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Memphis Depay, proprio sul più bello

By 26 Dicembre 2019

Da poco nominato capitano del Lione, l’attaccante olandese è stato fermato da un brutto infortunio in una stagione nella quale aveva completato la sua maturazione 

Il canale fangoso che bagna Moordrecth simboleggia la decadenza assoluta di una cittadina a 20 km da Rotterdam, il più importante porto mercantile d’Europa. Per le stradine di questa piccola agglomerazione urbana ha passato i suoi primi anni per strada Memphis Depay. E lo ha fatto praticamente senza l’ausilio del padre, tornato nel suo Ghana natale quando suo figlio aveva appena quattro anni, il cui posto è stato preso prima dal nonno e poi dallo zio Eric, uno dei pochi ancora rimasti in loco.

In poche stradine spesso vuote di giorno si è dovuto districare fin da subito Memphis, dividendosi tra il rap e il calcio con la stessa dedizione. Eppure, proprio la formazione del tessuto urbano della sua cittadina d’origine lo ha aiutato a venir fuori com’è, dribblomane e fulmineo con la palla al piede. L’apparente calma che regna sovrana a Moordretch contrasta con la burrascosa infanzia del neo-capitano del Lione, la cui madre Cora ha dovuto combattere con l’arrivo di un compagno manesco e la cornice marginale di un quartiere abbandonato a sé stesso.

Andrew Milligan/PA Wire

Il Depay in ginocchio per la rottura dei legamenti crociati del ginocchio, un infortunio che lo terrà lontano dai campi di gioco per tutta la stagione in corso e lo priverà anche degli europei, si riprenderà con convinzione proprio perché venuto dal fango. Nel contesto europeo il suo è un esempio lampante di come il calcio lo abbia allontanato dalla delinquenza, una dinamica sociale riscontrabile solo in alcune difficili periferie del vecchio continente come lebanlieues parigine o sobborghi marginali come Scampia, e forse più riconducibile alle situazioni da villa argentina o favela brasiliana.

 

Ribelle dentro

Il Depay che giorni fa correva contro un tifoso della sua stessa squadra che insultava il compagno di squadra Marcelo e strappava con vigore lo striscione incriminato è figlio di un contesto grigio ma è soprattutto un ribelle da sempre. Un ribelle dentro Memphis, uno di quelli che non le mandano a dire. Di quelli che per un periodo ha anche spacciato droga ed ha trovato nell’abnegazione dei primi allenamenti con lo Sparta Rotterdam la via d’uscita da un tunnel scurissimo.

La sua reazione spontanea ai soprusi è quella di un calciatore che non ha smesso di essere un ragazzo di quartiere, un po’ come accade per Zlatan Ibrahimovic, che continua ad appartenere a Rosengard, il suo nucleo infantile. Intervistato da l’Equipe, il suo ex allenatore nelle giovanili dello Sparta Romeo Wouden ha dichiarato: «Quando c’erano dei problemi nello spogliatoio, otto volte su nove la colpa era sua. Niente di grave eh, parlo di non mettere a posto o di lanciare via degli scarpini. Ma in campo era straordinario, segnava due o tre gol a partita».

 (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

La tipica bivalenza di un fenomeno dal sangue bollente, che ascoltava rap con o senza cuffie e in campo divorava tutto con la fame di vita che da piccolo lo ha sempre accompagnato. Allo Sparta dai nove ai dodici anni, il piccolo ma sguizzante Memphis era stato in qualche modo adottato da Wouden, che lo vedeva sbuffare quando lo obbligava ad andare a recuperare i palloni calciati lontano in allenamento, e il cui figlio, di lui coetaneo, era diventato grande amico.

L’apporto di Wouden fu fondamentale per un adolescente la cui casa era invasa dai figli del compagno di sua madre, con il quale non aveva mai legato. Grazie a quella calma intermittente che riusciva a trovare altrove, Memphis riuscì a raccogliere le voglie e le energie necessarie per passare a uno scenario più esigente, ossia quello del PSV Eindhoven, una realtà più severa ma lontana dalla culla storta nella quale era nato.

La possibilità di emanciparsi una volta per tutte fu decisiva nella sua formazione, nonostante la reclusione in un collegio e le solite marachelle da star continuarono ad accompagnarlo. La burrasca dell’adolescenza, tra le tentazioni delle possibilità di spacciare droga e le aspre compagnie di vari aspiranti a rapper che provavano ad approfittare della sua posizione di grande promessa, passò lentamente forgiandone ancora di più il carattere. Il ribelle dentro venne colpito dalla scomparsa del nonno, l’unica figura paterna che lo aveva accudito nella sua vita. Da quel momento, capì di dover uscir fuori dal mucchio selvaggio attraverso il suo talento.

 

Maturo

I passaggi al PSV e al Manchester United non portarono a titoli né tantomeno a gloria. La sua genialità esplodeva con libertà in nazionale: l’oro con l’under 17 e il bronzo con l’under 21 lo hanno lanciato verso il bronzo ai mondiali 2014 in Brasile e al secondo posto nell’ultima Nations League. Se a Eindhoven era ancora un moccioso, a Manchester Memphis provò a trasformarsi in un vero calciatore dopo esser stato fortemente voluto da Louis Van Gaal.

L’esplosione, tuttavia, non arrivò né con lui né con José Mourinho. L’ambiente marcio che si respirava ad Old Trafford, dove l’addio di Alex Ferguson ha lasciato principalmente macerie, non faceva bene a un talento in divenire. A ventitré anni era arrivato il momento della svolta, e Memphis pensó bene di fare un passo indietro per farne due avanti. E la proposta dell’Olympique Lione ha finito col pagare.

Dalla stagione 2018-19 l’olandese è il primo giocatore per influenza nei gol messi a segno dai Gones con 26 reti e 18 assist, oltre a essere il secondo elemento per dribbling riusciti (112). Come al solito, però, i numeri non sono che un contorno statistico: Memphis è finalmente diventato Depay. Ha finalmente raggiunto la maturità assoluta da calciatore trascendente e trascinatore.

 (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images,)

Il gol del pareggio decisivo contro il RB Lipsia arrivato dopo un match più in scuro che in chiaro è stato la sublimazione assoluta della sua condizione di leader della squadra lionese. Benedetto dalla fascia di capitano che Rudi Garcia gli ha conferito dopo averla tolta al belga (scherzo del destino) Denayer, il numero 11 dell’OL ha fatto pace con il mondo del calcio. Il tutto gridando la sua rabbia a un tifoso irriverente e mostrando il dito medio al settore più radicale degli ultrà del Lione, molti dei quali aveva dimostrato il loro razzismo a più riprese in passato. Maturo in campo, ma sempre fedele al suo istinto.

Il ginocchio che cede in una sconfitta interna contro il Rennes, proprio dopo il suo gol della redenzione, non fermerà l’ascesa di un fenomeno nato nel bitume ma adesso fiorito del tutto. Il leone che porta tatuato sulla schiena ne riflette il carattere mai domo. Del resto, l’Africa la porta sulla pelle e nel sangue. Il piccolo Memphis, ora Depay, tornerà a ruggire presto.

 

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