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Marco Pantani, il milanista

By 13 Gennaio 2020

Oggi Marco Pantani avrebbe compiuto 50 anni. Ecco un pezzo che racconta l’altra grande passione del Pirata: il Milan

Oggi Marco Pantani se fosse ancora tra noi avrebbe cinquant’anni. E come altri milioni di tifosi milanisti sarebbe un po’ in ansia per le sorti della sua squadra del cuore. Già, il Pirata era un grande fan dei colori rossoneri, non l’ha mai nascosto: anzi, è comparso spesso in televisione con tanto di sciarpa o maglia del Diavolo.

Non era un ultrà, certo, non aveva nemmeno tutto quel tempo a disposizione per andare allo San Siro o in trasferta: però, quando poteva, eccolo. Ce lo ricordiamo, ad esempio, alla partita d’addio di Franco Baresi, in un San Siro strapieno e commosso per il ritiro del suo capitano, il 28 ottobre del 1997: Pantani è lì, ospite d’onore, durante l’intervallo è uno dei tanti sportivi che fanno la processione verso il numero sei.

Marco Pantani

Tom Able-Green/ALLSPORT

Dopo Paola Pezzo, anche lei ciclista, oro olimpico ad Atlanta ’96, tocca a Marco. Gerry Scotti sul palco, il Pirata entra in campo un po’ timidamente indossando una giacca verde quasi fosforescente talmente grossa che lo rende una specie di palestrato; in quel momento è proiettato verso la stagione successiva, che nessuno ancora immagina potrà essere quella della leggenda, della doppietta Giro-Tour, impresa mai più riuscita ad alcun corridore da allora. Ha vinto due splendide tappe (Alpe d’Huez e Morzine) alla Grande Boucle di quell’anno, dopo che alla Corsa Rosa un gatto, tagliando la strada al gruppo, l’aveva fatto cadere costringendolo al ritiro: ennesima botta di sfortuna in una carriera già toccata dalla malasorte. Sul podio di Parigi terzo, dietro Ullrich e Virenque: quindici minuti di distacco in classifica generale rispetto al robotico tedesco, considerato pressoché imbattibile al Tour, troppo forte a cronometro e capace di resistere in montagna.

Stringe la mano a Baresi con timore reverenziale, Pantani. Non è roba di tutti i giorni poter vedere così da vicino, addirittura toccandolo, uno dei propri idoli. Annuncia all’ormai ex capitano del Milan di avergli lasciato in spogliatoio come regalo una bicicletta. “Visto che sicuramente adesso avrà un po’ più di tempo libero gliela farò avere per fare qualche bel giro”, dice. Baresi, di solito poco loquace, lo ringrazia, gli dà un buffetto e gli porge a sua volta un omaggio. Pare di vedere quasi un padre e un figlio.

Marco Pantani

Alex Livesey /Allsport

Per il Milan quella è una stagione disgraziata, la seconda consecutiva lontanissimo dalla lotta scudetto e persino dalla zona-Europa. È tornato Fabio Capello in panchina, ma finirà con un dodicesimo posto, lo spogliatoio a pezzi, e l’ultima partita in casa del campionato, contro il Parma, in cui i tifosi tireranno le uova in campo e dando addirittura le spalle alla squadra, a tutto. Molti giocatori sono a fine ciclo, qualcuno come Marcel Desailly piange durante la contestazione: non si salva nessuno, a partire dai disastrosi nuovi acquisti Patrick Kluivert, Ibrahim Ba e Christian Ziege, presentati l’estate precedente in una mega-kermesse televisiva e trasformatisi in comparse partita dopo partita.

Si potrebbe dire che non avrebbe potuto tifare altrimenti, Pantani, nato e cresciuto in quella Romagna che ha dato al Milan due allenatori capaci di riempire, sia pur in maniera diversa, la bacheca del club rossonero. Naturalmente parliamo di Arrigo Sacchi, di Fusignano (Ravenna) e Alberto Zaccheroni di Meldola (Forlì-Cesena). La Cesenatico del Pirata, dove mamma Tonina vendeva le piadine, è lì, in zona.

Alex Livesey /Allsport

Proprio durante la stagione 1998-99 Marco è presente spesso in televisione, ospite a “Quelli che il calcio”, ad esempio. Ed è testimone di una delle vittorie più folli e rocambolesche del Milan in ottica-scudetto: a Bologna, nella prima giornata del girone di ritorno, quando una rete di Bruno N’Gotty su punizione oltre il novantesimo dà il 3-2 definitivo ai rossoneri.   È la prima partita da titolare di Christian Abbiati, con una squadra talmente rabberciata che Zac nella ripresa è costretto a buttare nella mischia lo sconosciuto sedicenne Mohamed Aliyu Datti al posto di Leonardo. Uno che toccherà il campo solo un’altra volta con il Milan, quattordici mesi dopo, contro il Torino. Peraltro è proprio lui a conquistare la punizione trasformata in gol da N’Gotty.

Pantani in quel gennaio del 1999 è lo sportivo più famoso d’Italia, probabilmente. Ovunque vada, frotte di tifosi lo seguono: del resto, ha appena vinto Giro e Tour de France, ha paralizzato l’intero Paese l’estate precedente trionfando sotto un diluvio inenarrabile sul Galibier, azzerando le resistenze di un Ulrich molto meno robotico e baldanzoso, e ottenendo l’ovazione del pubblico sugli Champs Elysées, in quell’immagine ancora oggi commovente di Felice Gimondi a premiarlo, a sollevargli il braccio sul podio, il Pirata con un sorriso tirato, con un velo di tristezza. Quando torna a Cesenatico per festeggiare il trionfo c’è persino il presidente del consiglio Romano Prodi, grande appassionato e praticante di ciclismo, a pedalare con lui mentre diecimila piadine vengono preparate per l’occasione.

Marco Pantani

Mandatory Credit: /Allsport

Il Milan vince lo scudetto il 23 maggio del 1999 e Marco è di nuovo al Giro, dove quel giorno, quella domenica bollente in cui i rossoneri piegano 2-1 il Perugia al Renato Curi, indossa la Maglia Rosa. Poche ore prima aveva dato spettacolo sul Gran Sasso, da cui invece provenivano immagini tutt’altro che primaverili, con neve ai bordi della strada e freddo. Un attacco, uno dei suoi soliti: Jimenez a 23 secondi, Zulle a 26, Gotti a 33. L’avrebbe persa subito, la Maglia Rosa, a cronometro, mai stata la sua specialità: se la sarebbe goduta Laurent Jalabert per una settimana, prima di cederla di nuovo al Pirata, che non era raro vedere con una bandana rossonera, in gruppo.

Sembrava destinato al bis al Giro d’Italia, Pantani, e invece è finita come tutti sappiamo: Madonna di Campiglio, il controllo del sangue, l’ematocrito a 52, l’esclusione dalla corsa, lo specchio rotto con un pugno per la rabbia, l’inizio dell’abisso. “Penso che se Marco avesse voluto stare al passo dei più forti in salita gli sarebbe bastato usare una Graziella”, commenterà così l’accaduto Adriano Galliani, l’allora amministratore delegato del Milan, uno dei tantissimi interpellati a commentare il caso.

Il giorno dopo la sua morte, il 15 febbraio del 2004, i rossoneri scenderanno in campo con il Lecce con il lutto al braccio: Paolo Maldini chiede e ottiene dall’arbitro anche un minuto di raccoglimento in ricordo del grande campione. Non era previsto dal protocollo.

 

Alessandro Ruta

About Alessandro Ruta

Vive tra Milano e Bilbao, è nato nel 1982. Giornalista, lettore di qualsiasi cosa, una figlia, otto libri scritti, cinque lingue parlate

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