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Memorie del biscotto di Gijón

By 6 Giugno 2019

Il 25 giugno del 1982 si gioca Austria – Germania, match conclusivo del girone. Ai tedeschi serve una vittoria per qualificarsi, agli austriaci basta una sconfitta con uno scarto inferiore ai 2 gol. Gli uomini di Jupp Derwall attaccano e trovano il gol dopo 10′. Comincia una non partita che elimina l’Algeria

Ci sono un austriaco, un tedesco e un italiano. E come da copione delle barzellette scontate, ciascuno di loro porterà nella situazione raccontata i propri stereotipi. Sicché immaginate quale senso di superiorità morale, da parte dei fratelli germanici nei confronti dell’italianuzzo furbo e familisticamente amorale. Questo europeo meridionale che campa a debito sulla ricchezza dell’Europa virtuosa (cioè, anche di tedeschi e austriaci), che produce in serie leader politici circensi e/o pericolosi, che non è mai capace di prendere le cose sul serio. E che col passare dei decenni ha disimparato persino uno fra i suoi principali talenti: quello per il calcio. Ma giusto su quel passaggio l’italiano della barzelletta troverebbe il modo di rovesciare la situazione a proprio favore. Rispolverando quella caratteristica del talento calcistico che lo ha portato all’eccellenza mondiale: il contropiede. E pronunciando la parola che sulle prime il duo germanico non comprenderà.

Il biscottone delle Asturie
Non sarà loro chiaro perché mai l’italiano parli di kekse. Cosa c’entrerà mai il biscotto, in quel discorso sulla maggiore o minore qualità dei popoli europei? Ma poi la coppia di germanici comprenderà al volo l’altro riferimento: Gijón, 25 giugno 1982. E a quel punto la loro spocchia verrà cauterizzata. La rinfodereranno, come fosse uno striscione dopo una partita persa sonoramente in trasferta, e sfileranno via per la vergogna senza salutare. Perché quanto successo quel pomeriggio, sul prato dello stadio El Molinón, fu una vergogna mondiale. Vista e disprezzata dai telespettatori d’ogni angolo del globo, intanto che sugli spalti il pubblico neutrale asturiano sventolava i fazzoletti bianchi.

Uno scatto di Austria – Algeria giocata il 21 giugno 1982 a Oviedo. Gli austriaci si imposero per 2-0 (Getty Images).

Sì, una vergogna tutta germanica. Quella pattuglia di calciatori che in campo avevano smesso di giocare dopo il decimo minuto. Cioè dopo il gol tedesco che avrebbe qualificato entrambe, a danno dell’Algeria. Era stato anche nell’aria, se n’era parlato alla vigilia. Bastava che la Germania Ovest di Jupp Derwall vincesse con non più di due gol di scarto sull’Austria della coppia formata da Felix Latzke e Georg Schmidt. Era stato chiaro dal giorno prima, dopo il fischio finale dell’altra partita del girone giocata a Oviedo fra la sorprendente Algeria e il Cile. La nazionale magrebina aveva dapprima preso il largo portandosi sul 3-0, ma poi aveva subìto il ritorno dei cileni che si erano rifatti sotto fino al 3-2. Un allentamento di tensione che si sarebbe rivelato fatale. Ma nel momento in cui tedeschi dell’ovest e austriaci scendevano in campo, gli algerini erano qualificati. Dovevano soltanto aspettare di vedere come andasse a finire la partita giocata un giorno dopo.

Cosa oggi impensabile, dato che le partite dell’ultima giornata della fase a gironi si giocano in contemporanea. Ma tale regola della contemporaneità sarebbe entrata in vigore soltanto a partire dal mondiale seguente, Messico 1986. E ciò sarebbe stato avvertito come necessario proprio in conseguenza del Biscotto di Gijón, e del vergognoso Argentina-Perù 6-0 di quattro anni prima durante Argentina 1978. Proprio il precedente argentino avrebbe dovuto essere un monito. Farne tesoro sarebbe stato ovvio e doveroso. E invece no. Gli organizzatori di Spagna 1982 perpetuarono la sciagurata formula della non contemporaneità per le gare dell’ultimo turno. E gli algerini ne furono le ultime vittime nella storia. Ma quali erano state le premesse del Biscotto di Gijón?

Di fatto, il Gruppo 2 della fase a gironi era stato una competizione a tre con una quarta squadra a rivelarsi perdente designata: il Cile. I sudamericani persero tutte e tre le gare del girone: 0-1 contro gli austriaci, 1-4 contro i tedeschi e 2-3 contro gli algerini. Invece la gara a tre fra le capolista aveva privilegiato fin lì dapprima l’Algeria, vincitrice a sorpresa 2-1 nella gara d’esordio contro i tedeschi, e poi l’Austria che aveva battuto 2-0 l’Algeria a Gijón. Per completare il quadro mancava la terza gara, quella fra tedeschi e austriaci. Con l’Austria che si presentava a quell’appuntamento da capolista del girone appaiata all’Algeria a quota 4 punti, ma con una migliore differenza reti: +3 contro 0.

Dal canto suo, la Germania Ovest aveva 2 punti in classifica ma una differenza reti favorevole (+2). Dunque, una vittoria dei tedeschi con scarto entro i due gol avrebbe qualificato Germania Ovest e Austria ai danni degli algerini. Quel pensiero aveva già fatto scattare le calcolatrici dal momento del fischio finale di Oviedo, nel pomeriggio del 24 giugno. E però erano stati in molti a sostenere che no, tedeschi e austriaci certe cose non le avrebbero fatte mai. Troppa rivalità, e poi c’era stato il precedente di quattro anni prima in Argentina. Quando nell’ultima gara del girone di seconda fase gli austriaci avevano battuto 3-2 i tedeschi al termine di una gara tiratissima, e benché non avessero alcun interesse a vincere.

In conseguenza di quel risultato i tedeschi avevano perso, a vantaggio dell’Italia, la possibilità di giocarsi la finale per il 3° e 4° posto contro il Brasile. C’era dunque chi credeva che le due squadre se la sarebbero giocata senza risparmio, e col rischio che una delle due andasse fuori. E i primi dieci minuti di partita avevano dato l’impressione che davvero fosse così. I tedeschi erano partiti a cento all’ora, sorprendendo gli austriaci che invero apparivano piuttosto mollicci. La squadra di Derwall era passata subito in vantaggio dopo aver sfiorato il gol per due volte. Ma da quel momento in poi le cose in campo cambiarono.

Vedi alla voce “gol di m…”
Non è un caso che quella partita venga decisa da uno dei gol più brutti e goffi nella storia dei mondiali di calcio. Successe al minuto numero 10. Dopo un calcio d’angolo da destra, gli austriaci provarono a uscire dall’area ma furono bloccati ai 25 metri. La palla, recuperata dalla Germania, viaggiò a sinistra verso Littbarski, un po’ troppo solo. E figuriamoci se un calciatore del suo talento, per di più lasciato solo, potesse perdere l’occasione di piazzare una traiettoria pericolosa in area. Sul primo palo della porta difesa da Koncilia si avventava Horst Hrubesch, centravanti classe 1951 che intimoriva al solo sentirne pronunciare il cognome. Onomatopeico, ma di qualcosa che ancora non esiste. Deve ancora nascere o essere inventata la cosa a cui dare il terrifico nome “Hrubesch”.

Il quaderno contenente le note del ct tedesco Jupp Derwall durante il Mondiale del 1982 oggi esposto al Museo del Calcio Tedesco di Dortmund (Getty Images).

Di sicuro c’era che in campo il signor Horst fosse un bestione immarcabile, lo stereotipo del centravanti tedesco dell’epoca pre-globalizzazione. Ne sapevano qualcosa i belgi, che due anni prima erano stati abbattuti da una sua doppietta nella finale degli Europei giocati in Italia, i primi con la formula della fase finale a gironi. Quando l’attaccante allora in forza all’Amburgo si avventava sul pallone, bisognava pensarci bene prima di andare a contenderglielo. Perché c’era da lanciarsi senza paradenti in una zuffa da bulli di periferia, e mica tutti hanno l’incoscienza che serve.

In quel momento nessuno dei teneri austriaci se la sentì di metterci la fronte, gli zigomi e le gengive. Così come nessuno s’era preso la briga di dare un minimo di noia a Littbarski, che pure s’aggirava lì a sinistra da qualche secondo. In generale, in quei primi dieci minuti gli austriaci erano stati completamente annichiliti dal veemente avvio tedesco. Succedeva perché non se l’aspettavano, o per altri e inconfessabili motivi? Per esempio, inviare ai tedeschi un chiaro messaggio di non belligeranza mettendoli nelle condizioni di passare subito in vantaggio e chiudere il discorso sulla qualificazione con reciproca convenienza? Sia come sia, gli uomini in maglia rossa esibirono in quell’avvio di partita una mollezza da squadra materasso. E l’apoteosi della desistenza venne toccata su quel cross di Littbarski che planò in piena area di porta, all’altezza del primo palo.

Austria Germania 1982

Pierre Littbarski (LaPresse).

Lo stesso Hrubesch era mica pronto a trovarsi innanzi tanta inettitudine. Al solito, era partito come dovesse catapultarsi addosso a una muraglia, e invece si trovò innanzi la consistenza di un budino. Ne rimase spiazzato più di chiunque, al punto da pasticciare. Abituato a doversi guadagnare coi gomiti il colpo di testa in stacco o in tuffo, non si sarebbe mai aspettato nella vita di vedersi arrivare un pallone da incornare senza dover staccare da terra. Così, in souplesse. Per di più in una partita decisiva dei mondiali di calcio. Una situazione così straniante da determinare un effetto goffo. Il centravanti dell’Amburgo andò per colpire di testa, ma evidentemente non era proprio abituato a catturare le traiettorie a quell’altezza che richiede lo stop di petto. Sicché, invece che con la fronte, colpì il pallone di coscia. Anzi, è più corretto dire che fu il pallone a colpire la coscia di Hrubesch, che intanto portava avanti la coordinazione da colpo di testa. Per un istante, dopo che la palla carambolò in porta, lui per primo fu sorpreso di averla messa dentro. Ma cosa è successo? L’ho messa dentro proprio io?

Un gol così va chiamato col suo nome esatto, senza aver timore d’essere volgari: Gol di Merda. Brutto, goffo, preterintenzionale, privo di lotta e di gloria. Una di quelle segnature che se realizzate durante il calcetto del giovedì sera fra amici non susciterebbero il minimo vanto. E invece era un gol che spianava il cammino verso la seconda fase, e da lì in poi fino alla finale di Madrid persa contro l’Italia di Enzo Bearzot. Giungeva subito e poneva la Germania addirittura al primo posto del girone grazie alla differenza reti, dopo che la nazionale tedesca aveva vissuto le ultime 24 ore da eliminata al primo turno. Giusto e umano che vi fosse un’esultanza liberatoria, e che il centravanti fatto di cemento ne gioisse. Ma a rivederlo negli anni seguenti, ne avrà provato imbarazzo. Per la fattura del gol, e per tutto ciò che ne seguì fino al fischio finale dell’arbitro scozzese Bob Valentine. E almeno una volta avrà detto a se stesso: “Che gol di merda ho fatto!”. Chissà come si traduce in tedesco?

Schachner come Serpico
Dieci minuti giocati “a tutta” dai tedeschi. E poi, a partire dal minuto 11, un’altra partita. Cioè nessuna partita. Restavano da disputare circa un’ora e venti minuti, ma la situazione di classifica era già delineata. Tre squadre in testa al girone con 4 punti, ma con differenza reti così distribuita: Germania +3, Austria +2, Algeria 0. Le due squadre che si affrontavano sul campo erano qualificate, e lo sarebbero rimaste a meno che la situazione mutasse. Se gli austriaci avessero pareggiato, i tedeschi si sarebbero ritrovati fuori. Se i tedeschi fossero andati sul 2-0, gli austriaci avrebbero cominciato a tremare perché l’eventuale 3-0 avrebbe dato la qualificazione all’Algeria per maggior numero di gol segnati (5 contro 3). E in virtù di questa situazione si apriva il circolo vizioso delle ipotesi negative. Un insistere tedesco nello sforzo offensivo avrebbe provocato la reazione austriaca e il rischio del pareggio? E un tentativo di reazione austriaca avrebbe scoperto le retrovie alle incursioni tedesche con rischio di goleada? Da qualunque parte la si guardasse, la cosa più rassicurante per tutti era che si mantenesse il punteggio di 1-0. Quieta non movere.

Austria Germania 1982

L’attaccante austriaco Walter Schachner ha giocato in Italia con le maglie di Torino, Cesena e Avellino (Getty Images).

Infatti da quel momento in poi le due squadre smisero di giocare. E inizialmente parve che la partita, dopo il subitaneo vantaggio dei tedeschi, stesse soltanto entrando in una fase diversa. Ma bastò poco per capire che in campo fosse stato stipulato un patto di non belligeranza. Le due squadre diedero vita a una stucchevole sequela di fraseggi, col pallone che viaggiava innocuo a distanza di sicurezza dalle aree di rigore. Il pubblico neutrale cominciò a dare segnali di insofferenza, che si trasformò presto in rabbia verso quella truffa che si stava consumando anche ai loro danni.

Avevano pagato il biglietto per assistere a una partita dei mondiali di calcio, non a una pantomima che era la negazione dello sport. Nella ripresa gli spettatori che popolavano gli spalti del Molinón presero a sventolare i fazzoletti bianchi, il segno di massimo disprezzo verso uno spettacolo che tradisce le attese e manca di rispetto verso il pubblico pagante. Ma chi si ribellò davvero fu Walter Schachner, l’attaccante dell’Austria che aveva giocato il precedente campionato nelle file del Cesena e sarebbe passato al Torino nell’estate del 1983.

Classe 1957, Schachner aveva segnato due dei tre gol fin lì realizzati dalla nazionale austriaca. Prendeva sul serio qualsiasi partita, figurarsi il derby coi tedeschi. Infatti era l’unico a dannarsi sul campo, e rimediò pure un’ammonizione. Pareva Frank Serpico. E chi poteva avere il coraggio di dirgli che la smettesse di fare sul serio, che rischiava di mandare in aria l’interesse generale? Certo, avrebbero potuto sostituirlo. Ma sarebbe stata la pubblica ammissione del patto scellerato. Sicché alla coppia Latzke-Schmidt toccò lasciarlo in campo fino alla fine. Sperando che la sua testardaggine non producesse danni, e che la sua verve si spegnesse col passare dei minuti. Ma pensate cosa deve aver provato l’attaccante del Cesena, trovandosi a lottare non soltanto contro 11 avversari ma anche contro 10 compagni. Uno contro ventuno. Da diventare matti, o essere etichettati come tali. In certi casi, meglio farsi espellere. O uscire dal campo senza aspettare di essere sostituiti.

Austria Germania 1982

Karl Heinz Rummenigge, capitano della Germania (Getty Images).

Una targa commemorativa per il Biscotto
Certi eventi meritano di essere eternati. Bisogna tramandarne la memoria ai posteri, anche quando si tratta di memorie negative. E allora perché, lungo le mura esterne del Molinón, non è stata apposta una targa commemorativa come quella che lo stadio Azteca di Città del Messico ospita in memoria di Italia-Germania 4-3? Sarebbe stata cosa buona e giusta, e in fondo si farebbe ancora in tempo. In fondo, fra tre anni ricorrerà il quarantennale di quella vergogna. Ricordarla ai posteri sarebbe un dovere morale.

@pippoevai

Pippo Russo

About Pippo Russo

Pippo Russo (Agrigento, 1965), insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. È giornalista e scrittore.

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