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L’ultima volta che abbiamo visto il libero in Serie A

By 15 Maggio 2020

Nel 2002/2003 Fascetti subentra sulla panchina del Como e sposta indietro le lancette del tempo schierando in quel ruolo uno fra Padalino, Stellini e Tarantino. Ora, però, secondo i match analyst della Nazionale, il libero potrebbe tornare di moda con compiti diversi

Questa quarantena sta dimostrando che in Italia non sopportiamo il peso delle date. Vediamo il giorno che ci viene indicato o come troppo vicino o come troppo lontano, sfuggendogli comunque e senza mai prendere sul serio quel determinato giorno come un momento nuovo. E questo si riverbera su tanto altro, scadenze, appuntamenti, amori che aspettano, progetti saltati, treni persi.

Non si sa per quale miracolosa parabola, ma su una cosa italiana, anzi italianissima, conosciamo invece una data specifica e importante, ovvero quando è stata definitivamente accantonata e non l’abbiamo più vista. Conosciamo giorno, mese, anno. Davvero notevole per noi. Sto parlando del libero nel calcio.
L’ultima volta che abbiamo visto un libero come tradizione e tattica comanda è il 24 maggio 2003, apparso nella partita Como-Torino. Il tale era Cristian Stellini. Ma è giusto riavvolgere il gomitolo e parlarne.

Il Como del 2002-2003 era la squadra che in due stagioni era passata dalla C alla A. Ma era soprattutto una di quelle esplosioni barocche di Preziosi, quando accatastava (oggi leggermente meno) calciatori a mo’ di Vittoriale dannunziano, creando bettole di vecchi e nuovi pirati, sempre pronti poi ad abbandonare o abbandonarsi. In quella squadra c’erano o ci sono stati per qualche partita: Oscar Brevi e Saša Bjelanović, Benito Carbone e Luís Oliveira, Nicola Amoruso e Benoît Cauet, Jorge Horacio Serna e Ciro De Cesare, Jean-Paul van Gastel e Denis Godeas (e come dimenticare Juarez). Un porto o un ostello, fate voi. Ma per il nostro discorso interessano solo tre calciatori: Massimo Tarantino, il già citato Cristian Stellini e Pasquale Padalino, il miglior attore non protagonista di questa storia.

Pasquale Padalino (Chiara Turati/LaPresse)

Si inizia con Loris Dominissini, l’uomo del doppio salto carpiato. Dopo due partite di campionato perse per 2-0 contro Empoli e Parma, Preziosi ha già mal di stomaco. Servono a poco quattro 1-1 consecutivi, di cui uno in casa Juve, all’undicesima il presidente si deve togliere il callo e chiama Eugenio Fascetti. Quell’Eugenio Fascetti.

Arrigo Sacchi alla fine degli anni ’80 aveva finalmente mostrato e dimostrato alcune cose chiare. Prima di tutto che il calcio era fatto di spazi, tempi e movimenti, non solo di uomini e le loro traiettorie da inseguire e bloccare, oppure eludere. All’inizio tutti avevano bisbigliato e scherzato, poi guardato, poi ammirato, infine seguito l’esempio, dal primo all’ultimo. Solo uno, sulla sua rocca resisteva, ed era Eugenio Fascetti che al mondo caprone diceva di usare il 3-5-2, così stavano tutti buoni, mentre nel chiuso della sua riserva parlava di marcature a uomo e libero. E ci risiamo.

Entra alla 12esima contro l’Udinese e aggiusta la squadra come può e quel compito lo affida al suo numero 6, Cristian Stellini per l’appunto. L’uomo di Cuggiono è un bravo difensore sull’uomo, ma si adatta, anche se è evidente la sua difficoltà nel capire quando intervenire sugli avversari che saltano l’uomo o entrano da centrocampo. Una prima partita di cartello è contro il Milan. Ancora Stellini libero che impazzisce nel dover seguire le incursioni di Ambrosini e Rivaldo.

©DONATO FASANO/LAPRESSE

Nella partita contro i rossoneri e poi in quelle contro il Parma, in cui gioca per l’unica volta in stagione come libero Massimo Tarantino, in assenza degli altri due, e contro la Juve ci si rende conto perché i compiti del libero alla vecchia maniera sono sorpassati dal calcio contemporaneo. Prima il gioco era molto verticale, la mezzala o il regista arretrato, per non parlare dei difensori alla Krol, guardavano subito le punte o le ali, servendogli una palla lunga e lenta in verticale.

Le punte potevano e spesso riuscivano a scappare alla marcatura ed è in quel momento che il libero, potendo leggere la traiettoria della palla in anticipo, era importante nel chiudere lo spazio di corsa davanti all’avversario che attaccava la porta. Nel 2003 invece la palla era giocata fino ai 16 metri e lì poi veniva rifinita dalle mezzali o dagli attaccanti in continuo movimento come Shevchenko. Giocando in spazi molto più stretti, con continui ribaltamenti di fronte e passaggi più corti, più rapidi e meno prevedibili, ecco che il libero diventava un batacchio in una campana di vetro, continuamente sbattuto lungo tutte le direzioni per cercare di anticipare un pensiero avversario che si stava però già avverando.

Finalmente in Piacenza-Como del 2 febbraio 2003 entra in campo, dopo problemi fisici, il nostro, Pasquale Padalino, l’ultimo vero libero old-style che abbiamo visto. Aveva tutto del libero degli anni ’70, quei bei manzi sopra il metro e 80, quasi sempre precedentemente centrocampisti, per i quali usavi una sola parola per descriverli: compassati. Invece quel pazzo di Zeman lo prende e lo mette al centro della sua difesa, scioccandolo all’inizio ma poi formandolo per il calcio del futuro. Gioca tanto con squadre diverse dove fa il suo, ma resta un mistero nel mistero. Lui, il libero perfetto, è uno dei primi difensori nuovi nel calcio italiano. Da lettino questa cosa.

© CHIARA TURATI / LAPRESSE

In questa partita, vinta dai lariani per 0-1, Padalino spiega a cosa poteva ancora servire il libero. Maresca da centrocampo taglia in verticale per Ferrarese. L’attaccante sfugge alla marcatura e in caso di zona pura sarebbe stato solo davanti a Ferron. Certo, l’idea sarebbe stata metterlo in fuorigioco, ma questo è un altro problema. Proprio quando il buon Claudio Ferrarese si appresta a calciare, con le sue tracce mnestiche che ricordano la zona e quindi la libertà, arriva l’ultimo uomo, Padalino appunto, che in scivolata devia in angolo il colpo a botta sicura.

Nella partita successiva contro il Bologna però altro esempio classico di come il libero era ormai una di quelle auto dello zio che magari partono ma non è che ci puoi fare tutti questi chilometri. A sottolineare il problema questa volta è Roberto Baggio, con una giocata oggi classica. Da una posizione centrale, Baggio accorcia per farsi dare la palla sulla trequarti. Il mediano è lontano, non ha marcatori vicino e Padalino non sa se seguirlo fino in fondo o restare in posizione. Baggio ha quel secondo di libertà per giocare veloce sull’ala che crossa e Toni segna, anticipando il marcatore. In questa azione rapidissima Padalino è rimasto a metà strada in tutto, senza rendersi utile in nessun modo. Un centrale di oggi avrebbe accorciato anche lui su Baggio, pressandolo, oppure sarebbe stato in linea sulla traiettoria del cross e avrebbe potuto anticipare l’arrivo della palla a Toni.

Il campionato continua ma non dovete immaginare un Como alla deriva. Quella di Fascetti è una squadra che lotta contro tutte, che ha il cuore e la corsa dei vari Pecchia, Musić e Binotto a sostenere un attacco comunque forte e ancora pieno di verve come il duo Caccia-Amoruso. Dopo un 5-1 al Bologna si va a Roma contro la Lazio e questa volta ad essere evidente è un’altra caratteristica assolutamente deleteria di un eventuale libero, la lentezza. Padalino aveva buoni piedi, una buona visione d’insieme del gioco ma era lento e questo lo penalizza tantissimo quando è chiamato a intervenire da uomo finale. Se proprio volete giocare con il libero oggi, scegliete l’uomo più veloce della squadra per farlo.

Massimo Tarantino (LaPresse).

Dobbiamo però dire arrivederci al caro Pasquale perché si infortuna e contro l’Udinese torna libero Stellini. Quei bianconeri che venivano dalla cura Zaccheroni e adesso erano in mano ad un tecnico con delle belle e nuove idee, Luciano Spalletti, vincono solo 3-2 un po’ perché il Como non vuole mollare, un po’ perché sbagliano tutto lo sbagliabile. Quella squadra molto moderna al tempo mette in difficoltà tremenda la difesa lariana. Si gioca tanto nei mezzi spazi (oggi il cuore offensivo delle squadre) con gli esterni e le mezzeali. In quella posizione di campo gli avversari sono spesso soli e il libero ancora una volta si trova in una terra di mezzo dove crea solo disordine nella sua squadra.

La partita però in cui Stellini, che arriva da libero fino a fine stagione, soffre di più è quella contro la squadra più moderna del tempo, il ChievoVerona di Del Neri. Vittoria per 2-4, decine e decine di azioni da gol per i clivensi e quelle quattro punte in continuo movimento in verticale e orizzontale, capaci di occupare proprio gli half-spaces che rimbambiscono il povero trio Gregori-Stellini-Tomas. Questa è la partita che fa retrocedere il Como in B e che ufficialmente sancisce la morte del libero, compiti più che un ruolo con funzioni ormai inattuali.

Ma a proposito di funzioni e della cultura molto italiana del non buttare mai nulla, Antonio Gagliardi, Head of Match Analysis della Nazionale italiana ha riparlato di un ritorno potenziale del libero in un articolo a sua firma uscito sulla Gazzetta dello Sport del 6 maggio 2020. Ecco, un difensore che lavora in quello spazio di campo del libero, che parte concettualmente con quei vecchi compiti, ma con funzioni del tutto diverse potrebbe essere la nuova versione di libero del futuro. Magari non lo chiameremo così, ma fra di noi, guardandoci negli occhi, ci capiremo, no?

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