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Mauricio Pinilla, nessun limite tranne il cielo

By 4 Febbraio 2021

Quella di Pinilla è una storia di valigie, speranzose a volte, rammaricate altre, in una serie di sogni e di  peregrinazioni lo fanno diventare un Don Chisciotte chiamato a una sua personale battaglia contro nemici visibili e non

Non si può raccontare questa storia senza partire da una rovesciata: troppo semplice, penserà il lettore, quasi scontato. Lo si vada a dire a quei tifosi del Grosseto che, in un anonimo gennaio del 2010, faticarono a credere alla realtà prima, sognarono poi, davanti a ciò che il quarantesimo minuto di una partita da classifica media aveva offerto ai loro occhi: palla volante dalle retrovie, attaccante sospeso in aria, piede ad uncino e sfera sul palo a sancire l’incompiutezza, a predire e sintetizzare al tempo stesso cosa era stato finora e cosa sarebbe potuto essere poi.

Il commentatore parlerà di un colpo quasi finto, di una coordinazione pazzesca, restando per il resto dei minuti abbagliato e dimentico di un uno a uno pure combattuto e con un espulso per parte: è Pinilla la variante inaspettata che si prende cronaca e flash mettendo da parte il resto del creato.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Pinilla, al secolo Mauricio Ricardo Pinilla Ferrera, numero 51, in onore di quell’area che nel Nevada stuzzica sempre racconti su marziani e oggetti volanti non identificati. Lo stesso Pinilla che, per vestire la maglia biancorossa del Grosseto, dovrà convincere la dirigenza per sette giorni consecutivi, aggregandosi in estate alla squadra e dovendo dimostrare di poter essere, di voler essere un calciatore professionista: i ventiquattro gol in campionato, il record di marcature consecutive eguagliato – accostando un certo Gabriel Omar Batistuta – e la chiamata del Palermo in serie A per la stagione successiva sono cronaca condivisa e conosciuta.

Sarebbe bello continuare questa storia da qui, celebrando e lucidando la bellezza: bello, ma disonesto. Il passato non muore mai, diceva Faulkner, non è nemmeno mai passato: se a ventisei anni sei in cadetteria a giocarti la carriera vuol dire che qualcosa, nell’ingranaggio dei fatti, non è andato come d’auspicio. Quella di Pinilla è una storia di valigie, speranzose a volte, rammaricate altre, in una serie di sogni e di successive peregrinazioni che fanno diventare il nostro un perfetto personaggio di Cervantes, un Don Chisciotte sui generis chiamato ad una sua personale battaglia contro nemici visibili e non.

(Photo by Buda Mendes/Getty Images)

L’inizio coincide con uno dei più classici terni al lotto che hanno portato, nelle sinergie di mercato tra Inter e Chievo, a grandi soddisfazioni (Julio Cesar) e ad ulceranti amarezze (Kerlon Foquinha). Pinilla, con un parentado ligure come punto d’appoggio, riconoscerà che è questa l’occasione di una carriera, il biglietto della lotteria che non si può non vincere. Basterebbe un po’ di storia del calcio a frenare gli entusiasmi: la serie A non è terra inesplorata, ma luogo d’azione di punte cilene che hanno fatto piegare le mani e gonfiare le reti, giganti –  e non mulini a vento – così prestanti da ricevere soprannomi romanzeschi come El matador o così rinomati da poter giocare a proprio piacimento con i numeri, sommando sulle maglie l’uno e l’otto per far comprendere chiaramente che la punta, quella vera, era arrivata in campionato per lasciare agli altri briciole e dispiaceri.

Salas e Zamorano hanno fissato la misura, e proprio del secondo il nostro è investito prosecutore. Il campo si vede poco però, e forse anche la testa: scarso minutaggio, fama più per gli scherzi che per i gesti tecnici e inizio di quella maledetta girandola di prestiti che ha fatto troppe vittime nei tempi passati e presenti: Celta Vigo, Sporting Lisbona e Santander, Scozia perfino, con l’Hearts che lo compra prima  per rispedirlo poi a ritrovare se stesso e il gol in quell’Universidad de Chile che lo aveva lanciato giovanissimo decidendo infine, a stretto giro, di rescindergli il contratto.

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Eccolo il baratro, eccola la paura: nel mondo ci sono due razze, recita l’opera di Cervantes, quella di chi ha e quella di chi non ha: la punta cilena sembra aver smarrito le marcature e l’identità, ombra di sé, promessa ormai gravata dalla triste etichetta di meteora.

Potremmo essere già qui a raccontare la fine, l’insensatezza di una carriera che avrebbe dovuto essere e non è stata, potremmo addirittura cercare il colpevole (allo specchio Mauricio, è allo specchio, come candidamente ammesso in un’intervista rilasciata dopo un’ennesima marcatura segnata all’Inter): stiamo invece per raccontare una rinascita, giacché se il calciatore in questione con la serie B c’entra poco, come pubblicamente ammesso dal suo allora compagno Pippo Carobbio nell’accoglierlo in un Grosseto del quale farà, come precedentemente raccontato, la storia, e se neppure è casuale la chiamata in un Palermo che conta tra i suoi una serie di semi-sconosciuti d’oro del calibro di Ilicic, Joao Pedro e Javier Pastore, è da qui che scatta la scintilla, inizia nella mente dell’uomo e dell’atleta una personale chiamata alle armi che non potrà accettare rinvio: il sangue si eredita, dice Don Chisciotte, la virtù si acquista, e in nome di quella virtù Pinilla comincerà una sua personalissima battaglia contro miscredenti e insicuri, troppo pronti a declassarlo come attaccante di secondo livello o possibilità ormai passata (e mancata) negli anni trascorsi.

Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

La strada continua e la serie maggiore è ormai categoria conquistata, anche nel mutare casacca sempre cercando, parafrasando Marquez, città di porto o di mare, per la famiglia, per l’abitudine a pescare e per quella necessità fisiologica di operare vicino all’elemento acquatico collezionando avventure sulla costa. Arriva il Cagliari triestino, quello delle trasferte al Nereo Rocco in attesa di risolvere le problematiche connesse allo stadio, quello di un Cellino intenzionato in prima persona a garantirsi le prestazioni del cileno, quello di un pubblico che vedrà Pinilla, nell’ottobre 2013, da vicinissimo: marcatura al Catania a cinque minuti dal termine, sardi in vantaggio e necessità di sancire di persona un legame che si è strutturato nel tempo mescolando calciatore e sostenitori, tifosi e tifati, uomini e cavalieri uniti da una causa comune.

Ancora però non basta, e neppure ci si può accontentare: al nostro personaggio manca un tratto preciso, qualcosa che lo renda riconoscibile tra tanti. L’idea, o meglio l’azione, perché il nostro è un eroe di duello, ritorna prepotente più tardi, dopo una parentesi genoana, col trasferimento in una Bergamo che è poco di mare e ancor meno di porto, ma che vede Pinilla al punto cruciale della carriera: siamo al giro dei trenta, è l’ultimo biglietto per diventare uomo del vivo ricordo o figurina nelle mani di qualche appassionato.

L’arma è la migliore possibile e anche quella che forse, rispetto ai tempi, è la più efficace: la seria A è terreno solido di punte saldamente piantate a terra, di colpi di testa e spallate. A saltare in cielo, a sfoderare quella sforbiciata che non a caso prende il nome di chilena – inventata, si dice, dal connazionale Unzaga quasi un secolo prima – non ci pensa proprio nessuno: troppa fatica, troppo rischio, poca concretezza. Eccolo, il punto di non ritorno, con il dilemma e la scelta ben spiegata da Cervantes: “tra i due estremi, codardia e coraggio, c’è quello di mezzo, la prodezza”.

Foto LaPresse – Mauro Locatelli

Mauricio Ricardo Pinilla Ferrera ha capito che se non siamo di questa terra allora potremo essere del cielo, che se si cammina a fatica allora tocca volare: proprio il Cagliari, la terra tanto amata, ne sarà vittima all’inizio del febbraio di un 2015: cross dalla fascia, palla perfetta per un’inzuccata, rovesciata controcorrente che si aggrappa alla sfera per accompagnarla in rete. Nessuna esultanza, ma occhi diversi: la via è inforcata, scelta l’armatura, deciso il modo di affrontare lo scontro. Anche quando non converrebbe, anche quando la logica direbbe altrimenti, perché Pinilla è matto, dirà Nainggolan, un altro che di limiti e loro superamento ne capisce non poco: capita contro il Torino, con una palla spedita nel centro che potrebbe essere fermata e scaraventata dentro da qualcun altro, non certo dal nostro: stop e girandola nell’aria a sancire un marchio di fabbrica, un bisogno intimo e per assurdo diffuso, perché la gente il biglietto lo paga per vedere cose che non sarebbe in grado di replicare.

La palla fa la barba al palo, prova generale della sforbiciata che ammutolirà il portiere qualche minuto più in là gonfiando la rete. La prodezza non servirà al risultato, ma ormai si combatte per qualcosa di più ampio, giacché quella del 51 è una battaglia per la libertà, per la dimostrazione a sé e agli altri dei validi motivi che gli fanno calcare quei campi non per grazia ricevuta.

Foto LaPresse – Iannone

Ne arriveranno altre, tentate col Verona e segnate col Cesena e il Sassuolo, ma sarà una a restare impressa nei cuori e nelle menti, ed è su quella che spegneremo la luce, perché gli eroi non vanno ricordati per l’interezza della loro vita, ma per quell’attimo che li consacra rendendoli tali: è aprile, con un Milan avanti di un gol e Alino Diamanti dalla bandierina a cercare la riscossa. In porta un certo Donnarumma, giovanissimo di certo, sopra la media dei già bravi portieri italiani di sicuro: compire l’atto sarebbe sconsigliabile, forse sconsiderato. Certe cose però non si decidono ed è il cuore a comandare: palla calciata nel mezzo, respinta da Bacca e rigettata dentro da un compagno. Alta, a scendere: proibitiva. Palla da marziani, da gente col cinquantuno su una schiena che si inarca, s’avvita e dà la misura al corpo: la violenza del piede sulla sfera e il sasso che diventa il portiere avversario sono semplice contorno.

L’ha fatto di nuovo, urla il commentatore, l’ha fatto di nuovo, riconoscendo il sigillo, il colpo che non potrà più essere ripetuto senza attribuire la paternità a chi, per sangue, per natura e per riscatto, di quel colpo si era riappropriato. Poi la vita andrà avanti di certo, si tornerà in Cile a calciare palloni e la massima serie italiana sarà un ricordo: della vita però, alla fine, cosa importa, e cosa importa di sconfitte o di vittorie quando si è trovato il coraggio di affrontare i giganti, di arrampicarsi e andare, seppure per un attimo soltanto, perfino più in alto di loro.

Auguri Pinilla, e grazie: nessun limite tranne il cielo.

 

 

 

 

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