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Superman a tempo determinato

By 1 Settembre 2019

Imperforabile ai Mondiali, decisamente battibile con i club, Memo Ochoa è comunque diventato uno dei portieri più iconici degli ultimi anni. Dopo una campagna europea non certo irresistibile, ora è tornato al Club America per chiudere la carriera

Che Guillermo Ochoa sia un un personaggio dal notevole potenziale mediatico, lo si è capito quando, dopo la vittoria del Messico sulla Germania nella gara d’esordio dello scorso Mondiale, la vecchia segretaria dell’ufficio stampa di Bernie Sanders ne ha evocato la figura per lanciare una stoccata alle controverse politiche anti-migratorie di Trump: “Abbiamo già un muro”, ha cinguettato su Twitter, allegando una gigantografia di Ochoa in versione vitruviana, con lo sguado concentrato e le braccia allargate a coprire tutto il paesaggio retrostante.

Già in passato, tuttavia, la figura del portiere messicano era stata utilizzata da musicisti e rapper nelle proprie canzoni, segno di come Memo non sia solo un ottimo portiere, ma anche un fenomeno popolare a tutto tondo.  

Non a caso durante il Mondiale brasiliano, un noto gruppo messicano gli  aveva dedicato addirittura un corrido, un privilegio riservato di solito soltanto ad idoli popolari, fenomeni del web e signori della droga. La ballata, incisa dai Los Tres Tristes Tigres, è la decantanzione ritmata delle prodezze e i miracoli, compreso un balzo irreale su un colpo di testa di Neymar, compiuti da Ochoa nella gara terminata 0-0 col Brasile.

(Photo by Robert Cianflone/Getty Images).

Ovvero  il momento nella quale ha plasmato l’immagine di sé stesso  fino a farla assomigliare a quella di Superman ad orologeria, di un eroe a tempo determinato che indossa il mantello e combatte i mali del Mondo una volta ogni quattro anni, prima di venire inghiottito da chissà quali forze misteriose. Lui sembra esserne consapevole: “Potrei ritirarmi dopo questa parata e questa partita. Ci sono giornate in cui ti senti imbattibile”.

Una carriera non scontata
Nessuno avrebbe potuto prevederlo. Una manciata di anni prima, infatti, durante un provino con l’América di Città del Messico non si era piazzato tra i pali, ma aveva giocato da attaccante riuscendo pure ad andare a segno. A Coapa, il nido delle Aquile, lo aveva portato il padre, senza comunicargli la destinazione per fargli una sorpresa, ma sarebbe stato l’olandese Leo Beenhakker ad esaudire il suo desiderio di giocare con gli azulcremas, facendolo esordire in una gara casalinga col Monterrey al posto dell’infortunato Adolfo Ríos, e forse anche a  trasmettergli la passione per la numerologia applicata alla scaramanzia.

Memo ha debuttato all’Azteca il 13 Giugno del 2004: per questo il 13 è stato per molti anni il suo numero, da cui non si sarebbe mai separato fino al passaggio allo Standard Liegi, quando ha deciso di abbandonarlo, preferendo l’8 per via di una simpatica assonanza col suo cognome.   

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Tra alti pochi e bassi molti, in quegli anni è finito spesso nel mirino della critica, tacciato di non essere all’altezza di vegliare su una porta leggendaria del calcio messicano,  ma Ochoa ha saputo lasciarsi scivolare addosso le maldicenze e  ha colto il dono dell’attesa, diventando nel 2007 l’unico messicano di sempre a  figurare nella lista dei 30 candidati per il Pallone d’Oro. A quel punto il salto in Europa era diventato inevitabile. 

Il travagliato sbarco in Europa
L’occasione per attraversare l’Oceano si è presentata due anni più tardi, quando  dopo aver giocato a Milano una partita con il team del resto del Mondo assieme a star mondiali come Cristiano Ronaldo, David Beckham e Ronaldinho, ad interessarsi a lui è stato il Milan.

Ma non se ne è fatto nulla, così come per “colpa” di un tweet di un giornalista incredibilmente suo compagno di volo nello stesso periodo è saltato il passaggio agli inglesi del Fulham, intenzionati seriamente ad acquistarlo nonostante al Mondiale sudafricano il dt Javier Aguirre gli avesse preferito l’esperienza e il carisma del “Conejo” Oscar Pérez : “Ero a Playa del Carmen quando mi comunicarono l’interesse del Fulham. Si sarebbe trattato di un trasferimento in prestito, ma accettai subito. Andammo a Londra, ma durante il viaggio si venne a sapere tutto e questo complicò le cose, impedendoci di portare a termine la trattativa”.

Memo Ochoa

(Photo by Hector Vivas/Getty Images).

Si tratta, comunque, soltanto di pazientare ancora un po’, anche se le traversie non sono finite. Nel 2011 a farsi avanti per lui è il PSG, ma uno scandalo di doping scoppiato all’interno del Tricolor, che quell’anno sale sul trono della CONCACAF senza di lui, ne mette a repentaglio nuovamente il trasferimento.

In effetti i parigini, spaventati dallo spettro di una lunga squalifica, si rimangiano la parola data al procuratore, ma il futuro di Ochoa sarà sempre in Francia, o meglio in Corsica: ad aggiudicarselo, infatti, è l’Ajaccio, secondo le malelingue aiutato nell’investimento da Televisa, il gigante messicano della radio-televisione preoccupato di non vedere la stella del Tri in Ligue 1 dopo averne acquistato a suon di milioni i diritti per la trasmissione. 

Piuttosto paradossalmente, anche perché nel periodo in Corsica Ochoa offre sempre un buon rendimento, tanto da venire nominato come secondo miglior portiere del torneo alle spalle di Lloris, alla vigilia del Mondiale brasiliano Memo si trova senza un contratto in mano e con una prospettiva da svincolato all’orizzonte. Non, comuque, che lui ci volesse rimanere, in Corsica: “Ochoa vuole restare in Francia, ma non all’Ajaccio. il presidente Orsoni mi ha promesso di lasciarlo partire in caso di arrivo di una grande offerta”, aveva dichiarato Jorge Berlaga, il suo agente, qualche mese prima. Non aveva messo in conto, evidentemente, l’accelleratore di carriere che a volte può essere un Mondiale, anche se alla vigilia si pavoneggiava dichiarando: “Ochoa non ha bisogno di giocare la Coppa del Mondo per dimostrare il suo talento”. 

Dopo il megaboost ricevuto dal Mondiale, in cui regala parate rimaste negli occhi di tutti, Ochoa si sposta e va in Spagna, al Malaga. Una squadra competitiva, ma forse non il posto giunto dove crescrere, vittima di un dualismo senza tregua con il camerunense Carlos Kameni, il preferito dell’allenatore Javi Gracia con cui non mantiene alcun tipo di rapporto. In Andalusia scalda la panchina più di sessanta volte, gioca la prima partita dopo due anni, nel 2016, e a fine stagione scappa verso lidi più tranquilli: “E’ una decisione dell’allenatore e dello staff tecnico. Mi hanno parlato di alcune cose quando sono arrivato, ma non hanno mantenuto le promesse”.  

Un romanzo ancora troppo di nicchia

Memo Ochoa

(Photo by Matthias Hangst/Getty Images).

Come se non bastasse, alla Copa América Cenetenario, un torneo in cui come da tradizione Osorio regala ogni volta un volto diverso alla squadra, c’è lui tra i pali nel 7-0 rimediato col Cile, la più grande umilizione subita dal Tri dai tempi dell’8-0 incassato in amichevole a Wembley con l’Inghilterra nel 1961: “Non so neanche se riuscirò a guardare negli occhi la mia famiglia”, dirà forse esagerando il compagno Héctor Herrera. Ci vorrà il gol di Lozano e la trionfale partita con la Germania, finalmente battuta dopo una lunga serie di batoste, per lavare la macchia di quella disfatta: “Oggi nessuno si ricorda di quel 7-0”, ha dichiarato gonfiando d’orgoglio il petto Memo, tornato Superman nel proprio habitat naturale dopo una parentesi non eccezionale al Granada e un’altra ai belgi dello Standard Liegi con qualche acuto in più, registrato naturalmente dall’ochoametro, uno strumento ideato appositamente dai belgi per avere una misura tangibile delle sue performances. 

Il Messico, poi, non avrebbe infranto la maldicion del quinto partido, giocando come non mai e perdendo come sempre agli ottavi di finale, ma Ochoa è riuscito comunque a guadagnarsi le attenzioni del Napoli: dopo una battaglia estenuante con lo Standard Liegi, combattuta a colpi di clausole e bonus, però, gli azzurri hanno preferito lasciar perdere, virando sul meno oneroso Ospina. 

L’occasione di approdare in Serie A si è ripresentata quest’anno, con il Lecce molto interessato a portare l’arquero messicano in Salento, ma alla fine hanno prevalso le ragioni del cuore. Potendo scegliere, ad un anno dalla scadenza del contratto, Memo Ochoa ha deciso di chiudere il cerchio in grande stile, optando per il ritorno in patria, al Club América, a caccia di un numero uno dopo l’addio di Agustín Marchesín. L’accoglienza da eroe riservatagli dai tifosi azulcremas all’aeroporto di Città del Messico gli ha tolto ogni dubbio: “Gli anni in Europa sono stati fondamentali per la mia maturazione calcistica, ma la mia idea è stata sempre quella di chiudere la carriera qui, a casa mia. Essere americanista è uno stile di vita”.  

Vincenzo Lacerenza

About Vincenzo Lacerenza

Vincenzo Lacerenza nasce nel 1992 ed ed innamorato di America Latina e Africa. Si emoziona con i discorsi di Thomas Sankara, la Copa Libertadores e i gol di Didier Drogba. Collabora o ha collaborato con Undici e La Gazzetta dello Sport. Nel 2018 fonda Calcioafricano.com insieme ad Alex Čizmić.

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