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Ma quanto pesa davvero il talento in una partita?

By 10 Aprile 2019

Una ricerca universitaria ha provato a quantificare l’incidenza dello spunto di un singolo durante un match. E i risultati sono piuttosto sconfortanti

 

Un Aquilone cosmico ingabbiato in un freddo dato statistico. Numerico. La rimonta del Liverpool nella notte di Atene contro il Diavolo; la Pulce che salta gli avversari a quattro a quattro; il Marziano che si arrampica a due metri e trentotto centimetri per rovesciare un pallone; un errore, una parata miracolosa, una rete insperata. Quanto vale un gesto tecnico? Quanto vale un gol? Un colpo di genio? In che misura viene quantificato, valutato, pagato? E previsto?

La risposta arriva dall’Università di Firenze e da quella di Roma Tor Vergata, dove i ricercatori hanno tirato fuori un algoritmo capace di applicare modelli di intelligenza artificiale al gioco del calcio. L’idea viene dall’incontro di due team (guidati dal professor Marco Sciandrone, Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Firenze).

Il supercomputer è stato allenato secondo pattern tipici di una partita, descritta nell’insieme da 120 caratteristiche, 60 per squadra: si va dai numeri di tiri in porta alla percentuale di possesso palla, dalla posizione media del baricentro della squadra alle palle recuperate, dai passaggi sbagliati a quelli corretti.

L’obiettivo è mettere alla prova le capacità dell’algoritmo, far sì che grazie all’intelligenza artificiale riesca ad individuare la squadra vincente senza avere informazioni sui gol, ma basandosi solo ed esclusivamente sul gioco espresso dai due contendenti in campo. La macchina è immersa a contare di volta in volta contrasti, scivolate, piroette, cross e colpi di testa, tiri da lontano e sciabolate troppo delicate. Capovolgimenti di fronte e ripartenze veloci.

Come funziona? Un algoritmo di intelligenza artificiale deve avere in ingresso un insieme di valori, denominati “caratteristiche” (features) dell’“oggetto” (pattern) che si vuole riconoscere oppure su cui si vuole fare previsione, e restituire in uscita un valore predittivo che può essere un punteggio (score) oppure un numero che determina la classe di appartenenza dell’oggetto (cliente affidabile o non affidabile). Per arrivare a questo è necessario seguire 5, lineari, passaggi concettuali:

1) definisci l’obiettivo della classificazione

2) definisci le caratteristiche (attributi) dell’oggetto della classificazione;

3) reperisci una base di dati (insieme di addestramento) contenente un numero sufficientemente ampio di “esempi” (casi reali e corrispondente evoluzione osservata)

4) addestri il modello matematico alla classificazione utilizzando l’insieme di addestramento e un algoritmo per la determinazione dei parametri del modello

5) fornisci una misura quantitativa della capacità di classificazione del modello addestrato

Il supercomputer è stato allenato su base sperimentale prendendo in considerazione oltre 8.400 partite (reali) del campionato italiano e dei principali campionati stranieri (che non sono finite in parità). E i risultati sono tutto un programma.

L’algoritmo è un osservatore neutrale e non influenzabile, dalla passione, dai pregiudizi. «Non conosce il valore delle squadre in campo, non conosce i giocatori, non conosce il fattore casa, non vede le azioni in cui sono stati segnati i gol. Analizza solo ciò che accade nel rettangolo di gioco per 90 minuti» spiega il professor Sciandrone.

La domanda, a questo punto, sorge con forza: esiste una giustizia nel gioco del calcio? C’è un dato di fondo, un Fato, un Mito alla base di tutti gli scontri? Ci sono due strade per rispondere al quesito.

La prima, quella più razionale, spinge verso i risultati dell’algoritmo: nel 90% dei casi essi coincidevano con quelli delle partite reali. I numeri, insomma, dicono che in fondo il calcio è regolato per oltre nove volte su dieci da una giustezza. E pure da una giustizia.

La seconda via, quella più ardua, impone di dare spazio a quel 10% rimanente, la fetta restante del cuore, l’altra metà della bilancia nella mano di Dike. Quella praticata dalle invenzioni del fuoriclasse, quella che lascia campo all’intervento dell’arbitro, a un suo errore, a un rinvio sbagliato del difensore o a una folata di vento, a un colpo di mano, di petto, di coscia o di tacco.

È la seconda linea di pensiero a confutare la teoria: il Real Madrid può spendere anche 1 miliardo di euro (e forse lo farà) per comporre (sulla carta) la squadra più forte del mondo (e non è detto che non l’abbia fatto) ma alla fine il peso di un calciatore, del calciatore più forte, più pubblicizzato, pagato e osannato può essere contabilizzato, studiato, ridimensionato rispetto all’investimento. Quanto incide, dunque, il genio di un singolo? Può esser racchiuso in quel piccolo 10% descritto dall’algoritmo?

Vale solo il 10% il tatticismo di Guardiola, il dribbling, secco, di Milito sul 2-0 contro il Bayern Monaco (nell’anno del Triplete), il primo trionfo del Chelsea di Di Matteo, il derby tedesco in finale di Champions regolato da Robben e poi quello spagnolo ripreso per i capelli da Sergio Ramos al minuto 93?

Vale solo il 10% la vittoria del Barcellona con la Juve (senza neanche un gol di Messi), il dominio targato Real (e Cr7) negli ultimi 4 anni? Vale solo il 10% la rimonta, storica, nei minuti finali del Manchester United di Solskjaer e Sheringham o il dramma, l’ultimo in ordine di tempo, di Karius, nell’ultima finale di Champions?  

Nel mondo schedato in cui si è trasformato il gioco del calcio, è possibile oggi analizzare, capire recepire e forse pure prevedere i risultati delle partite. Se si guarda alle ultime 10 finali di Champions League, quelle partite dove, si presuppone, ci sia il maggior numero di giocatori con il più alto tasso tecnico in campo a livello europeo, e forse pure mondiale, resta la sensazione di avere ancora una piccola possibilità di lasciare l’algoritmo (e pure i tifosi) a bocca aperta.

Nel dettaglio, è vero, c’è Dio. Ma nell’errore, a volte, si misura il cuore di un essere umano. E questo è molto più difficile da pesare.

foto: LaPresse.

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