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Marco Rossi ha messo radici

By 25 Novembre 2020

Dopo una lunghissima gavetta nella periferia del calcio, ora l’allenatore di Druento ha trovato la sua dimensione sulla panchina della nazionale ungherese

Il tiro da lontano di Szoboszlai contro l’Islanda, nello spareggio per la qualificazione agli Europei 2020, è un lunghissimo piano sequenza, di quelli ormai leggendari di Béla Tarr, nel quale si svolge più che la vita del talento ungherese quella di Marco Rossi; siamo al minuto novantuno, manca poco alla fine, non basta il pareggio raggiunto tre minuti prima da Nego, deve accadere qualcosa di più incredibile e accade.

La palla batte due volte a terra prima di entrare in rete, il tiro è teso, una linea che si storce come ferro filato e a quel punto la vita di Marco Rossi comincia a parlare con le parole di Miklós Radnóti, grande poeta ucciso dai nazisti nel 1944 il cui cadavere viene ritrovato due anni dopo in una fossa comune con il taccuino di preghiere e di poesie nascosto nella tasca dell’impermeabile.

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci nei miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.

(Photo by Laszlo Szirtesi/Getty Images)

Quel fiore che esce fuori dal ghiaccio è il futuro prossimo di Marco Rossi, ce ne ha messo di tempo ma infine il frutto è maturato in una terra assai lontana da Druento, piccolo paesino poco distante da Torino, dove è nato; da giovane è un terzino sinistro caparbio che gioca appena un paio di partite nel Torino prima di trasferirsi al Campania Ponticelli (dal 1986 Campania Puteolana) che l’anno prima, nel 1983, per un punto non è salito in serie B; in quella stessa estate vengono rapite, uccise e bruciate le bambine Barbara Sellini e Nunzia Munizzi provocando dolore, vergogna e colpa; il Ponticelli è squadra della periferia napoletana, quella raccontata anche in un film doloroso di Nunzia De Stefano,“Nevia”, storia di un’adolescente cresciuta in un campo container del quartiere orientale di Napoli.

Marco Rossi riprende a cambiare squadra: Catanzaro, cinque anni a Brescia, la Sampdoria di Vialli e Mancini, una Coppa Italia, poi Messico, nell’Ámerica allenato da Bielsa, passaggio all’Eintracht Francoforte infine Piacenza, Ospitaletto e Salò. Un movimento continuo che nei tanti sliding dooors qualche anno dopo si presenteranno a cambiargli direzione. Finisce la prima parte della sua esistenza, anni di semina anche se il terreno pare ghiacciato e avaro fino allo stomaco; lui, Marco Rossi, abita a Pozzuoli, l’urbe del Mamozio, statua che il popolo ottocentesco trasformò in santo taumaturgo e idiota oggi dimenticato dalla città stessa, e di Pergolesi, dove secondo la leggenda terminò lo Stabat mater il giorno stesso della sua morte; l’ancor giovane Marco, dopo la prima fine, comincia ad allenare ma il fiore è ancora costretto nel gelo quando si trova a Lumezzane e a Busto Arsizio (Pro Patria), le cose vanno né troppo bene né troppo male.

Le serie minori sono budella nervose che stringono e spesso fanno male, allena lo Spezia, la Scafatese e subito dopo la Cavese, soldi pochi spesso nemmeno quelli, il mestiere di vivere la fatica di vivere, la sopportazione continua, salvi squadre disperate, vai avanti ma nessuno ti chiama, al massimo ti chiedono soldi per andare a raccattare a pagherò qualche squadretta in categorie inferiori; ci sono anni che somigliano a finestre d’inverno.

(AP Photo)

Marco Rossi ha a che fare anche con umiliati e offesi; è il mondo del sottosuolo, fatto di rancore e invidie, di ombre e di bisbigli, capita allora che a un certo punto l’ormai un po’ meno giovane Marco segua un corso di formazione, inutile continuare a credere di poter allenare tra squadre indebitate e irriconoscenza, meglio lavorare con suo fratello commercialista. Eppure ha imparato tanto dal loco Bielsa, ossessionato dal calcio e dagli avversari, in Messico guardava centinaia di vhs nel suo ufficio per capire come matare il nemico, una immagine alla fratelli Coen; giocare partendo dal basso, dalla difesa, quando la difesa era ancora considerata la distruzione del gioco più che la sua genesi.

Il ghiaccio, senza che Marco Rossi lo sappia, sta cominciando a sciogliersi, una sera si trova a Budapest in un ristorante italiano gestito dal suo amico Pippo Giambertone conosciuto anni prima a Francoforte, a tavola confida la sua amarezza e il suo sconforto, colpa di un mondo che gira sempre in senso antiorario; appena Pippo gli confida che il dirigente sportivo dell’Honvéd, il pugliese Fabio Cordella, sta cercando un nuovo allenatore le porte girevoli cominciano a muoversi, il fiore sta uscendo dal ghiaccio. Marco Rossi si fa coraggio e lo chiama, si parlano e quell’anno diventa il mister della squadra di Budapest che campa a malapena nella bassa classifica ma è pur sempre la squadra del leggendario Puskás di cui gli parlava suo nonno quando era bambino; Dezső Kosztolányi nel suo capolavoro, “Anna Édes”, disegna la stato d’animo dell’allenatore piemontese.

“Quando la mattina aprì gli occhi – come capita alle persone alle quali il giorno precedente aveva riservato una svolta positiva che avrebbe cambiato la vita grama e senza prospettive -, ripensò meccanicamente alle preoccupazioni passate, perché dormendo aveva dimenticato che cosa era successo il giorno precedente”
È l’anno 2012, suo figlio Simone debutta nella serie A di pallanuoto, forte difensore del Posillipo e il padre, cinque anni dopo, tra tribolazioni dimissioni e reintegri, vince lo scudetto con l’Honvéd a oltre venti anni dall’ultimo; la festa però finisce subito, Marco Rossi va allo Streda, squadra slovacca in territorio di etnia ungherese, per contrasti con la dirigenza che non mantiene il patto economico promesso in precedenza. In quella parte della Slovacchia è cresciuto Lajos Grendel, acre umorista autore di uno dei più bei romanzi sulla fine del comunismo (“Le campane di Einstein”), e da quelle parti Marco Rossi ci resta solo un anno dopo un terzo posto mai raggiunto prima dallo Streda; di nuovo le porte girevoli si muovono decise.

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

Anno 2018, diventa ct della nazionale ungherese, sa pochissime parole della lingua, troppo difficile, una delle più difficili. Quasi gira la testa per questo nuovo improvviso giro, la vita davvero non sa fare a meno degli uomini, anche se ci vuol far credere il contrario, anche quando si fa roca, anche quando è la nostra debolezza, ce ne accorgiamo soprattutto quando decide di somigliare alla vita di qualcuno.

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