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L’utopia Benny Carbone

By 24 Maggio 2021

Fenomenologia di un calciatore che in Inghilterra hanno associato all’idea di classe ma che ha brillato meno del previsto

Sconditi, più bianchi del piatto, scotti, incollati l’uno all’altro. Gli inglesi e il cibo non vanno granché d’accordo. Gli inglesi e il cibo italiano ancora meno. Ma nell’estate del 1996 non esistevano programmi tipo Masterchef o Hell’s kitchen, Gordon Ramsay stava iniziando a farsi conoscere ma non era ancora un personaggio e così, allo staff comunicazione dello Sheffield Wednesday, quella che oggi può essere definita una aberrazione culinaria era apparsa una buona idea: celebrare l’arrivo in rosa di un calciatore italiano con un posato fotografico meravigliosamente stereotipato. Gli spaghetti c’erano, l’italiano pure, il cameriere – l’allenatore David Pleat – anche.

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Zazzera al vento, scriminatura centrale e sulle spalle un numero 8 privo di senso per un 10 puro, Benito Carbone in Inghilterra viene ricordato come uno Zola minore, e in tutto questo non c’è alcun intento sminuente considerando ciò che il sardo ha rappresentato per anni nell’immaginario della Premier League. In termini cronologici, peraltro, Benny – troppo impegnativo, Benito – lo aveva anticipato di tre mesi o giù di lì, in un periodo nel quale l’Inghilterra era l’esilio dorato dei fantasisti che in Italia venivano giubilati in favore dei soldati dell’organizzazione militare delle zone del campo. Se già Baggio era chiamato a dimostrare di potersi garantire la libertà d’intuizione, figurarsi cosa poteva accadere a coloro che non erano Baggio, ma facevano parte di quella genia, non della stirpe del Colombo sacchiano, dei Conte, dei Manicone. Infatti Carbone all’Inter 1995-96 era sostanzialmente un titolare e vestiva il 10 – essendo la prima stagione con i numeri fissi, fu anche il primo 10 della storia nerazzurra – ma giocava defilato a sinistra a centrocampo, che poi era ciò che Ancelotti pretendeva da Zola al Parma e fu il motivo del suo addio. Fantasisti, d’accordo, con giudizio, ma trequartisti mai: esterni sulla linea mediana o punte da tridente alla Del Piero, tertium non datur. Carbone non era quel giocatore, ma uno dal ruolo indefinibile perché legittimato da un destro elegantissimo per assist precisi e capace di un tiro da fuori di geometrica pulizia.

 

Prima Maradona

poi Gianfranco Zola

e mo’… Benito Carbone

A Napoli l’avevano capito e l’avevano amato, ma durò poco, giusto il tempo per un coro intonato sulle note di Sotto questo sole e dell’inno inciso con un Gigi D’Alessio non ancora noto fuori regione. Al Torino anche l’avevano capito – immediatamente, da quando stupì tutti in un torneo categoria Giovanissimi organizzato da una società di borgata che oggi nemmeno esiste più, il Pino Maina, e lui, tesserato della Bagnarese, si presentò aggregato allo Scilla: giocò da sballo – e coccolato, l’avevano fatto esordire e dato in prestito laddove come lui non ce n’erano e Benny svettava cinque spanne di talento sopra gli altri. Era un Toro in disarmo, dal punto di vista societario. E in disarmo era pure un certo spirito calcistico italiano del tempo. Amante del dribbling? Sì, pure troppo, al punto che Boskov ne trasse una pennellata immortale. Incostante? Sicuramente. Trequartista? Sì. Peccato.

Flair è il termine che nel Regno Unito hanno forse più associato alle giocate di Carbone. Stile insomma, per uno che di stile ne ha mostrato parecchio già nell’arrotolare alla forchetta quel succedaneo di spaghetti che gli misero davanti in sede di presentazione. Una storia d’amore con gli Owls fatta da reti una più bella dell’altra e l’elezione a giocatore della stagione 1998-99, ma contrassegnata da abissi bui, come quando David Hirst, icona del club (uno da quasi trecento presenze, leader di uno spogliatoio in quel momento diviso), gli mise le mani alla gola dopo un plateale rimprovero di Carbone nei confronti di un compagno che, in un imbarazzante 2-5 a Hillsborough contro il Derby County, o come l’umiliante ko (8-0 a St. James’s Park) nella sua ultima gara prima del passaggio all’Aston Villa. Lì una seconda parte di avventura da journeyman (oltre ai Villans, Bradford City, Derby County, Middlesbrough: è l’italiano ad avere vestito più maglie in Premier), prima del ritorno in Italia per un lungo finale all’insegna della classe e dell’incomprensione. 17 squadre in carriera – 18 se si inserisce nel computo anche la Roma, dove fu soltanto una pedina di scambio – cioè dire quasi un intero album per uno che, come Morfeo (con cui giocò al Parma) ma diversamente da Morfeo, ha lasciato la sensazione di non avere brillato per quanto promesso. Abbastanza, però, per farsi ricordare in quell’angolo della memoria dei tifosi ammaliati dal gusto del gesto tecnico.

© Marco Lussoso / LaPresse

A proposito, siccome errare è umano ma perseverare è diabolico, nell’agosto 1997, quando Carbone venne raggiunto allo Wednesday da Paolo Di Canio, il Circolo degli Scipioni dello staff comunicazione che già aveva partorito la perla degli spaghetti si trovò davanti alla sfida suprema: presentare la coppia italiana con una nuova idea per il set fotografico.

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Il Perozzi di turno ebbe l’illuminazione: Carbone e Di Canio avrebbero addentato assieme, con sguardo libidinoso, una pizza.

Una pizza da supermercato.

Molle.

Molle perché cruda.

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