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Maurizio Gaudino, l’uomo che non c’era

By 24 Aprile 2020

Tedesco di nascita e italiano di origine, Maurizio Gaudino è stato un fantasista più potente che tecnico. Ecco la parabola di un uomo che si è sempre trovato a metà strada (e della sua intervista passata alla storia)

Quella di Maurizio Gaudino è la storia del grido solitario di un uomo che non sarebbe dovuto essere là. Uno spaccato finale di calcio anni Ottanta, quello di Maradona e Platini, ma anche di Mario Been e Davor Jozic, che le figurine Panini creavano una sorta di democrazia iconografica, dove campioni e carneadi convivevano nello stesso pacchetto.

Un giocatore dal cognome italiano e dalla nazionalità tedesca, germanese, come venivano chiamati gli emigranti in Germania quando rientravano in Italia, che per un momento incrociò persino il più grande, Diego Armando Maradona – l’uomo che più di ogni altro ha dato forma gli anni Ottanta calcistici – osando perfino sfidarlo sullo stesso piano. E provando addirittura a batterlo. Ma raramente finisce bene chi, come Icaro, vuole avvicinarsi troppo al sole.

L’immagine del grido, fotografia istantanea di un’epoca che inconsapevolmente declinava, racconta di un uomo solo verso la propria panchina, intento a saltare e fare gesti inconsulti mentre i tifosi sono in silenzio e i compagni arrancano dietro, increduli anche loro. Maurizio Gaudino ha appena segnato, al San Paolo, il primo gol della finale della Coppa Uefa del 1989, giocata fra Stoccarda e Napoli.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Chissà che cosa pensava Maurizio, lui di famiglia campana (padre di Orta di Atella, madre di Frattamaggiore), mentre si preparava ad esplodere un destro che vorrebbe terrificante, uno dei suoi colpi migliori, lui così simile, da perfetto immigrato integrato, ai numeri dieci tedeschi degli anni Ottanta e Novanta, da Thon a Matthaeus. Potenti, razionali, “pesanti”. Nessun dribbling di troppo (anzi a volte nessun dribbling), nessun tunnel, niente colpi di tacco o rabone. Ma potenza, tanta, ed efficacia, tantissima. Di solito alla fine della carriera, quando perdono mobilità, si trasformano in “liberi”, poiché hanno lancio, contrasto e visione di gioco. Matthaeus, ancora lui, così ha quasi vinto una finale di Champions League.

Comunque Gaudino ha già preso la rincorsa, e dalle immagini di oggi vediamo che guarda per terra, è concentratissimo ma non si interessa di dove andrà il pallone, quel tiro se lo “sente” proprio. La palla calciata è bassa, centrale, inoltre all’ultimo momento Maurizio incrocia con la punta dello scarpino destro una zolla del prato e il piede si incastra per un istante nella terra umida, contribuendo così a far perdere potenza al tiro.

Il risultato però è glorioso: il pallone perde forza, sì, ma grazie a quella zolla acquisisce un effetto beffardo, si alza e si abbassa e provoca uno scherzo terribile al portiere del Napoli. Gli passa sotto la pancia. Giuliano Giuliani, che fra le doti ha una grande agilità, nota un rimbalzo strano, forse un’altra zolla, e insomma… È stato un gol brutto, fortunato (per Maurizio Gaudino), quasi irrispettoso in una finale di coppa e davanti a Diego Armando Maradona.

Maurizio Gaudino

(Photo by Tobias Heyer/Bongarts/Getty Images)

Giuliani può comunque sentirsi sollevato: un rigore di Maradona e un gol di Careca hanno ribaltato il punteggio, e ora il Napoli può andare a giocare il ritorno a Stoccarda con più calma. Loro dovranno attaccare per forza, e Maradona in contropiede è micidiale (non è così che con l’Argentina ha segnato quel famoso gol contro l’Inghilterra? Inglesi ad attaccare e lui da solo a smarcarseli tutti come fossero bevitori di birra ubriachi). Se il Napoli vince, nessuno si ricorderà più del suo errore (chiamiamola col suo nome: è stata una “papera”).

Per Maurizio Gaudino no, per lui la questione è diversa: segna e corre da solo verso il bordo del campo, dove ancora non c’è nessuno. Si fa il segno della croce in un silenzio irreale, con il pubblico che neanche lo fischia, all’inizio. Poi arrivano i compagni ad abbracciarlo, ma quei tre secondi da solo, di fronte ai paisà in silenzio, se li è presi tutti. Si dice che quando arrivò da Stoccarda all’aeroporto di Capodichino per la partita trovò i parenti a portargli la pastiera e i capicolli, ma la cosa più strana, per chi in quel momento stava guardando la televisione, è l’intervista finale. Senza sponsor dietro come accade oggi, con almeno venti persone nella visuale della telecamera e tre tizi – amici? Parenti? Semplici tifosi? – che praticamente lo spingono da dietro.

Il giornalista Rai non va troppo per il sottile: “Hai segnato il gol, ha vinto il Napoli, che cosa dici?”. Inizia così una delle interviste più surreali dei post-partita di coppa, con Gaudino che parla un ottimo italiano-napoletano (“vabbuò, ci sta a seconda partita, a noi c’abbasta un gol, speriamm’ ch’o facimmo”), lui che ovviamente è madrelingua tedesco, e conclude con un classico ma evidentemente evocativo “noi, due a uno c’abbasta”, che finisce per influenzare anche il misurato giornalista Rai, che con un sorriso quasi supponente termina la diretta con “due a uno vi abbasta…” per poi correggersi immediatamente con “vi basta” e ridare la linea allo studio.

Ma sarebbe ingiusto ridurre la figura di Gaudino a un’intervista a fine partita, con l’adrenalina ancora alta, per di più di fronte al Napoli di Maradona, lui napoletano di origine, e ai suoi familiari. C’è poi ancora il ritorno da giocare, per di più in casa. Solo che a Stoccarda Gaudino e i suoi compagni trovano una bella sorpresa: quasi trentamila napoletani, per lo più emigranti in Germania, hanno comprato il biglietto per fare il tifo per la “loro” squadra: e il loro idolo non è Gaudino, germanese come loro, ma ovviamente Diego Armando Maradona, che molto più di Gaudino riesce ad incarnare il riscatto degli oppressi attraverso le magie del suo piede sinistro.

È come se il Napoli giocasse un’altra volta in casa. D’altronde la storia del calcio è piena di questi scherzi: succederà anche alla nazionale italiana, durante la prima partita del mondiale americano, nel 1994, contro l’Irlanda. Si giocava a New York, e gli italo-americani si erano affollati ai botteghini mesi prima per comprare i biglietti. Ma i tre colori delle bandiere che decoravano le curve erano bianco, verde e… arancione. Gli italo-americani avevano infatti rivenduto i biglietti agli irlandesi, che ora erano la maggioranza sugli spalti.

Per la cronaca: la partita finisce tre a tre, ma il Napoli domina e non rischia mai davvero di perdere la coppa. Maradona non segna ma fa segnare Careca e Ferrara. Gaudino invece segna anche stavolta, il goal del momentaneo due a tre, con un tiro se possibile peggiore di quello dell’andata e deviato dalle gambe tozze di un difensore napoletano; un altro gol inutile, anche se potrà vantarsi tutta la vita, inascoltato, di aver segnato il doppio dei gol di Maradona in una finale europea. Perdendola però.

Maurizio Gaudino

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

A Gaudino l’anno successivo non riesce neanche la vendetta più feroce: non viene convocato per i Mondiali che la Germania avrebbe vinto proprio in Italia e proprio contro l’Argentina di Maradona. Si ritrova a guardare la finale in televisione, forse facendo il tifo per gli azzurri nella semifinale contro l’Argentina e piangendo dopo i rigori di Donadoni e Serena. Forse inoltre pensa con tristezza che la nazionale per lui rimarrà un sogno, ora che nella Mannschaft confluiranno i calciatori della Germania Est, atleti fortificati dal calcio proletario della Ddr.

E invece a inizio anni Novanta gioca il suo miglior calcio: corre, segna, procura assist ai compagni, e vince un incredibile scudetto, il primo della Germania riunificata, con annessa supercoppa nazionale, con lo Stoccarda nel 1992. Non viene convocato per gli Europei di quell’anno che la Germania perderà in finale contro la Danimarca, ma ai mondiali americani, due anni dopo, Maurizio Gaudino fa parte dei ventidue. Poteva essere quella la sua grande rivincita, lui, germanese, a far vedere una volta per tutte agli yankee chi è che comanda a calcio. Risultato: la Germania esce ai quarti contro la Bulgaria, per mano di Hristo Stoichkov, e Gaudino saluta il Mondiale senza scendere mai in campo, nemmeno per un minuto.

Prosegue la sua carriera in Inghilterra, al Manchester City, che al tempo non era un’isola calcistica costruita da sceicchi milionari, ma una squadra di mezza classifica del campionato inglese. Nella Premier ancora si giocava a calci e spintoni a centrocampo, o a palle lunghissime per le spizzate di enormi centravanti, contrastati da difensori centrali arcigni e lenti. Un calcio che non era per lui, evidentemente, come non era più per lui la Bundesliga (una sola presenza nel suo ritorno all’Eintracht Francoforte), e forse nemmeno il campionato messicano, dove giocò una stagione a Città del Messico, con l’América, prima di tornare in Europa, al Bochum e al Basilea, anche questa volta con scarsa fortuna.

Maurizio Gaudino

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Finirà poi la in Turchia, all’Antalyaspor, in una sorta di emigrazione al contrario rispetto alle migliaia di turchi che avevano raggiunto la Germania per ricostruirla dalle macerie della Seconda guerra mondiale e si erano installati a Kreuzberg e dintorni. Da lì termina la sua carriera di calciatore, a parte una presenza nel Waldhof Mannheim, nelle serie minori tedesche, proprio nel club in cui aveva iniziato la propria parabola da professionista, quasi a voler chiudere un cerchio imperfetto ma affascinante.

Sempre a metà strada o involontariamente controcorrente, Maurizio Gaudino, proprio come in quell’intervista a fine partita del 1989, in cui sembrò al tempo stesso tedesco, napoletano, germanese e italiano, in un tentativo forse troppo difficile per il calcio di fondere le sue molteplici identità.

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