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L’unicità di Son Heung-min

By 25 Gennaio 2021

Le lacrime dopo aver provocato un grave infortunio all’avversario, il calcio come solitudine, il rapporto difficile con la Corea del Sud. Ecco perché il numero 7 del Tottenham è un calciatore fuori da ogni schema

Le lacrime sono un racconto necessario a capire gli uomini quando mentono, quando soffrono, quando provano vergogna, quando si sentono deboli, ci sono quelle di Pietro, dopo aver rinnegato di conoscere Gesù, e quelle di Gesù stesso che “scoppiò in pianto” (Gv 11, 33) davanti alla morte di Lazzaro. Quando nel novembre 2019 Son Heung – min spezza la caviglia di Andrè Gomes nell’incontro Tottenham – Everton il calciatore sudcoreano, il cui intervento era senza particolare cattiveria, dopo aver visto la frattura, si mette le mani in faccia, si piega e piange.

“Grazie alle lacrime approdiamo alla conoscenza e comprendiamo come si possa diventare santo dopo essere stato uomo”.

Lo scrive un giovanissimo Emil Cioran quando ancora viveva in Romania e Son, pochi giorni dopo, in Champion’s League, dopo aver segnato un gol alla Stella Rossa invece di esultare unisce le mani in segno di preghiera in direzione della telecamera e fa un inchino più con gli occhi che con il corpo – è rivolto al calciatore portoghese a cui ha rotto la caviglia pochi giorni prima; non è solo chiedere scusa, è amarezza, pentimento, santità laica, umanesimo in forma etica.

Anche per il vento che passa fra le foglie
ho sofferto.
Con l’animo che canta le stelle
devo amare tutte le cose che vanno verso la morte.
E poi, la strada che mi è stata assegnata
dovrò percorrere.
Anche stanotte
le stelle piangono agitate dal vento.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Sintesi di cosa sia l’umanità e il suo malinconico passaggio secondo uno dei poeti più famosi della Corea, Yun Dong – ju, ucciso dai giapponesi nel 1945 a soli ventisette anni; il gesto di Son è, dunque, una forma religiosa, una strada sofferta, l’umile amore verso tutto ciò che muore senza gli inutili infingimenti della vanità; eppure lui è considerato il miglior calciatore asiatico di tutti i tempi: prodigioso nel calciare con entrambi i piedi, può giocare in qualsiasi ruolo d’attacco, ha velocità incredibile, tecnica individuale, visione di gioco, abilità nel dribbling e rapidità di movimenti. Lo dimostra il gol segnato contro il Burnley partendo dalla difesa, correndo per 78 metri con i calciatori avversari a inseguire il coreano del Tottenham mentre i difensori, rigidi e impacciati, si fanno saltare fino a non prenderlo più; in Corea non ha mai giocato, andando via a sedici anni da Seoul per arrivare in Germania, all’Amburgo.

Il calciatore che ama di più è Lee Chung-yong, discreto centrocampista che oggi dopo aver giocato in Inghilterra e Germania, è tornato in Corea, ha quattro anni più di Son e si parla di lui soprattutto per la passione del suo celebre tifoso. Nel 2018 la Corea del sud vince i Giochi Asiatici battendo in finale il Giappone, c’è anche lui, Son, da fuoriquota visto che per regolamento in campo scende la nazionale under 23; per meriti sportivi Son si vede revocare la leva militare di due anni ridotta a tre settimane a Seogwipo, nell’isola di Jeju: tuta mimetica antiproiettile, elmetto e fucile, esercitazione al poligono di tiro 9^ Brigata del Corpo dei Marines, maschere antigas, marce di decine di chilometri; in precedenza aveva svolto 544 ore di servizio civile: insegnare calcio ai bambini poveri.

Per Son Heung – min il calcio è anche solitudine, non è sposato perché, seguendo i consigli del padre, non potrebbe seguire moglie e figli come la famiglia impone, una visione capovolta visto che nel calcio ci si sposa giovanissimi perché molti cercano stabilità soprattutto quando si va a giocare in paesi stranieri; ma il calciatore coreano vive il suo lavoro con monacale dedizione, la sua spartana applicazione lo ha portato nel 2020 a giocare contro l’Aston Villa con il braccio destro fratturato tutta la partita, segnando pure due gol; pochi giorni dopo è stato operato.

(Photo by Alex Pantling/Getty Images)

Son ha un modo di stare in campo essenziale, rapido, privo di barocchismi per fotografi, quando esulta spesso stende le braccia all’indietro e lascia uscire un sorriso bonario altre volte si inginocchia; ha vinto quattro volte il premio come miglior calciatore asiatico ma il suo nome in Europa non risuona mai come tanti altri calciatori per la sua vita appartata, rifiutando di considerare il mondo reale una passerella. Si sente un uomo felice quando negli stadi inglesi sventola la bandiera coreana e avverte la responsabilità di non deludere un paese che lo segue da così lontano.

Per diventare calciatore si è allenato sin da bambino, quando suo padre, Son Woong – jung, lo costringeva ad allenarsi per ore e ore fino a sentire gli occhi bruciati dal sangue; disciplina militare, rigidità morale, rigore caratteriale. Le lacrime tornano però spesso nella vita di Son, ai Mondiali di Russia del 2018, quando la Corea del sud viene eliminata dal Messico, la sua faccia raccoglie la paura di dover abbandonare il calcio per due anni in nome dell’esercito altrimenti rischia l’arresto, riappare l’ansia dunque; dopo la vittoria ai Giochi Asiatici le lacrime sono diverse, di gioia, di liberazione, finisce l’incubo dopo aver temuto di perdere anche quell’occasione, visto che si era arrivati ai supplementari.

Qui il vento costruisce
case con quel che porta.
E porta spesso – ultimamente – fuochi.
Ci sono, dunque, case di fuochi
sentieri di fiamme. Arde tutto, tutto arde.

I fuochi, di cui parla la poetessa di Maddaloni Anna Ruotolo, sono le prove che Son ha dovuto superare come se la Corea fosse diventata il padre esmesurato, per usare una parola assai cara a Jacopone da Todi, che rischiava di soffocarlo. Ci sono anni, per ogni uomo, che somigliano a case di fuochi, il pericolo è rimanere bruciati dentro una di queste, la ricompensa uscirne come fosse un miracolo più che un merito.

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