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Cellino story

By 25 Agosto 2019
Massimo Cellino

Stasera, probabilmente, non saprà bene per quale squadra tifare. Massimo Cellino è l’uomo che ha riportato il Brescia in Serie A nove anni dopo l’ultima volta, eppure dal cuore e dalla mente il Cagliari non è mai andato via. «Se sento chiamare il presidente del Cagliari, ancora oggi mi giro».

È un istinto, un riflesso condizionato da 22 anni d’amore incondizionato e tormentato, foriero di soddisfazioni (parecchie) e tanti dolori. Cellino aveva 36 anni quando prese il club in mano dai fratelli Orrù. Rampollo di una dinastia del grano, divenne il presidente più giovane della Serie A con un’operazione rapida e improvvisa.

Non capiva molto di calcio, per sua stessa ammissione, ma le cose sarebbero cambiate. “Entrai dagli Orrù per comprare le mattonelle, e ne uscii proprietario del Cagliari”, raccontò lui stesso. Un’operazione da 16 miliardi, 8 per l’acquisto, altrettanti per ripianare i debiti di una società che dopo il doppio salto dalla C alla A con Claudio Ranieri in panchina, si avviava pericolosamente verso il fallimento.

Photo LaPresse Turin/Archives historical

In panchina c’era Carletto Mazzone, il ds era Carmine Longo. Da loro due Cellino avrebbe imparato gran parte di quello che sa oggi sul calcio. Cominciò la sua avventura da presidente con una cessione pesante e dolorosa, quella di Daniel Fonseca al Napoli, ma si mostrò da subito ambizioso. Ci provò con Klinsmann e Schillaci, ci riuscì con Weah. Trovò l’accordo col Monaco e il giocatore, ma Mazzone mise il suo veto: «Presidente, lasci stare, il giocatore è ancora troppo acerbo».

La stagione fu comunque trionfale e si concluse con la qualificazione alla Coppa Uefa. Il Cagliari di Francescoli e Matteoli, di Festa e Pusceddu, di Firicano, Moriero e Cappioli, chiuse il campionato al sesto posto. Poi Mazzone ricevette l’offerta dei sogni dalla Roma e andò via. Partì anche Francescoli, arrivò Dely Valdés.

La stagione iniziò col primo esonero di Cellino: Gigi Radice, monumento del calcio italiano, saltò alla prima di campionato, sostituito da Bruno Giorgi, che portò la squadra a una salvezza complicata ma anche alla semifinale di Coppa Uefa, eliminando la Juventus e spaventando l’Inter. Il Cagliari giocava bene, divertiva, e nelle notti europee esaltava un popolo intero come ai tempi dello scudetto.

Vittorio Pusceddu (LaPresse).

In quegli anni Cellino cominciò a costruirsi la sua fama, nel bene e nel male. In 22 stagioni da proprietario del Cagliari avrebbe centrato grandi colpi e qualche clamoroso bidone, scoperto allenatori eccellenti e rimediato grandi sole, stretto un legame a doppio filo con l’Uruguay grazie ai rapporti col procuratore Paco Casal.

Dopo Francescoli, Fonseca ed Herrera arrivarono Dario Silva, Fabian O’Neill, Diego Lopez e Nelson Abeijon. Persino un allenatore fantastico come il Maestro Oscar Washington Tabarez. Ma anche meteore come Tejera, che non mise praticamente mai piede in campo, o Luis Romero, che secondo alcuni giocò persino troppo e che arrivò sull’onda di una rivolta dei tifosi del Peñarol per la sua cessione, ma che a Cagliari non riuscì a far altro che spizzare di testa i lanci lunghi di Marco Pascolo.

Correva l’anno 1996-97, cominciato con Gregorio Perez allenatore nell’idea che si potesse replicare la bella avventura di Tabarez. Cellino si era lasciato prendere la mano e quell’estate aveva ingaggiato il portiere svizzero accompagnato dal difensore centrale connazionale Ramon Vega e dal sudafricano Erik Tinkler. Perez fu cacciato, arrivò Mazzone e la stagione terminò con la più dolorosa delle due retrocessioni dell’era Cellino, tra le lacrime di Sandro Tovalieri al termine dello spareggio di Napoli contro il Piacenza.

Ramon Vega affronta Marco Delvecchio. (Foto LaPresse Torino/Archivio storico).

La seconda sarebbe arrivata tre anni dopo, nel 2000. Il Cagliari era tornato in A subito con Giampiero Ventura. Erano rimasti Muzzi, O’Neill e Silva, si erano aggiunti Zanoncelli, Tovalieri e Vasari. Il Cagliari tornò in A, vi restò giocando bene. Ventura riuscì addirittura a realizzare il record assoluto di permanenza a Cagliari per un allenatore nell’era Cellino: due stagioni piene. Poi anche quel sogno si spezzò.

Tornò Tabarez, fu esonerato e sostituito da Ulivieri, e il Cagliari chiuse la stagione al penultimo posto nonostante Mboma. In quell’anno, però, arrivarono due giocatori che avrebbero segnato la storia dell’era Cellino, David Suazo e Daniele Conti. Ci sarebbero voluti quattro anni e una serie di allenatori improbabili come Bellotto, Sala e Nuciari prima di rivedere il Cagliari raggiungere la promozione con Reja.

Qualcosa però aveva cominciato a rompersi. Erano iniziati i problemi con lo stadio, col Sant’Elia coperto dai tubi innocenti e l’illusione di un nuovo impianto moderno. La struttura rimessa a nuovo per Italia 90, 14 anni dopo era poco più che un rudere. Cellino dava la colpa al Comune, il Comune la dava a Cellino. Il Cagliari finì a giocare a Trieste e si ritrovò per qualche mese con un Bruno Ghirardi presidente. Dopo aver cambiato tre allenatori nelle prime tre giornate (Tesser, Arrigoni e Ballardini) Cellino partì, se ne andò a Miami, fondò persino una squadra di calcio in Florida, il Cagliari Striker, ma il richiamo del pallone fu troppo forte e alla fine rientrò.

(Enrico Locci/LaPresse).

Voleva lo stadio nuovo e cominciò a litigare col Comune di Cagliari, non troppo intenzionato a cedergli i terreni a Sant’Elia. Comprò dei terreni a Elmas, a due passi dal centro d’allenamento intitolato al padre Ercole ma anche troppo vicino all’aeroporto. Così l’Ente nazionale per l’aviazione civile stoppò sul nascere un progetto che avrebbe bloccato qualsiasi futura espansione dello scalo cagliaritano.

Trovò l’accordo con quello di Quartu Sant’Elena, mettendo “a posto” in fretta e furia lo stadio di Is Arenas. Ma per la questura l’impianto non era a norma e per la procura c’erano più ombre che luci sugli atti che avevano portato il Cagliari la trasloco. Cellino finì in carcere nel 2013, insieme al sindaco di Quartu Mauro Contini, per tentato peculato e falso ideologico. Gli arresti domiciliari furono revocati tre mesi dopo, ma Cellino fu rinviato a giudizio ed è ancora in attesa di processo.

Lui sicuramente spera che l’udienza non venga fissata di venerdì 17, vista la sua nota scaramanzia. Quel numero è sempre stato un tabù: a Cagliari nessun giocatore poteva indossarlo, nessun giocatore che fosse nato il 17 di qualsiasi mese poteva giocare, e persino per l’ingaggio di Balotelli, ormai fatto, ha preferito posticipare l’annuncio perché cadesse il 18 agosto, e non il giorno prima.

Massimo Cellino

(Foto Stefano Nicoli/LaPresse).

Una volta, mentre il Cagliari andava male e a gennaio sembrava già retrocesso in B, dopo che Marco Giampaolo era stato esonerato per la seconda volta in due stagioni e si era rifiutato di tornare perché “la dignità non ha prezzo”, decise di spargere il sale sulla panchina rossoblù prima di una sfida casalinga contro il Napoli. Gli azzurri andarono avanti, ma il Cagliari trovò due gol nel recupero con Matri e Conti, e da lì costruì la salvezza dei miracoli con Ballardini in panchina.

Stanco dell’Italia, Cellino aveva ormai deciso di espatriare: prima col West Ham, poi col Leeds. La prima operazione non si concluse mai, la seconda sì, dopo lunghe peripezie e con la Football League che ha provato in tutti i modi a ostacolare l’ascesa al calcio inglese di un imprenditore già inquisito e con un contenzioso aperto col fisco italiano.

Venduto il Cagliari a Giulini, dopo mirabolanti voci di emiri arabi e improbabili cordate americane, cominciò un’avventura inglese che si è però rivelata un flop, con tre stagioni in cui non è arrivata la promozione in Premier League. Così Cellino ha venduto anche il Leeds ed è tornato in Italia, al Brescia, dove ha portato tutta la sua competenza, la sua scaramanzia, il suo carattere e la chitarra elettrica.

Massimo Cellino

Cartelloni di protesta dei tifosi del Leeds contro Massimo Cellino. (Photo by Alex Livesey/Getty Images).

L’anno scorso ha chiamato Suazo, con cui per la verità non si era lasciato benissimo nella seconda breve parentesi del calciatore honduregno a Cagliari, e gli ha affidato la panchina della prima squadra. Dopo poche giornate l’ha esonerato sostituendolo con Corini, e il Brescia ha ritrovato la Serie A otto anni dopo l’ultima volta. Domenica tornerà a Cagliari da avversario e magari a tratti dimenticherà di essere il presidente del Brescia. “Non penso sia un caso, piuttosto uno scherzo di cattivo gusto”, ha scherzato al sorteggio del calendario. Ci si sarà messa di nuovo di traverso la Dea bendata.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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