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Marco Ferrante, l’ultimo vero uomo derby

By 5 Dicembre 2020

Storia dell’attaccante granata diventato iconico per la sua esultanza con il gesto delle corna

La cantilena nostalgica del “prima era meglio” non mi ha mai preso più di tanto. Bello scoprire il passato, ma più che altro per vivere meglio il presente, anche da un punto di vista calcistico. Proprio per questo motivo, non vediamo l’ora che rispunti in uno dei quattro derby che si giocano in serie A il cosiddetto “uomo derby”, una tipologia di calciatore normale, per non dire mediocre, che però quando gioca la stracittadina si esalta, andando quasi oltre se stesso e le sue capacità fisiche, atletiche e tecniche.

Non possono far parte di questa categoria calciatori come Totti, Shevchenko, Ibrahimovic, Boniperti, Del Piero perché troppo grandi per essere confinati in questo ruolo, ma altri per cui quelle partite hanno segnato in maniera indelebile le loro carriere. Uno su tutti Enrico Candiani, il quale prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia con l’Inter che con il Milan, segna ben 10 gol all’altra squadra, oppure Benito Lorenzi, per gli amici e i nemici “Veleno”, capace di decidere molti derby, di cui uno con un gol all’86’ nel 1952.

A Roma non si può non fare il nome di Dino da Costa, attaccante meraviglioso, grande amico di Garrincha, ancora oggi detentore di gol segnati nella stracittadina della Capitale con 12 gol, così come i tocchi di classe di “Raggio di Luna” Selmosson i laziali non potranno dimenticarli. A Genova poi c’è un nome che emerge su tutti, quello di “Pinella” Baldini, l’unico calciatore ad aver segnato in un derby con tre maglie diverse: Andrea Doria, Sampdoria e Genoa.

LaPresse

Ma andiamo a Torino e parliamo dell’ultimo vero uomo derby che abbiamo conosciuto, Marco Ferrante. Ferrante era un discreto attaccante, bravo nel giocare intorno ad una punta centrale e nell’essere attivo e sveglio per l’intera partita. Non ha mai fatto caterve di gol però per lui il derby contro la Juve era “la partita” e lì non voleva essere solo uno dei tanti.

Il suo primo derby è quello del 7 novembre 1999. È ancora un derby molto anni ’80, in cui la Juve è superiore però il Toro ha quei calciatori che in quella determinata partita danno di più e la mettono in difficoltà. È un derby sporco, come accadeva appunto da venti anni, Bazzoli fa 10 ammoniti e butta fuori sia Davids che Lentini, ma nessuno merita davvero la vittoria. Terminerà 0-0 e il battesimo di Marco Ferrante non sa di niente.

Nel successivo, durante la stessa stagione calcistica, nasce già il marchio. Quello del 19 marzo 2000 è un derby in cui Alessandro del Piero dimostra la sua bravura tecnica e quanto è moderno come calciatore. Attira sempre fuori dalla linea Bonomi e Maltagliati, per poi servire i tagli di Zidane e gli smarcamenti di Inzaghi. Il Toro di Mondonico gioca molto semplice: palla alta per Silenzi e Ferrante a lanciarsi sulla palla spizzata. C’è prima un autogol di Brambilla, dopo un movimento di Del Piero, e poi Collina da un rigore contro la Juve dopo 40 domeniche senza. Ferrante segna e nascono le “corna di Ferrante”, una sorta di “Vi ho purgato ancora” che richiama il simbolo del Torino e tutto l’ardore di chi quella partita sembra giocarla come un toro che dovrebbe essere vittima della squadra più forte ma invece fa di tutto per sopravvivere. Eppure quella volta, nonostante un secondo rigore generoso sempre segnato da Ferrante, il Toro perde 3-2.

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Si passa così al derby del 14 ottobre 2001, un derby che diventa romanzo già al fischio finale. In quanti modi possiamo descrivere quella partita? È il derby del 3-0 in 25 minuti per la Juve. È il derby di un dominio assoluto dei bianconeri nel primo tempo. È il derby che fa riscoprire Lucarelli ai tifosi torinisti. È il derby della rimonta del secolo, perché finisce 3-3. È il derby della buca di Maspero. È il derby del meteorite di Salas. Ma su tutto è il derby di Marco Ferrante, il quale entra al primo minuto del secondo tempo, con la Juve strabordante sul 3-0 e confeziona assist, gol e incornata su cui poi Maspero appoggia in rete per il pareggio finale. Una partita che diventa tattoo eterno per un calciatore.

Il successivo è un altro derbyssimo, tirato e infuocato. Ferrante segna l’1-1 e questa volta la vicenda delle corna è più scenografica, perché corre sotto la Maratona e lo attende un capote, un drappo granata per una sua embestida, la carica che aizza l’intero popolo torinista. Non è finita lì. Il Toro va in vantaggio, ma Enzo Maresca pareggia con un gol meraviglioso all’ultimo minuto. E chi di corna ferisce, di corna perisce, perché il salernitano lo imita, o meglio lo sfotte e a fine partita tutti lo cercano per menarlo.
Molto eloquente e potremmo dire dirimente le parole di Ferrara a fine partita, il quale dice: “Anche se Maresca avesse voluto fare il segno della zebra, nessuno sa qual è”.

Gli ultimi due derby della stagione successiva sono abbastanza mogi. Il Torino a fine anno andrà in B con 21 punti, ultimo in classifica, la Juve è irresistibile, aveva vinto e vincerà anche quello scudetto. La distanza è abissale e oltretutto li arbitra entrambi De Santis di Tivoli.

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Il penultimo è un 4-0 senza speranze e senza garra granata. Davvero sembrano squadre di tre categorie differenti. Ferrante sbaglia anche un rigore, parato da Buffon. L’ultimo derby di Marco Ferrante è più lottato da parte del Toro. La Juve segna subito e Stefano Fattori si trova di fronte a Buffon, inscenando un balletto di finte che lo porteranno a sbagliare un gol quasi impossibile da sbagliare. Finisce poi male con quattro espulsi, tre del Toro, Romero che se ne va perché è una farsa, Moggi che si incazza pure perché è stata una caccia all’uomo (e ha pure ragione), Ferrante in questo casino scompare.

Non giocherà mai più un derby, ma chi è anche solo un leggero conoscitore di calcio, ha un ricordo di lui molto chiaro: vestito di granata con le dita a simbolizzare due corna. Sarà per sempre così.

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