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Ma il calcio ci è mancato davvero?

By 12 Maggio 2020

Siamo sopravvissuti, di certo. E ci siamo abituati, certo. È stata come una pausa riflessiva da un grande amore: c’è chi si è accorto di stare meglio senza, e chi invece ha capito che è davvero innamorato.

La magra consolazione è che la mancanza è reciproca. Il calcio è senza di noi tanto quanto noi siamo senza il calcio. E ci siamo accorti che davvero senza gli appassionati, crolla il castello. Così abbiamo potuto ripensare a noi stessi in relazione al calcio, alla sua assenza. Due mesi sono sufficienti per un bilancio, un po’ come se il campionato ci fosse: non è forse a fine ottobre che iniziamo a considerare veritiera la classifica?

L’autoanalisi è possibile perché non è mancato solo il calcio, ma tutto l’intrattenimento. Per forza, sostiene il saggio: c’erano e ci sono cose ben più importanti, il calcio può sparire. È vero, ma siamo sicuri che la distrazione sia da eliminare nei periodi di crisi? In ogni caso abbiamo accettato la privazione, come era giusto che fosse. L’assenza di calcio è diventata velocemente la nuova normalità, agevolata dall’uguaglianza delle giornate: la domenica non è più domenica non perché non ci sono le partite, ma perché siamo stati in casa come lo saremmo stati il lunedì.

Giorni identici, settimane ripetitive, mesi che avanzano, fino a ritrovarsi a maggio inoltrato con le classifiche inchiodate all’inverno, a ricordare questo o quello scudetto vinto in questi giorni negli anni scorsi, e soprattutto al momento in cui lo assaporavamo. Il 5 maggio 2002 e quello 2010, il 4-0 di Anfield, l’ultima Champions del Milan. E così via, al punto che la nostalgia canaglia sale proprio in questi ultimi giorni, più che negli altri. Sarà negata dai più rigidi, ammessa dai più romantici, ma in fondo, dai, almeno un pizzico c’è per tutti.

 (Photo by Hector Vivas/Getty Images)

Siamo stati bene senza calcio anche perché abbiamo potuto distaccarci, guardarlo da lontano e pesarne pregi e difetti. Ci siamo resi conto che davvero il pallone è socialità. Come lo è un bar, a cui non abbiamo mai dato peso, ma ora che non ci si può andare pesa eccome.

Ci siamo resi conto che più della partita, abbiamo bisogno di ciò che la precede e ne consegue. I ritrovi, le birre, gli amici, la cena, la condivisione fisica del luogo in cui si guarda lo schermo, ma anche virtuale, nei fugaci messaggi per sottolineare questa o quella pessima o grande prestazione.

Ci siamo resi conto che la passione non è più quella di un tempo, è inquinata o sopita, ma quel che resta basta e avanza. Abbiamo bisogno di quelle emozioni, ci riempiono, anche se non riguardano la squadra del cuore. A volte è meglio un film, altre un grande evento, un’impresa sportiva di cui essere testimoni: e a farci più male, oggi, non è il fatto di non averne avuti per due mesi, ma il pensiero che da qui a chissà quando questi eventi saranno mitigati da un contesto ostile fatto di porte chiuse, altri pensieri (più importanti, certo) e la percezione che questa stagione sia ormai falsata.

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Manca il calcio perché il giorno prima e il giorno dopo non esistono. Perché non c’è più il bello, ma anche il brutto: la polemica sterile, il fastidio, la discussione, il collega pesante con quel sorriso insopportabile a sottolineare il tabellino del giorno precedente. Si vive meglio senza perché prima la dose era eccessiva, allora forse abbiamo capito in questi mesi a ripensarla, moderarla, calibrarla.

Ora possiamo essere tutti più oggettivi nei confronti di questo sport, possiamo sfruttare l’occasione per conservare lo sfottò corretto e cancellare gli avanzi. Forse molti si sono accorti che calcio è cultura. Altri ne hanno avuto conferma. Contiene tanta ruggine ma offre anche argomenti per un confronto. In questo periodo, nelle chat orfane del fantacalcio o dei gruppi di amici orfani del bar, si sono moltiplicati i messaggi sul calcio, questa o quella formazione, considerazioni sulla gestione della Federazioni, sulla ripresa, sul gioco di una volta e quello di oggi, e non essendoci i risultati in ballo le discussioni si sono elevate, portando una crescita. Vuol dire che si può, considerare il calcio come cultura. Il punto è mantenere questo atteggiamento anche in presenza delle partite, concentrandosi meno sul torto arbitrale e più sul gioco. Se questo non è avvenuto ora, e vi ha dato fastidio, il consiglio è quello di cambiare tavolo, o meglio, chat.

 (Photo by Matthias Hangst/Bongarts/Getty Images)

Abbiamo anche avuto la prova che di  calcio ce n’era troppo. Eravamo in overdose. Non è il calcio ad aver perso sapore, è la sua esposizione. Gli eventi sono ormai accavallati, è come se finito un primo ti portassero subito un secondo: magari sono entrambi stellati, ma si sommano i sapori. Se è vero che la carenza è soprattutto ciò che la partita porta con sé, troppe partite finiscono per fagocitare i contorni. Il calcio tutti i giorni diventa un’abitudine, non un piacere. Consola avere partite tutti i giorni, ma alla lunga diventa una droga che per definizione porta a smarrirsi. Ci vuole misura, quindi: meno e meglio.

La pausa ha aiutato, anche perché non è stata una scelta ma un’imposizione a cui adeguarsi, che toglie quindi responsabilità, pensieri, rimorsi. Ed è stata lunga, a suo modo “definitiva”: non come quelle “per le nazionali”, ad esempio, contro le quali imprecava anche il più appassito degli appassionati. Fa strano immaginarci ora, reduci da due mesi di astinenza tutto sommato senza mostrare ferite, ripensare a quando imprecavamo contro un intermezzo di partite per le qualificazioni ai prossimi Mondiali. C’era calcio, solo in altre vesti, eppure ci sembrava di finire in apnea per due settimane. Altro che due mesi, quelli in cui siamo stati lontano da un grande amore, e lui lo è stato da noi.

È stato un tempo sufficientemente lungo per riflettere, anche perché non esistevano distrazioni: i tentativi di ripresa non sono mai stati reali, nessuno ha mai avuto una reale speranza che il pallone tornasse a rotolare in poco tempo. E c’erano cose ben più importanti a cui pensare. Così c’è chi si è accorto di stare meglio senza, perché era già disamorato, e chi invece ha capito che è davvero innamorato, perché trova nel calcio una straordinaria compagnia. C’è chi lo ha ridotto a zero, inquadrandolo con precisione nel perimetro dell’inutilità, e chi invece lo ha rivalutato, posizionandolo tra le cose utili della vita proprio perché apparentemente inutile, di puro intrattenimento condiviso. Di certo, abbiamo una grande occasione: riposizionare il calcio dove dovrebbe stare. Cioè ricordarci, quando riprenderà, che è superfluo, ma proprio per questo può essere necessario.

One Comment

  • Roberto ha detto:

    Aggiungo solo una riflessione all’ottimo articolo. Superfluo sì, necessario probabilmente ma a certe condizioni. Dalla salute condizionata da eventi straordinari ad aspetti economici che oggi richiedono di essere rifondati.
    Un’industria che pianifichi, lavori per sè stessa e non sia una mucca da spremere, che realizzi profitti ed accumuli danari. Che abbia piani di disaster recovery, insomma una grande industria come ne abbiamo qui in Italia.
    Tutto quello che oggi il calcio non è e di questo calcio ho imparato a farne a meno volentieri anche se è lo sport che amo di più.

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