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Maurito e i suoi fratelli

By 5 Agosto 2019

Icardi, Insigne e Florenzi indossano la fascia al braccio, eppure non sono riusciti a far breccia nel cuore dei tifosi. Anzi, negli ultimi anni la fascia di capitano sembra essere diventata più un fardello che un motivo di orgoglio

Capitani coraggiosi e idoli luminosi. Erano tali solo pochi anni o addirittura mesi fa. Sta succedendo qualcosa in serie A, una sorta di metamorfosi antropologica che allontana ancora di più il calcio dal suo essere una passione e un gioco per portarlo definitivamente dalle parti del business cinico e baro.

In serie A sembra essersi spento qualcosa, le fasce da capitano vengono strappate via da braccia tatuate (non di rado anche con lo stemma della squadra che si rappresenta), i beniamini del pubblico cadono nell’oblio. E per una volta presidenti, dirigenti, giornalisti e tifosi sembrano andare d’accordo. Dimenticate gli anni in cui a Trigoria si protestava per l’addio di Cufré, in cui Signori rimane alla Lazio e non va al Parma per una rivolta popolare, gli anni in cui Roberto Baggio si rifiuta di battere un rigore contro la squadra che lo ha fatto partire mettendo a ferro e fuoco una città d’arte.

Ora, in nome delle plusvalenze o delle esigenze di spogliatoio, di nuovi allenatori o di scambi di mercato utili, di rinnovi difficili o società straniere, nessuno riesce a salvarsi.

La maledizione dei capitani
Parlavamo di quella mitica fascia al braccio, che per anni è stato il sogno, insieme alla numero 10, di ogni calciatore, di ogni bambino. Un simbolo, lei e chi la porta. Questo, almeno, fino a qualche anno fa. Ricordate Bruscolotti che l’aveva conquistata a Napoli per natali, anzianità e battaglie impavide in Europa e in Italia? Pal ‘e fierro ruppe una tradizione per consegnarla a Diego Armando Maradona, “obbligandolo” a portare lo scudetto sul Golfo. Allora si conquistò lunghi articoli dei giornali, con l’argentino commosso e determinato a esaudire il desiderio del compagno.

Ora è cambiato tutto. Ora quella fascia è una maledizione, chi la indossa finisce male. La Juventus scudettata non si è fatta problemi a cacciare senza retorica Alessandro Del Piero che l’ha indossata per più di un decennio, così come Buffon, suo erede (pur riaccolto per far da balia a Sarri), così come a Roma ci hanno strappato il cuore per l’addio a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro del Capitano e di Capitan Futuro, Francesco Totti e Daniele De Rossi (ora al Boca Juniors, che meraviglia), ma in fondo queste sono storie d’altri tempi. Storie che ci hanno fatto indignare o almeno dispiacere, in ossequio a quel ruolo, a quel simbolo, racconti dolenti che ci hanno fatto giudicare Agnelli e Pallotta come due manager senza cuore.

Ma è altrove che tutto questo è diventato normalità. All’Inter dove dopo Zanetti e l’interregno di Ranocchia hanno dato quel vessillo a Maurito Icardi. Che lo ha onorato a suon di gol, esultanze e rimanendo in una squadra che non ne voleva sapere di tornare in Europa e quando lo faceva rimediava figure barbine. Tutti lo volevano, lui rimaneva fedele ai colori nerazzurri. Il Ma(o)rotta cinese lo ha cancellato: è bastato un golpe croato di compagni poco inclini a far gruppo, un nuovo amministratore delegato ansioso di protagonismo e Icardi è diventato una ruota di scorta, per la società, i compagni e i tifosi, a partire da quella Nord con cui litigò per un’autobiografia e poi si riconciliò.

Non va meglio a Napoli, che pure ai suoi giocatori si affeziona: Paolo Cannavaro, che tornò in B per riportare il Napoli in A (ha tatuato addosso, letteralmente, la data dell’ultima promozione) fino alla prima Coppa Italia dell’era De Laurentiis, così come Marek Hamsik, che ha rinunciato a ogni sirena di mercato, dopo aver assaggiato molta (troppa?) panchina se ne sono andati nella sessione invernale della campagna acquisti, senza neanche l’onore di una partita d’addio, al massimo con un applauso dagli spalti del San Paolo in una anonima partita di campionato. Peggio è andata a Christian Maggio, che al suo ultimo match in azzurro si è visto negare da Maurizio Sarri l’ingresso in campo e ha fatto un giro di campo a partita finita, andando poi in B al Benevento. E non è che Lorenzo Insigne, l’attuale capitano, se la passi meglio. I tifosi lo sacrificherebbero per avere Icardi, il presidente lo bacchetta dandogli dell’immaturo, l’allenatore ci scherza ma gli ricorda di fare meglio il suo lavoro.

A Roma dopo l’addio delle ultime due bandiere del calcio italiano, Alessandro Florenzi, l’eroe dell’eurogol da centrocampo contro il Barcellona, il bello de nonna, non ha fatto in tempo a prendere i gradi che si è visto delegittimato (a favore di Lorenzo Pellegrini) persino dal Pupone. Metà tifoseria gli dà del mercenario per l’ultima trattativa per il rinnovo di contratto, l’altra metà per 30 denari (pardon, milioni di euro) lo porterebbe a spalle fuori dalla Capitale.

A Milano, sponda rossonera, va pure peggio. E in fondo non c’è da stupirsi, da quelle parti fischiarono Maldini il giorno del ritiro. Se Romagnoli per ora sembra salvarsi, ma suscita pochi entusiasmi, pensate a Leonardo Bonucci, che se la prese per meriti di curriculum e per rivalsa, poi fuggito e tornato a casa con la coda tra le gambe, e a Riccardo Montolivo, umiliato con un’intera stagione in tribuna. Un lungo addio, in linea con la lentezza dell’ex centrocampista della nazionale. Bene ha fatto Donnarumma a scansarla, ma il solo averla ipotizzata non lo ha risparmiato dalla maledizione, tra rinnovi contestati, un rapporto difficile con la tifoseria e tutte le estati in lista di sbarco.

Alla Lazio dove i capitani cambiano più spesso, non è che sia andata meglio: Biglia è stato venduto senza tanti rimpianti, Lulic, che quel riconoscimento l’ha ottenuto con il gol del 26 maggio 2013 che permise ai biancazzurri di alzare in faccia la Coppa Italia ai cugini giallorossi, sta vivendo un lungo e faticoso declino. Peggio è andata al suo secondo Radu che pur vantando più di un decennio a Formello, ora è ai margini dal progetto tecnico, costretto anche alle pubbliche scuse per ritrovare uno strapuntino nello spogliatoio. Fa male solo ricordare la Fiorentina, con il dolore mai sopito per Davide Astori – ma almeno quella rimane una storia d’amore d’altri tempi tra un giocatore e una comunità – ma dopo di lui Badelj se n’é andato a parametro zero e Pezzella sogna la Roma.

Rimane l’Atalanta con il suo Papu Gomez: capitano d’oltreoceano, ha fatto miracoli a Bergamo e lui sì è stato protetto dai tifosi, dal presidente e dal suo cuore. Tante occasioni di andarsene, tante tentazioni, ma il cuore ha vinto sui soldi, sulle possibili plusvalenze di Percassi o sugli ingaggi faraonici per lui. Senza mai un fischio, neanche nei mesi più difficili. Il calcio ha ancora un cuore, almeno laddove la maglia conta più della vittoria, le storie di Criscito al Genoa, tornato dalla Russia per chiudere con i colori del cuore, e di Belotti al Torino, che la maglia granata ce l’ha stampata addosso, sono una felice eccezione.

Gli idoli caduti
C’è anche, però, la maledizione dei titoli dei giornali, dei cori dedicati, dei giocatori divenuti dei e poi caduti malamente. Pensate a Paulo Dybala, celebrato, con quella benevolenza che i giornali sportivi italiani concedono spesso alla Vecchia Signora, come nuovo Lionel Messi. Ora è trattato come un pacco postale, come la via per arrivare al gigante Romelu Lukaku, come un impiccio fastidioso perché lui a quei colori ci tiene e vorrebbe rimanere. Va detto che una tiepida reazione qualche tifoso, sotto casa sua e a Vinovo, l’ha manifestata, ma in tanti tifano perché vada oltre Manica. Altro che falso nueve come ipotizzava Sarri, al massimo falso idolo.

Alla Lazio sembra non imbroccarne più una Ciro Immobile, che molti tifosi volevano capitano e che ora in tanti individuano come uno degli elementi che bloccano la crescita dei biancazzurri e a proteggerlo ora è soprattutto Lotito, uno che non si fa problemi a vendere quando conviene. A Roma, sponda giallorossa, di idoli caduti ormai non ce ne sono più, ma solo perché li vendono prima con una tattica geniale: la società fa in modo che se ne parli male e poi quando se ne vanno sembra una liberazione. Fu mitico il caso Benatia: Pallotta e dirigenti paventarono un suo ruolo dannoso nello spogliatoio, ma gli ex compagni alla prima Juve-Roma lo abbracciarono come un fratello.

Non dissimile la strategia a Napoli, ma lì si vende molto di meno, però il caso Pepe Reina è stato illuminante. Non sembrano esserci rivolte per i mancati rinnovi di Callejon e Mertens, beniamini del pubblico (il secondo è stato ribattezzato Ciro!) che rischiano di andar via a fine stagione a parametro zero. E ancora Suso al Milan (con Cutrone che era il futuro della patria mandato sottocosto in Inghilterra) così come il vicecampione mondiale Perisic all’Inter non si trovano in posizioni migliori.

Un tempo una cessione, anche di una seconda linea, era un piccolo dramma. Ora basta un commovente post sui social, un “non vi dimenticherò mai” a cui la società risponde “grazie di tutto”, ricordandosi di non esultare per un gol all’ex squadra e tutto sarà come prima.

Forse è giusto così, ma il calcio è poesia, amore, racconto, emozioni. Lo amiamo per questo, non per le plusvalenze.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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