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Maradona e l’Olanda si sono solo sfiorati

By 6 Marzo 2021

Il Pibe de Oro è sempre stato attratto dal calcio totale e a inizio carriera aveva provato, senza riuscirci, da qualche club olandese. Ecco la storia di un rapporto mai sbocciato

“Diego Maradona? Nooit van gehoord”. Mai sentito.

Difficilmente Meijer Stad avrebbe potuto sentirsi rispondere qualcosa di diverso dai club olandesi interpellati nel 1974 su un eventuale interesse nei confronti di un 14enne argentino che desiderava giocare nel paese del calcio totale. In quel periodo, l’attrattiva esercitata dalla rivoluzione calcistica oranje aveva raggiunto una platea globale grazie al Mondiale in Germania Ovest, sprigionando un fascino dal quale era difficile sottrarsi.

L’adolescente Maradona aveva visto la sua nazionale venire travolta dall’Olanda di Rinus Michels nella prima partita della seconda fase a gironi:  finì 4-0, ma il dominio dei tulipani andò ben oltre le reti segnate da Cruijff (doppietta), Krol e Rep. Un poker che seguiva quello rifilato alla stessa Argentina un mese prima, in un match di preparazione alla coppa del mondo (4-1 il risultato) che vide il difensore del Psv Eindhoven Pleun Strik segnare sia nella propria porta che in quella avversaria (piccola digressione, categoria statistiche inutili: quattro anni dopo un altro difensore del Psv, Ernie Brandts, avrebbe fatto lo stesso contro l’Italia al Mondiale ’78).

Allsport /Allsport

Miejer Stad non ha mai conosciuto personalmente Maradona. Era un uomo d’affari con un passato da calciatore stroncato dalla guerra e dai campi di concentramento. Era di origini ebraiche ma nemmeno chi lo arrestò, e chi lo tradì (la donna di un amico le cui avances erano state rifiutate da questo Casanova dal fisico atletico e di bell’aspetto), ne era a conoscenza. Fu internato come membro della resistenza olandese e riuscì a salvarsi nonostante, in un tentativo di fuga da un treno improvvisamente fermatosi in aperta campagna nei pressi di Buchenwald, si prese dieci pallottole in corpo.

I testimoni raccontano che fu proprio il suo fisico scolpito dagli anni trascorsi sui campi da calcio e sulle piste da atletica a salvargli la vita. Ma una volta finita la guerra non era più nelle condizioni di riprendere l’attività agonistica. Un commerciante di vini argentino gli parlò di Maradona e lui bussò alle porte di Ajax, Feyenoord, Fc Den Haag e Sparta Rotterdam. La risposta fu sempre la stessa, e molto probabilmente non avrebbe potuto andare in modo diverso, perché negli anni Settanta il continente sudamericano era un territorio completamente sconosciuto per i club olandesi. “No, non avevo mai sentito nominare Maradona”, ha ricordato Hann Sonneveld, all’epoca responsabile degli scout dello Sparta, “ma anche in caso contrario non avrei mai ricevuto il permesso dalla dirigenza dello Sparta di andare a vederlo. Fino in Argentina? Mai nella vita”.

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Sarà tutto vero o c’è qualche forzatura da storytelling? Stad era un personaggio dall’esistenza larger than life e dai contorni cinematografici, ma Simon Kuper, che ne ha raccontato la storia sul bimestrale di calcio e cultura Hard Gras, afferma che nel corso dell’intervista il diretto interessato gli mostrò un biglietto di auguri natalizi dove Diego chiedeva a Stad se si ricordava di lui, ringraziandolo per aver comunque provato a portarlo nella terra della “Naranja Mecanica”. Paese dove Maradona non ha giocato nemmeno un solo minuto nella sua carriera professionistica, dovendo attendere fino al 2005 per poter calcare il manto erboso di un campo di calcio olandese. Aveva 44 anni e lavorava come consulente tecnico per il Boca Juniors, invitato ad Amsterdam per un torneo amichevole con Ajax, Porto e Arsenal. Maradona riuscì a farsi dare un pallone dall’allora team manager David Endt e, nonostante il divieto imposto dalla società (proprio così, nemmeno a Maradona era consentito scendere in campo nella futura Johan Cruijff Arena per fare quattro palleggi e due tiri in porta), entrò sul terreno di gioco a fare qualche numero, tra gli applausi degli spettatori sugli spalti. Era il 31 luglio 2005. La sua prima volta in Olanda. Ci sarebbe poi tornato nell’agosto del 2017 portando in ritiro la squadra da lui allenata in quel periodo, l’Al Fujarah.

In realtà nei Paesi Bassi Diego da calciatore ci era già stato una volta, senza però mai scendere in campo. Era l’estate del 1982, iniziata con un Mondiale che per Maradona, e l’Argentina, si era chiuso in maniera frustrante: nel piccolo Sarrià di Barcellona il futuro Pibe de Oro era stato espulso per uno schiaffo rifilato a Batista dopo l’ennesimo pestone ricevuto. L’Albiceleste, sconfitta 3-1 dal Brasile, era tornata a casa. Non proprio il debutto mondiale che il giocatore aveva sognato, nonostante i 2 gol segnati in 5 partite.

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Il suo nuovo club, il Barcellona, aveva pianificato uno stage presso il Papendal, un centro sportivo immerso nel verde della Veluwe, la più estesa area boschiva olandese. C’era in programma una partita amichevole contro il Groningen, squadra che aveva destato interesse per un paio di amichevoli ben disputate grazie all’innesto in squadra di una serie di giovani di prospettiva: i fratelli Ronald e Erwin Koeman, e Ron Jans, ovvero l’uomo che proprio a Groningen anni dopo sarà, da allenatore, il primo mentore europeo di un giovane Luis Suarez. Ma Udo Lattek, il tecnico del Barcellona, non si fidava del Groningen, squadra più di lotta che di governo, e temeva per le gambe del giovane Maradona, che non era ancora stato presentato ufficialmente al popolo del Camp Nou. Così prese il telefono e chiamò il presidente del Groningen Renze de Vries: match annullato.

La prenotazione al Papendal però era stata pagata, quindi il Barcellona rimase fino al termine del soggiorno programmato. In quel periodo il centro ospitava anche la squadra di pallavolo femminile Delta Lloyd AMVJ, che si stava preparando per il campionato mondiale in Perù. Nonostante il ferreo divieto di Lattek di frequentare le atlete, Maradona e compagni, piuttosto annoiati dal pigro trascorrere del tempo tra un allenamento e l’altro, trovarono il modo di passare del tempo con le pallavoliste. “Conoscevo Maradona perché a 23 anni sapevo tutto di calcio”, ricorda Irene Pelser, nazionale olandese anni ’80 nonché madre di Irene Buijs, medaglia d’argento agli Europei di volley 2009, 2015 e 2017. Prima di diventare una famiglia di pallavolisti – Irene ha sposato un altro nazionale, Teun Buijs – i Pelser vantavano infatti una lunga tradizione da calciatori, dal momento che i fratelli Joop, Adriaan, Jan e Fons Pelser avevano militato nell’Ajax, giocando nel decennio che incluse la retrocessione (1914) e il primo titolo nazionale (1918).

t: Allsport UK /Allsport

Il figlio di Joop, Harry, padre di Irene, è invece stato titolare dell’Ajax durante il periodo bellico, dal 1939 al 1944. Joop Pelser è stato anche uno dei quattro ajacidi espulsi dal club nel Dopoguerra in quanto ritenuto colpevole di collaborazionismo, ma questa è un’altra storia. Irene Pelser frequentava gli stadi fin dalla giovane età, ma fece finta di non conoscere Maradona. “Questo lo indispettiva”, ha raccontato alla rivista olandese Santos, “e ci facevamo delle grandi risate assieme. Diego parlava solo spagnolo, quindi ci capivamo a gesti oppure coinvolgendo Bernd Schuster, che parlava tedesco, e Javier Urruti, che conosceva l’inglese. Fu divertente e non successe niente di particolare, nonostante fossimo nella liberale Olanda. Non ho mai più rivisto Maradona”.  Nemmeno l’Olanda lo rivide più, quantomeno da calciatore professionista, perché nella trasferta di Nijmegen dell’anno successivo, ottavi di finale di Coppa delle Coppe, il Barcellona si presentò in casa del Nec senza Maradona, la cui caviglia era finita in frantumi meno di un mese prima a causa del famigerato intervento del basco Andoni Goikoetxea che tenne lontano l’argentino dal campo per 106 giorni.

Nella selezione di Cesar Luis Menotti per il Mondiale casalingo del 1978 ci furono due esclusioni importanti: quella di Jorge Carrascosa, che mesi prima aveva rifiutato la convocazione per motivi mai del tutto chiariti (ma nel marzo del 1973 il giocatore aveva aderito pubblicamente alla sinistra peronista di Hector José Campora e non è difficile ipotizzare che né la Junta militar di Videla, né la zelante AFA lo avevano dimenticato); e quella di Diego Armando Maradona, considerato dal ct troppo giovane per la kermesse.

(Photo by Allsport/Getty Images)

Maradona perse così l’occasione di vivere sul campo, o quantomeno nel gruppo, la sfida finale contro l’Olanda di Ernst Happel; non più l’Arancia Meccanica di Gelsenkirchen che quattro anni prima aveva lasciato Diego a bocca aperta, ma sempre una squadra di ottimo livello. Dovette però attendere meno di un anno per affrontare, finalmente, gli arancioni, pur in un contesto completamente diverso. Per festeggiare il proprio 75esimo compleanno, la FIFA aveva organizzato a Berna un’amichevole tra le due nazionali che si erano contese l’ultima coppa del mondo disputata. Il 22 maggio 1979 al Wankford Stadion Maradona giocò così la sua prima e unica partita contro l’Olanda. Non fu memorabile, ma raramente le amichevoli sanno esserlo.

Diego testò in un paio di occasioni i riflessi del 35enne Pim Doesburg, portiere dello Sparta Rotterdam – una presenza in campo che dice tutto su come fosse percepita dai selezionatori la posta in palio. Dal momento che c’era un trofeo da sollevare, dopo lo 0-0 finale furono necessari i calci di rigore, che videro il successo dell’Argentina. Maradona trasformò il suo, mentre per i tulipani sbagliarono i due Jan Peters, rarissimo o forse unico caso al mondo in cui due omonimi (uno era un attaccante del Feyenoord, l’altro un centrocampista dell’AZ ’67 visto successivamente in Italia con Genoa e Atalanta) hanno sbagliato un rigore nel medesimo incontro. A fine partita Maradona scambiò la maglia a Johnny Rep. “Ero una delle vedette all’epoca”, ricorda l’ex nazionale oranje. “L’anno prima ero arrivato in finale di Coppa Uefa con il Bastia e in quel momento era reduce da passaggio al Saint Etienne, dove avrei giocato con Michel Platini. Quindi non mi sorprese quando Maradona venne a cercarmi. Lo conoscevo perché il suo nome circolava nell’ambiente, ma era davvero giovane. Che fine ha fatto la sua maglia? L’ho regalata a una bellissima ragazza còrsa”.

 

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