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Lukaku è il meglio dell’Inter e il meglio che deve ancora venire.

By 11 Agosto 2020

Il belga è il manifesto del lavoro di Conte. E rappresenta tutta una squadra che di fronte a sé ha la strada per il salto di qualità, con Conte.

La regia stacca. Da Lukaku, intento ad abbracciare i compagni, passa ad Antonio Conte, nel bel mezzo di un’esultanza rabbiosa e soddisfatta, come non si vedeva da qualche mese. Dietro al mister compare il vice Stellini, che non usa giri di parole: “Questi gol deve fare, cazzo!”. Questi: di rabbia, di forza, di tecnica, di esplosività, di velocità, di intuito, di personalità. Di tutto un po’, di tutto molto. Lukaku capisce che il centrale del Getafe è mal posizionato e che l’altro gli concede metri e grammi: indica la profondità a Bastoni, si muove a mezzaluna, lascia scorrere il pallone posizionandosi in diagonale con il corpo, a protezione, ma ha già in mente la prossima mossa. Tocco, protezione, attesa, leggera ancata ad allontanare il difensore, tiro a incrociare nell’unico pertugio utile per il gol. Gol.

Stellini spiega, tra le righe, cosa si aspettava Conte da Lukaku e quanto sia stato curato il lavoro sull’attaccante. Che è molto più raffinato di inizio stagione, sia nella tecnica che nel pensiero. Lo ha sottolineato anche l’account social inglese del club: ha postato un video di un delicato controllo del belga, sbeffeggiando chi in questi mesi ha ripetuto che dal punto di vista tecnico era troppo grezzo. Grezzo chi? Conte ha di recente affermato che il centravanti ha ancora ampi margini di miglioramento, e non sembra la frase fatta di tutti gli allenatori ma una convinzione sincera, motivata da quanto si è visto quest’anno. Dal fatto che l’ultimo Lukaku nerazzurro è meglio del primo, nonostante la normale e giustificata stanchezza di un giocatore che ha sulle spalle 40 partite e quasi 4000′ in campo.

(Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Con il Leverkusen ha replicato la rete di controllo, forza, istinto, dominio. È la nona consecutiva in Europa League, record assoluto. Ma ancora una volta è che non è solo quella, è che c’è tutto il resto. Si è alzato il livello della partita e Lukaku lo ha alzato di conseguenza. Nella ripresa, dopo l’ennesimo calcione, è stato inquadrato mentre esponeva il conteggio delle botte prese all’arbitro: tante perché spalle alla porta è ormai immarcabile. Stremato, ha retto fino alla fine, lavorando il doppio nei minuti finali per via dell’infortunio a Sanchez. Verrebbe da dire che l’Inter è Lukaku più altri dieci: una frase fatta che però calza. Romelu è imprescindibile perché regala alla squadra un appoggio costante, ma rispetto ad inizio anno non è un rimedio ad un’uscita di palla difficoltosa ma un modo per costruire l’azione. E il passaggio a Lukaku, sempre più frequente,​ sottintende che la squadra sempre di più si fida di lui e che attorno a lui gioca.

È passato un anno dall’annuncio di Lukaku in nerazzurro. E fa pensare che la consacrazione non sia avvenuta di colpo, ma sia cresciuta pian piano, quasi sottotraccia, durante questo anno. Lukaku era stato etichettato come la nemesi di Icardi e in effetti si è rivelato tale: trascorre la vita privata da single, lontano dai riflettori, non si è fatto notare oltre il terreno di gioco e al suo interno, oltre ai gol e soprattutto in loro assenza, ha garantito un apporto profondo e sostanzioso alla squadra. Insomma, quando Lukaku non segna, fa comunque tanto e lo fa in silenzio, senza lamentarsi dei compagni ma anzi andando loro in sostegno, ed è ciò che lo ha fatto avvicinare passo dopo passo alla tifoseria nerazzurra, particolarmente attenta alla disponibilità al sacrificio dei giocatori.

 (AP Photo/Martin Meissner)

Il lavoro di Conte e del suo staff su Lukaku ha riguardato anche la capacità di leadership. In una squadra giovane e nuova, dove i leader principali (capitan Handanovic, in primis) sono tendenzialmente silenziosi, serviva un giocatore parlante, che in campo possa farsi sentire. Ultimamente, anche grazie all’assenza di pubblico che amplifica i suoni, si può sentire la costante presenza vocale del belga, da vero leader spirituale: ovvero, pretenzioso ma anche positivo.

Lukaku spesso esorta ad essere più precisi, a crossare meglio, a muoversi meglio, a servirlo meglio, ma non lo fa con l’atteggiento del centravanti che pretende sostegno e assist solo perché è il terminale dell’azione: lo fa per il bene comune e può farlo perché prima di chiedere ai compagni, dà loro tanto oltre ai gol, dal pressing alle protezioni di palla che permettono alla squadra di appoggiarsi e rifinire le migliori azioni dello spartito di Conte.

Foto Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse

E l’utilizzo dei social è indicativo della diversità rispetto al suo predecessore: più che un’esaltazione di sé, quella del belga è un’adorazione dei compagni, della squadra e del club, sempre presenti in ogni post. In ultimo, quello dell’anniversario: “Un anno fa oggi firmavo per questo bellissimo club”, ha scritto su Instagram taggando il club nerazzurro e riproponendo le immagini che lo ritraggono al momento della firma con Steven Zhang e nella sala dei trofei nerazzurri. Vuol dire poco? No, al contrario, se l’uso dei social riflette la persona, raccontano Lukaku più di mille parole. E anche le interviste: dopo il Bayer, Romelu ai microfoni ha spiegato che no, l’uomo partita non era lui ma Barella. Un modo per responsabilizzare quest’ultimo e apprezzare tutti i compagni che lo seguono. Come fa un leader.

E poi, i gol. Trenta, come Eto’o nel 2011 e Milito nell’anno del triplete, le ultime due annate chiuse con almeno un trofeo. Trentuno dopo il Leverkusen, e chissà se una o due partite ancora davanti di Europa League davanti per arrotondare. Così Lukaku ha chiuso il cerchio della conoscenza con l’ambiente nerazzurro: viene ora associato agli ultimi grandi vincenti, nella speranza che possa ripetere le loro imprese.

È il miglior rendimento della carriera del belga, superata la prima annata al Manchester United, chiusa a 27 reti. Vuol dire che l’Inter lo supporta, ma anche che Lukaku è migliorato. E ci è riuscito per merito suo, della professionalità e dedizione al lavoro (maniacale soprattutto la cura del corpo: con quella massa muscolare, il belga deve essere tirato a lucido), del lavoro di Conte e del gioco. Che è davvero il suo habitat ideale: i movimenti coordinati con l’altra punta, l’appoggio spalle alla porta, l’attacco dell’area, le folate offensive a campo aperto, sono il meglio del repertorio di Lukaku e corrispondono alle necessità del tecnico. C’è corrispondenza tra quanto il belga può offrire e quanto l’Inter gli chiede, ecco perché funziona, ecco perché il circolo è virtuoso, ecco perché è l’unico davvero essenziale.

Foto Piero Cruciatti / LaPresse

E se è diventato tale, allora ha avuto ragione Conte a impuntarsi per acquistarlo dallo United. Tra le arcinote frasi polemiche del tecnico risulta anche “So cosa ho dovuto fare per farmi prendere Lukaku”, come a dire che in società non erano del tutto convinti che i 65 milioni valessero il giocatore. Un anno dopo, con la miglior versione di Lukaku in casa e con l’idea che, visti i 27 anni, la prossima possa essere ulteriormente aggiornata, il belga è diventato anche un manifesto politico del Conte nerazzurro. È la la dimostrazione vivente che se ottiene ciò che chiede, lo porta all’apice. È il jolly nella manica del tecnico, da sfoderare nel momento in cui la partita per il futuro entrerà nel vivo. E se ci fosse anche l’Europa League, nell’altra manica, sarà davvero difficile per l’Inter buttare sul tavolo argomenti contrari alla permanenza di Conte, e sarebbe sciocco non cercare di accontentarlo.

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