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Marcelo Trobbiani, una vita in 87 secondi

By 10 Ottobre 2020

Nella finale dei Mondiali del 1986 “el Mandrake”, che gioca nella B spagnola, entra in campo a poco più di un minuto dalla dine, colpisce il pallone con il tacco e lancia il contropiede di Hector Enrique. Gli basterà per alzare la coppa.

A volte basta percorrere venti metri, colpire la palla di tacco, rimanendo in campo ottantasette secondi, e diventare campioni del mondo. Per ragguagli chiedete a Marcelo Trobbiani, “el Mandrake” del calcio argentino, che ha sollevato al cielo l’ambita coppa all’Azteca con Maradona e Burruchaga. La sbornia del 1986 ha finito per contagiare anche lui, l’ultimo degli iridati, se non altro per minutaggio. “Sono campione a tutti gli effetti – ci tiene a sottolineare il 65enne ex centrocampista – e a momenti con quel colpo di tacco in faccia a Briegel stavo favorendo un gol in contropiede di Hector Enrique”.

Pochi istanti dopo arrivò il triplice fischio del signor Arppi Filho e l’Argentina, senza un solo attaccante di ruolo, vinse il mondiale. “Nessun attaccante, ma con Maradona in campo e Bilardo in panchina tutto poteva accadere lo sapevamo bene. Quando partii per il Messico dissi ai miei compagni di club che sarei tornato con la coppa tra le mani. Loro si misero a ridere. Giocavo nell’Elche, in Spagna, inferno della seconda divisione, ma pagavano bene”.

Per gli annali Trobbiani è stato l’unico giocatore argentino di Serie B a vincere un mondiale, convocato da Bilardo forse più per scaramanzia che per fondamentali e riconosciute doti tecniche. “Ero amico di Valdano – ricorda – il nostro era un rapporto fraterno e Jorge ha sempre avuto un carattere piuttosto nervoso e polemico. Io riuscivo a calmarlo, era la mia specialità. L’allenatore mi chiamò nel gruppo e mi sistemò nella stessa camera”. Inutile sottolineare che Valdano disputò un torneo da dieci e lode. Dieci come la maglia del Pibe Maradona. “Ci siamo conosciuti ai tempi del Boca Juniors, io però ho dovuto lasciare Buenos Aires e accettare il primo contratto utile dall’Europa. Si fece avanti l’Elche e firmai. Avevo bisogno di soldi. Il Boca non navigava nell’oro e la panetteria di mamma e papà non faceva più affari come un tempo. Erano gli anni della dittatura. Arrivi a 21 anni e ti accorgi di essere il capofamiglia”.

In Spagna Trobbiani non si è tolto molte soddisfazioni, ostaggio di un club dalle ambizioni limitate. “Si festeggiava quando riuscivamo ad ottenere la promozione, però è stata la Seleccion ad offrirmi momenti indimenticabili”. I mondiali messicani? L’accostamento sembrerebbe spontaneo. E invece no. Trobbiani apre un cassettino della memoria e ci trova dentro una partita valida per le qualificazioni ai mondiali tedeschi del 1974. “Dovevamo giocare a La Paz, in Bolivia, a quasi 4mila metri d’altezza. All’epoca il ct era il grande Omar Sivori e se ne uscì con un’idea a metà strada tra il geniale e lo strampalato”. L’Argentina per abituarsi all’altura avrebbe avuto bisogno di un periodo di ambientamento. Così l’ex “cabezon” inviò a La Paz, un mese prima, un gruppo di giocatori giovani e senza esperienza internazionale, affidati al suo vice Miguel Ignomiriello. C’era appunto Trobbiani, ma anche Aldo Poy e Oscar Fornari. “In quel momento nacque la Selección Fantasma. Eravamo fantasmi, ma vincemmo a La Paz 1 a 0 con un gol di Fornari e volammo ai mondiali”.

In realtà i fantasmi rimasero tali: Sivori venne esonerato e il nuovo ct, Ladislao Cup, si affidò a elementi di esperienza. Trobbiani saltò anche i mondiali del 1978 e del 1982. “C’era Menotti in panchina, stravedeva per Ossi Ardiles, e non gli avrebbe mai creato concorrenza interna. Ardiles era permaloso”. Trobbiani parla a ruota libera, senza un pizzico di diplomazia. Una manna per i taccuini dei giornalisti. Anzi, lui stesso negli anni è diventato opinionista sportivo in Spagna e in una delle sue invettive chiese al Barcellona di silurare Rijkaard, reo di non mandare in campo un giovane Leo Messi. “Ho avuto ragione io. Certe risorse non vanno buttate ai rovi. Come l’interista Mauro Icardi, sta facendo cose notevoli anche al Psg”. Lo dice anche perché a scoprirlo è stato suo figlio Pablo, una carriera modesta, con un passaggio in Italia al Castel di Sangro nel 2000. Marcelo invece si è trasferito in Ecuador, dove dirige il settore giovanile del Barcelona di Guayaquil. “Scoprirò io il nuovo Maradona? Credetemi, il livello del calcio si è abbassato notevolmente. Basterebbe un nuovo Marcelo Trobbiani a regalare ossigeno al mundo de la pelota”.

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