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Marcelo Salas, lo chiamavano Matador

By 24 Dicembre 2019

Compie 45 anni Marcelo Salas, il bomber cileno che ha toccato il suo apice con la maglia della Lazio. Un attaccante unico, che non segnava mai gol banali

La palla è ferma sul dischetto del rigore. Mentre Borriello parlotta con Salas, Riccardo Maspero si avvicina e con la punta del piede comincia a scavare una piccola buca. Il Matador prende la rincorsa e calcia alto. La Juventus, che era avanti 3-0 e si era fatta riprendere dal Torino sul 3-3, non riesce a vincere quella partita, e la colpa è di uno dei suoi ultimi acquisti, una stella prelevata da una Lazio in crisi finanziaria, che a Torino non avrà modo di brillare.

Eppure Marcelo Salas, nato a Temuco, cittadina di 260 mila anime a 675 chilometri da Santiago del Cile, il 24 dicembre di 45 anni fa, viene da tre anni di prodezze al limite dell’immaginabile. Ha un fisico tozzo, spalle larghe, baricentro bassissimo, un metro e 73 centimetri di altezza. Ma comunque vola. Vola ad altezze difficili da concepire, ha uno stacco da terra imperioso e un’abilità nel gioco aereo fuori dal comune. L’Italia lo capisce già ai Mondiali di Francia 98, quando Salas gliene fa due, il primo di rapina, il secondo di testa, prima che Baggio pareggi su rigore.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Il giocatore che arriva alla Lazio dopo il Mondiale è una punta che nel 1994, appena ventenne, ha fatto 41 gol in 46 partite nella Universidad de Chile, e che due anni più tardi si è trasferito al River Plate dove, dopo un inizio complicato, è stato protagonista della vittoria di un campionato di Apertura e di uno di Clausura.

Nel 1996 ha persino giocato la Coppa Intercontinentale contro la Juventus, la prima squadra europea che abbia incrociato sul suo cammino, l’ultima di cui avrebbe indossato la maglia. In quella partita, nei 7 minuti che gioca dopo essere entrato al posto di Julio Cruz, Salas incrocia Boksic, con cui anni dopo vincerà il secondo scudetto nella storia della Lazio, e Del Piero, che sarà suo compagno alla Juve e che quel giorno, con un destro stampato sotto l’incrocio dal vertice dell’area piccola, consegnerà la Coppa ai bianconeri.

LaPresse

In quegli anni Salas ha come compagni due giocatori estremamente diversi tra di loro riuscendo curiosamente ad assomigliare a entrambi nel modo di usare il suo fisico del tutto atipico e le sue doti tecniche. Ad Enzo Francescoli, con cui condivide l’esperienza al River, lo accomunano i movimenti tra le linee e dentro l’area di rigore, oltre al piacere innato per la giocata le doti da rifinitore.

Con Ivan Zamorano, suo collega di reparto in nazionale, condivide la capacità di usare il corpo per proteggere il pallone, uno straordinario atletismo, l’abilità nel gioco aereo. Ciò che ne risulta è un ibrido sostanzialmente immarcabile, forte di piede e di testa, tecnico e fisico al tempo stesso, che dopo essersi messo in mostra al Mondiale francese raggiungerà l’apice del suo potenziale in tre anni di straordinari successi alla Lazio.

Salas non segna moltissimo, per la verità. Al primo anno in Serie A, in coppia con Vieri, ne stampa 15, 24 contando anche i 5 in Coppa Italia e i 4 in Coppa delle Coppe. Negli anni successivi il suo bottino scenderà a 17 e 8 centri, penalizzato dall’incremento della concorrenza e da un turnover sempre più accentuato da parte di Eriksson.

Marcelo Salas

 Claudio Villa /Allsport

Quando segna, però, non lo fa mai in modo banale, e fa seguire ogni rete da un inchino con la mano destra protesa al cielo. Che sia con un sinistro potente al termine di una fuga di 30 metri, con un colpo di testa o, più spesso, in acrobazia, Salas lascia sempre a bocca aperta gli spettatori.

Se i primi due in Serie A, contro Inter e Empoli, sono frutto di astuzia e di una determinazione ferrea, il quarto, contro la Juve mette in scena subito una delle specialità della casa. Salas prova ad addomesticare col petto un cross di Conceição proveniente dalla destra, la palla però gli si allunga e sarebbe irraggiungibile se non si esercitasse in una mezza spaccata con cui la arpiona nuovamente con l’interno sinistro dribblando Iuliano e battendo De Sanctis con un tocco d’esterno. È un gol che ripeterà quasi identico due anni e mezzo dopo, nella triste serata del Mestalla terminata con un 5-2 del Valencia che la Lazio non sarà in grado di ribaltare nel ritorno di quarti di finale di Champions League.

Alla terza giornata della stagione 1999-2000, quella che si chiuderà con lo scudetto e in cui Salas si alternerà e accompagnerà in attacco con Boksic, Mancini, Simone Inzaghi e Fabrizio Ravanelli, ne fa uno col Torino che a vederlo ancora oggi non ci si crede. Il tentativo di verticalizzazione un po’ impacciato di Almeyda finisce tra i piedi di Mendez, che si sente sicuro, pure troppo, e ritarda il rinvio. Salas entra in tackle col destro e colpisce il pallone da sotto alzando una palombella imprendibile per Bucci. Semplicemente, non ha un senso.

Marcelo Salas

Gary M Prior/Allsport

Sono gol belli, irrazionali come quello segnato in un Lazio-Milan 4-4 salendo col piede a un’altezza dove si sarebbe potuti arrivare piuttosto comodi di testa. Sono gol spesso pesanti, come il sinistro improvviso con cui beffa Van der Gouw nella sfida di Supercoppa Europa contro il Manchester United, all’inizio della stagione 2000-01, a metà tra stada tra la Coppa delle Coppe e la doppietta scudetto-Coppa Italia.

Inoltre, in tre anni, Salas dimostra una straordinaria propensione all’assist e al passaggio chiave, sfrutta la sua abilità nell’uno contro uno per creare superiorità numerica e premiare i movimenti a tagliare e attaccare la profondità dei compagni. A beneficiarne sono soprattutto Simone Inzaghi ed Hernan Crespo, che con Salas fa coppia nell’anno post scudetto.

È per queste qualità che la Juve lo va a prendere insieme a Nedved nell’estate del 2001. La Lazio ha problemi di liquidità e mette il cartello “Saldo” sulla vetrina della gioielleria. L’operazione completa costa circa 100 milioni, ma se Nedved alla Juve completerà una carriera straordinaria arrivando fino al Pallone d’Oro, Salas finisce lì, su quel pallone sparato in curva al Delle Alpi, in mezzo alla buca scavata da Maspero.  La settimana dopo il suo piede rimane incastrato in una zolla del Dall’Ara, il ginocchio si torce in modo innaturale, saltano crociato anteriore e menisco. È la fine anticipata della stagione, ma anche della carriera europea del Matador, che dopo due anni, 32 presenze e 4 gol in bianconero torna al River.

Marcelo Salas

 Grazia Neri/ALLSPORT

Nella sua seconda esperienza porteña, sotto la guida di Manuel Pellegrini, incrocia Lucho Gonzalez e Mascherano, Gallardo e Cavenaghi, Maxi Lopez e Federico Higuain. E fa da chioccia a un ragazzo colombiano di 19 anni, un certo Radamel Falcao, che qualche anno più tardi farà cose decisamente interessanti con Porto e Atletico Madrid.

Salas però non è lo stesso, il suo calcio fisico paga lo scotto del bruttissimo infortunio al ginocchio, il corpo non risponde più come prima ai comandi della testa, le torsioni, le acrobazie, l’elevazione e i cambi di direzione repentini nel dribbling ne risentono. Il Matador torna a casa la U. de Chile, gioca altre quattro stagioni, poi lascia la Roja nel 2007 e il calcio un anno più tardi.

Oggi è tornato a vivere a Temuco, ha investito i soldi guadagnati in appezzamenti di terreno e si inchina soltanto per verificare che i mirtilli siano stati seminati correttamente. Di tanto in tanto i sui lineamenti incas si rivedono per la Capitale. Nel 2017 è tornato a Formello per far visita all’ex compagno d’attacco Simone Inzaghi, “sono più emozionato io di voi”, ha detto. Qualche mese fa si è scattato un selfie a Roma in compagnia di Favalli. Piccole concessioni a una mite nostalgia dei tempi che furono, quando il Matador si librava in aria per agganciare un pallone che forse colpire di testa sarebbe stato più comodo, ma sicuramente anche molto meno divertente.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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