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L’ultimo atto della grande Ungheria

By 5 Luglio 2020

Nel 1954 la Germania Ovest riesce a superare a sorpresa l’Ungheria di Puskas nella finale dei Mondiali svizzeri. Per la “squadra d’oro” è la fine di un imbattibilità lunga 4 anni ma, soprattutto, di una storia leggendaria

È il 4 luglio 1954. L’arbitro inglese Ling è in procinto di fischiare l’inizio della finale della quinta edizione del campionato del mondo. Sul Wankdorfstadion di Berna si sta riversando un’abbondante pioggia. La Svizzera è stata scelta dalla FIFA come paese ospitante perché è lì che la federazione ha la sua sede, e nel 1954 il massimo organo del calcio compie cinquant’anni. Non sono mondiali banali. Così come non sono banali le due squadre che hanno raggiunto l’ultimo atto: la Germania Ovest e l’Ungheria.

La Germania è tornata in una rassegna iridata dopo sedici anni. I fatti della Seconda guerra mondiale hanno estromesso i tedeschi dall’edizione brasiliana del 1950 e così l’ultima apparizione è stata in Francia, a Parigi, il 9 giugno 1938. A quella finale la nazionale guidata dal Ct Herberger e capitanata da Fritz Walter ci è arrivata dopo aver estromesso la Turchia nel girone, la Jugoslavia nei quarti e l’Austria in semifinale, con un umiliante sei a uno. E dopo aver subito una epocale disfatta per otto a tre nella seconda gara. Quella giocata a Basilea, esattamente due settimane prima, contro “quegli altri” che stanno aspettando l’inizio della finale. Gli altri sono una squadra che non c’entra con le altre. Non perdono una partita da quattro anni, sono i campioni olimpici in carica e hanno estromesso il Brasile nei quarti – in quella che verrà ribattezzata come “La battaglia di Berna”  – e l’Uruguay campione in carica in semifinale. È l’Ungheria. La Aranycsapat, la “Squadra d’Oro”.

LaPresse.

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Ungheria va verso il socialismo stalinista con la leadership di Mátyás Rákosi. Per poter scendere in campo le squadre devono porsi sotto il controllo di un organo statale. E così l’MTK Budapest passa sotto il controllo della polizia politica. Il Ferencvaros invece viene scartato dai ministeri, passando sotto sindacato dei lavoratori alimentari. Sarebbe la squadra più prestigiosa dell’Ungheria ma ha un difetto. La sua tifoseria è la sede di frange nazionaliste. Insieme al MTK Budapest c’è un’altra squadra che domina in quegli anni. È la Honved, la squadra dell’esercito. Da questa squadra proviene l’ossatura della nazionale.

I magiari vengono affidati a Gustav Sebes. Non è un semplice allenatore. Ha la rara capacità di saper prendere psicologicamente i propri giocatori. Come Nandor Hidegkuti. Hidegkuti non è solo un’ala ma un vero e proprio regista avanzato. Nell’undici titolare manca un centravanti. Sebes non vuole soltanto un finalizzatole ma anche un giocatore che sappia immaginare la fase d’attacco. Hidegkuti diventa così il primo falso nueve della storia. Si passa dal modulo WM al modulo MM. Una sorta di 3-2-3-2 in cui tutti dovevano attaccare e tutti dovevano difendere. È un calcio mai pensato prima. È la variante ungherese al Sistema.

LaPresse.

La squadra è difficilmente replicabile. In porta c’e Grosics, la “Pantera Nera“. Con le mani non è un fenomeno ma, contrariamente ai portieri dell’epoca, lo è con i piedi. La costruzione del gioco parte da lui. Davanti ci sono i terzini Buzánszky e Lantos. In mezzo Lorant. Sulla mediana troviamo la corsa instancabile di Zakariás e poi Josef Bozsik. Non servono molte parole per descriverlo. È semplicemente uno dei più forti registi della storia. Sulle fasce, a destra si alternano Budai e Toth, a sinistra invece c’è il dribbling fulminante di Czibor. Tridente d’attacco. Di Hidegkuti abbiamo già detto. A sinistra c’è Sandor Kocsis, detto “testina d’oro“. Delle 75 reti segnate in Nazionale, oltre 40 sono di testa. Undici le metterà a segno solo in quel mondiale 1954. E poi, a destra, c’è lui, Ferenc Puskas.

È un giocatore difficile da descrivere. Ha il baricentro del corpo sempre nello stesso punto e quando calcia col mancino distende integralmente il quadricipite, dando alla palla la massima potenza con la massima precisione. Non si era mai visto prima un giocatore così. La sua classe è talmente superiore alla media che la scena se la prende inevitabilmente sempre lui. In particolare in due occasioni. Il 2 agosto 1952 a Helsinki, l’Ungheria gioca la finale olimpica contro la Jugoslavia, che in mezzo al campo ha Vujadin Boskov. Nel primo tempo Puskas sbaglia un calcio di rigore e per dieci minuti pare frastornato. L’intervallo è l’occasione per resettare tutto.

il gol di Morlock (Photo by Keystone/Getty Images)

A metà ripresa Puskas supera il portiere jugoslavo e segna la rete del vantaggio. Poi arriva anche la seconda rete di Czibor e l’Ungheria è campione olimpica. Al rientro a Budapest sono in 400mila ad attenderli. L’altro momento si gioca a Wembley, a Londra. È il 25 novembre 1953. Puskas e compagni arrivano a questa partita dopo aver vinto anche il “Torneo Internazionale”, torneo antenato dell’Europeo. Gli inglesi entrano in campo con l’atteggiamento di chi crede di dover insegnare il calcio agli avversari. Ma c’è poco da insegnare a quella squadra. Passano appena 47 secondi e Hidegkuti l’ha già piazzata all’incrocio. Il risultato finale è sei a tre ma racconta poco della sfida. Trentacinque tiri a cinque per gli ungheresi. Pareggia Sewell, segna di nuovo Hidegkuti e poi arriva lui. Czibor mette in mezzo la sfera per Puskas. Wright entra in scivolata ma Puskas sposta la palla all’indietro, mandando completamente a vuoto l’intervento del capitano inglese, e calcia sul primo palo. Ne segnerà un’altro, meno bello e meno importante. Tra inglesi e ungheresi ci sarà anche una rivincita. A Budapest, due settimane prima del mondiale svizzero, il risultato è però ancora più umiliante per gli avversari. Finisce sette a uno.

Quando a Berna inizia l’incontro nessuno crede che l’Ungheria possa perdere quella partita. Eppure anche dalle parti magiari ci sono stati problemi. Nella precedente gara contro la Germania Ovest (quella finita otto a tre) Puskas si è infortunato. Non è al meglio ma l’appuntamento è troppo importante. Puskas deve andare in campo. Lo vuole lui, lo vuole Sebes e, sopratutto, lo vuole un intero paese desideroso di mostrare al mondo la supremazia del “calcio socialista”.

(Photo by Daniel Berehulak/Getty Images)

I timori della vigilia sembrano venir dissipati dopo appena sei minuti. L’Ungheria è già avanti per uno a zero. Ha segnato Puskas. Due minuti e arriva il raddoppio. Porta la firma di Czibor, su dormita generale della difesa tedesca. Sembra il preludio di un altro goleada ed invece no. Altri centoventi secondi e Morlock accorcia. Passano otto minuti e Rahn pareggia su azione da calcio d’angolo. È due a due. Nella ripresa si gioca a una porta sola. L’Ungheria è in costante propensione offensiva ma la rete non arriva. Puskas fallisce almeno due occasioni, mentre Czibor colpisce il palo. Per la prima volta tra i magiari manca un pò di concretezza. Un peccato grave contro i tedeschi. Siamo al minuto 84. La palla viene rinviata malamente dalla difesa magiara. La riceve Rahn, che rientra, salta Lorant, e tira dai 15 metri. Il suo sinistro è angolato, Grosics non ci arriva. L’Ungheria è sotto a sei minuti dalla fine. Sono minuti di assedio totale. Puskas trova la rete nei minuti di recupero ma l’arbitro non convalida. È l’ultima occasione. L’Ungheria ha perso tre a due. Il “Miracolo di Berna“ si è compiuto. Per Aranycsapat è la prima sconfitta in quattro anni. La peggiore. A darle il colpo definitivo ci penserà poi la Rivoluzione ungherese del 1956.

Della Grande Ungheria rimane solo una rivoluzione calcistica. Venti anni dopo quella piovosa giornata svizzera, da quei dettami nascerà un’altra nazionale, altrettanto rivoluzionaria. È l’Olanda di Johan Cruijff. Anche lei perderà una finale mondiale nell’incredulità generale. Proprio contro la stessa avversaria che ha fermato la “Squadra d’Oro”. 

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