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Mertens e Insigne, le botti piccole del Napoli

By 17 Giugno 2020

Da concorrenti a complementari, il belga e il partenopeo sono da anni l’unica garanzia del Napoli in quanto ad apporto offensivo

 

Estate 2013. A Napoli è l’inizio della rivoluzione copernicana targata Rafa Benitez, un tecnico dal profilo internazionale che con la sua saggezza e la sua cultura in diversi idiomi aprirà agli azzurri la mente come l’Erasmus a un giovane universitario ancora dinoccolato nei suoi passi fuori dai confini patri. In quella rosa vi è un rampante Lorenzo Insigne pronto a prendere finalmente la pesante eredità del Pocho Lavezzi, mentre Gonzalo Higuain sostituisce in punta il partente Edinson Cavani alimentando fantasie di gloria tutte partenopee, esplosive come il Vesuvio che veglia eternamente sulla città.

Insieme all’argentino arrivano dal Real Madrid Callejón e Albiol, mentre dal Liverpool proviene un portiere carismatico come Reina. In un angolo, arrivato insieme a questo prestigioso gruppone di giocatori già affermati ad altissimo livello, vi è un piccolo belga di nome Dries Mertens. Una sorta di bonus nel mercato di Riccardo Bigon, per molti un doppione di Insigne con più esperienza internazionale reclutato a bella posta per stimolare il giovane scugnizzo locale a dare il meglio di sé. E, in effetti, così è stato. Ma per entrambi.

 

Botti piccole

Foto Cafaro/LaPresse

Nei due anni dell’ossessivo 4-2-3-1 del tecnico spagnolo il belga e il napoletano si sono quasi sempre interscambiati, risultando fondamentalmente l’uno l’alternativa dell’altro. L’ex PSV veniva a volte impiegato da mezzapunta centrale o destra, mentre l’ex pupillo di Zdenek Zeman faceva quel che poteva in un ruolo di esterno sinistro che gli richiedeva molto sacrificio a centrocampo.  Del primo si pensava che potesse fare la differenza solo a partita in corso, mentre il secondo soffriva forse ancora troppo la responsabilità di essere profeta in una patria da sempre ingrata che nella prima stagione di Benitez aveva visto partire Paolo Cannavaro, rendendolo l’unico autoctono in una Babele calcistica che creava confusione.

Nonostante una guida non perfetta dal punto di vista tattico e gestionale da parte del tecnico spagnolo, quel Napoli fu capace di vincere una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, eppure sia Mertens sia Insigne sembravano bolidi dall’enorme potenziale ma appesantiti da un motore a scoppio ingolfato a causa del poco gioco della squadra. Il talento di entrambi era manifesto. Si trattava, infatti, delle classiche botti piccole dal vino buono, le quali però raramente venivano esposte insieme. I due funamboli dal baricentro basso erano in permanente competizione e condividevano posizione, ambizioni e voglia di calciare le punizioni.

Tuttavia, il loro rapporto non si incrinò in nessun momento, nonostante per tre anni fossero l’uno l’alter-ego dell’altro. Dries, innamorato del Golfo dal primo momento, diventava sempre più partenopeo anche grazie agli insegnamenti di Lorenzo, uno che non ha mai nascosto la sua napoletanità. La motivazione era reciproca e mentre il belga si ambientava nel cuore del Mediterraneo, il figlio di Napoli viveva epoche di amore e odio con una tifoseria e un ambiente che gli chiedevano sempre qualcosa in più. Paradossalmente si originò una situazione ideale affinché entrambi trovassero l’empatia e la compenetrazione per il loro salto di qualità.

 

Dioscuri

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

L’arrivo di Maurizio Sarri sulla panchina del San Paolo nell’estate del 2015 sembrò inizialmente un downgrade dal punto di vista dell’appeal mediatico. Eppure, i dogmi tattici dell’allenatore proveniente dall’Empoli fecero fiorire un Napoli unico nella sua storia, che in poche settimane diventò uno dei migliori emuli di quel Barça di Guardiola che aveva fatto scuola di tiqui-taca anni prima. Se il primo anno sarriano vide Higuain prendersi la scena con il record di gol di sempre in un anno di Serie A (36), la stagione successiva fu quella della definitiva trasformazione di Mertens e Insigne nei Dioscuri azzurri.

Anche in questo caso la (s)fortuna fu decisiva. L’infortunio di Arek Milik, il successore di Higuain come punta, ad ottobre 2016, obbligò Sarri a puntare su Mertens centravanti, vista la poca fiducia che nutriva su Manolo Gabbiadini. Una toppa che divenne un ricamo di lusso, con il belga che dopo un apprendistato di poche settimane imparò perfettamente ad attaccare lo spazio e si tramutò in un terminale offensivo letale. Da metà dicembre 2016 a fine maggio 2017 Mertens andò a segno 25 volte in 21 incontri, mettendo a referto due triplette e uno storico poker con il Torino, qualcosa che neanche Higuain era riuscito a fare con Sarri in panchina. Nella stessa stagione, conclusa dagli azzurri al terzo posto, il belga arrivò secondo in classifica marcatori con 28 reti, una solo in meno a Edin Dzeko, mentre il napoletano si piazzò settimo con 18 centri. Inutile dire che per entrambi si trattò del loro record di sempre in quanto a realizzazioni.

 

Napoletanità

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Nell’ultimo anno di Sarri in azzurro i pianeti si erano quasi tutti allineati. Il Napoli della grande bellezza era un’orchestra virtuosa in grado di incantare che si fermò sul più bello per stanchezza fisica e mentale. Nella stagione 2017-18 Mertens e Insigne non riuscirono a ripetere i numeri della precedente, ma la loro intesa era ormai assoluta. In un calcio moderno sempre più fisico i due rappresentano ancora oggi la grande eccezione, ossia quella di un duo di piccola taglia che basa tutto sulla velocità dei fraseggi e sulla tecnica. Un duo fuori moda ma autore dei gol e delle giocate offensive più importanti del Napoli di Sarri e anche di Ancelotti, che con il suo 4-4-2 li aveva provati anche insieme in attacco.

Con un Milik sempre troppo titubante e discontinuo, i due piccoli Dioscuri azzurri hanno spesso tirato la carretta, andando a segno nei match più difficili, quelli dove conta essere presenti. A dimostrazione della loro armonia assoluta vi sono le tante esultanze insieme, l’ultima della quale proprio sabato scorso contro l’Inter, quando il belga napoletano (tanto per parafrasare Totò) è diventato il massimo cannoniere di sempre nella storia degli azzurri su assist dell’unico partenopeo purosangue e attuale capitano. Anni fa erano Insigne e Mertens. Oggi sono ormai Lorenzo e Ciro. Il napoletano verace ha contagiato il belga, ormai adottato dalla città. Ogni giorno entrambi abbracciano il Golfo dalla collina di Posillipo. Ogni giorno, quando svitano e avvitano la macchinetta del caffè effettuano dalle proprie case un rituale  classico per osmosi. Come faceva Eduardo. Cercando poi di ripetersi in campo, il luogo dove hanno imparato a volersi bene come gemelli dialogando sia con il pallone sia in dialetto napoletano…

 

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