canarie e gli scout del Real Madrid presenti rimasero impressionati. Gli proposero di rimanere in Spagna per unirsi alla pensión delle Merengues, ma il suo procuratore, nonostante le preghiere di Luís, gli proibì di accettare, in virtù del vincolo che lo legava all’Inter. Un vincolo che sarebbe svanito soltanto poco tempo più tardi, “per chissà quale cagata dell’agente” dirà il Pulguita, ma il treno del Real Madrid era già passato.

E la delusione per l’occasione persa non fu nulla, rispetto alla portata tragicomica del suo terzo viaggio in Europa: questa volta, il procuratore lo spedì in Romania, senza conoscenze, né documenti, né soldi, insieme ad altri aspiranti calciatori argentini. Alla fine del primo mese non vide un dollaro dello stipendio di cui l’agente gli aveva parlato. Invece che farlo rientrare in Argentina, lo deviò a Budapest, scalo intermedio verso l’Italia, dove lo avrebbe dovuto attendere il Perugia: alla stazione ferroviaria della capitale ungherese, però, la persona incaricata di scortarlo in Italia non si fece viva e, a diciotto anni, sentì che l’ultimo treno era passato.

Tornato in Argentina, per cinque mesi Luís ebbe una sorta di rigetto verso il calcio: non riuscì a giocare nemmeno con gli amici. Ritornò in campo grazie alla proposta di un tecnico del Racing de Córdoba, che si ricordava di lui dai tempi dell’ORI. La squadra giocò e vinse l’Argentino A – il terzo livello del calcio nazionale – ma in breve tempo Luís si ritrovò di nuovo fermo. Inoltre, era ancora vincolato al suo procuratore, che gli impediva di gestirsi liberamente: lavorava da aiuto muratore, ma i soldi non bastavano e, non potendo trovarsi una squadra, entrò nel giro dei tornei per soldi, competizioni amatoriali praticamente senza regole.

“I difensori ti spingono contro il filo spinato del recinto, se provi a dribblare ti rompono, vanno direttamente all’osso” spiegò il Pulguita a Olé. Quegli stessi tornei, mille chilometri più a sud-est, li giocò anche Juan Román Riquelme, e come lui affinò la propria esuberanza tecnica con una terapia d’urto a base di contatti brutali, imparando come e quando dribblare, educando un fisico esile a schivare e sopportare i colpi avversari. Quando finì per infortunarsi, però, suo fratello Walter, che giocava nell’Atlético Tucumán, lo costrinse ad abbandonare quel giro e provò a ricostruirgli una carriera. Affrontò immediatamente il suo procuratore e fece sciogliere il vincolo, poi lo portò all’UTA, la piccola squadra di un sindacato, dove poté tornare pian piano a sentirsi un calciatore.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

La Liga Tucumana, lo stesso torneo dove pochi anni prima aveva segnato dodici gol in un tempo, tornò a stargli stretta, e l’Atletico Tucumán decise di offrirgli un contratto. Per comprendere la dimensione del Decano, il primo e più importante club di calcio della provincia, bisogna passare attraverso due frasi: la prima l’ha pronunciata Julio Barreto, attaccante dell’Atlético nella prima metà degli anni Ottanta, in un documentario sul club: “Io credo che il presidente dell’Afa debba chiederci il permesso per usare la maglia albiceleste, perché siamo noi stati i primi a portarla”. L’altra è di Jorge Solari, il tecnico che ha guidato l’Atlético alla promozione dall’Argentino A alla B Nacional: “L’Atlético Tucumán è il Manchester United del nord (d’Argentina), per gioco e seguito”.

I tifosi si sentono al centro della loro periferia e rivendicano la grandezza della loro passione, che si manifesta portando allo stadio Monumental José Fierro – un simbolo del prestigio del Decano – 25.000 persone anche per una partita di terza serie. Luís Miguel Rodríguez arriva a San Miguel de Tucumán a ventuno anni e da quel momento in avanti ogni conquista della sua carriera fu una conquista dell’Atletico, con cui si legò indissolubilmente: nel 2007-08, proprio con Solari allenatore, salì in Primera B Nacional. L’anno seguente, coi suoi gol, trascinò il Decano alla prima storica promozione in Primera División. Giocò così bene che anche Diego Armando Maradona, nel 2009 decise di premiarlo convocandolo per un’amichevole contro il Ghana, la sua prima e unica presenza con l’Albiceleste: “Ha la mia stessa picardía” disse di lui il Pibe, usando un termine che potremmo tradurre con “astuzia” e che descrive perfettamente il calcio del Pulguita.

Dopo una breve e deludente parentesi al Newell’s, Luís ripartì dall’Atlético, tornato in Primera B, entrando ancor più sotto pelle all’identità del Decano: dal 2011 al 2019, ha disegnato a mano libera la storia del club, riportandolo in Primera, ma soprattutto spingendolo fino alla qualificazione in Copa Sudamericana e Copa Libertadores, traguardi inimmaginabili soltanto pochi anni prima. L’inchiostro sono stati i suoi gol, 130 in 325 partite, come nessun altro nella storia del club di cui è indiscutibilmente il massimo idolo. L’immagine quasi simbiotica che si era creata tra l’Atlético Tucumán e il suo attaccante simbolo andava oltre i meriti sportivi: lui, tucu fino al midollo e idolo della gente, viveva ancora nella sua Simoca, a 50 km dallo stadio del club, per rimanere vicino alla propria famiglia e non rinunciare a una vita tranquilla. Nessuno si aspettava che, a trentaquattro anni, Luís Miguel Rodríguez uscisse da una comfort zone che sembrava costruita per rimanere tale per sempre, sia a livello umano che professionale, tantomeno per unirsi a una squadra di livello più o meno simile al Decano, come il Colón di Santa Fe.

(Photo by Rodrigo Valle/Getty Images)

Ad alcuni è sembrato talmente strano da considerarlo frutto una costrizione politica: il Pulguita, recentemente, si è affiliato al Partido Justicialista, la fazione di tradizione peronista. Lo stesso partito dell’ex governatore della provincia José Alperovich, dichiarato tifoso dell’Atlético e considerato molto influente anche nell’ambiente del Decano: secondo queste voci, Alperovich avrebbe richiesto la cessione di Luís Miguel Rodríguez e di Guillermo Acosta – altro ex giocatore dell’Atletico Tucumán entrato tra le fila del PJ – a causa della loro vicinanza a un altro membro di spicco del peronismo tucumano, l’attuale governatore della provincia Juan Luís Mansur.

Prima della sua elezione, si era addirittura parlato di una possibile candidatura del Pulguita come governatore di Tucumán. Invece, Rodríguez ha rotto sia le congetture che gli stereotipi, scegliendo di sottoporsi all’unica sfida che la sua vita sportiva poteva ancora riservargli, dopo una carriera di successi, costruita sulla stabilità dopo tante difficoltà e occasioni sfumate: provare a essere ugualmente decisivo lontano da Tucumán.

Non al Boca, dove sembrava diretto una decina di anni fa, non al Belgrano, né all’estero, il grande sogno della sua carriera. Al Colón, che in 114 anni di storia non aveva mai giocato una finale internazionale, né vinto un titolo, e in nove mesi è stato letteralmente trascinato dal Pulguita a un passo dalla Copa Sudamericana. Praticamente tutta l’Argentina tiferà per lui, non soltanto per la classe con cui gioca a pallone, per la simpatia con cui è percepito il suo personaggio, simbolo dell’Interior e del suo calcio, o per supportare l’impresa del Sabalero, ma soprattutto perché chiunque, nel proprio barrio, ha un cugino o un amico che racconta un’assurda storia di sliding doors, treni persi e montagne di problemi come la sua.

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

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