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Messico ’70 raccontato dalla voce dei suoi protagonisti

By 17 Luglio 2020

I “messicani” hanno cinquant’anni. Li hanno sempre ribattezzati così gli azzurri che dal 31 maggio al 21 giugno 1970 furono protagonisti della spedizione mondiale in Messico. Li ritroviamo qui, alcuni di loro, seduti attorno ad un tavolino. Un ricco tagliere di affettati, pane, del buon vino e qualche sigaretta a far compagnia ai ricordi di un’avventura ricca di emozioni e che ha segnato un’epoca. Un amarcord corale, un racconto a più voci, talvolta dissonanti, a dipanare la trama di un romanzo, perché il Campionato del Mondo di Mexico ’70, un romanzo è stato. Confidenze, confessioni raccolte in interviste realizzate nel corso del tempo (dal 2013 al 2017) a Enrico Albertosi, Mario Bertini, Pier Luigi Cera, Angelo Domenghini, Tarcisio Burgnich, Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Dino Zoff, Roberto Boninsegna e Pierino Prati, scomparso proprio qualche settimana fa (e al quale dedichiamo questo pezzo).

 

Anastasi ko, Lodetti out e Rivera va all’attacco

Sono proprio Bonimba e Pierino la Peste a rompere il ghiaccio, convocati all’ultimo tuffo dopo l’improvviso ko di Anastasi e che costò, poi, il posto al mediano Giovanni Lodetti, gregario di lusso di Gianni Rivera. Boninsegna: “Squillò il telefono alle due di notte. Mi dissero di presentarmi la mattina successiva al Consolato dove trovai Pierino Prati. Avevano chiamato anche lui. Due attaccanti per sostituirne uno”. Incalza Prati: “Fu sbagliata la lista dei 22, o meglio quella delle punte: accanto a Riva, c’erano solo Anastasi e Bobo Gori, che non era neanche un vero centravanti. Io dovetti fare le valigie alla svelta. In aereo viaggiai in compagnia di Roberto con cui divisi anche la camera per tutto il mondiale”. Mario Bertini ribolle: “A Lodetti fu proposto di rimanere come turista: fu un’assoluta mancanza di rispetto verso l’uomo, prima ancora che il calciatore”. Clima incandescente in casa azzurra. Il caso Lodetti fa da detonatore ad una situazione esplosiva che vede Rivera al centro della contesa, per un fuoco che da tempo covava sotto la cenere. E il Golden Boy (Pallone d’oro nel 1969), schierato tra le riserve nell’ultima amichevole pre-mondiale, sbotta pubblicamente. “Non potevo certo fare finta di nulla – ricorda Rivera – Ai giornalisti presenti dissi: ‘Qui c’è uno (Walter Mandelli, capo delegazione, ndr) che se non parla, non si sa cosa ci sia venuto a fare in Messico. Parla e mette in dubbio la mia presenza’ . Una pretesa assurda. Fra l’altro stavo bene fisicamente, avendo ben assorbito i problemi dell’altura. Per dire, Riva boccheggiava davvero, complice le Marlboro a cui non rinunciava”.

 

Messico e nuvole

Più nuvole che Messico nel cielo degli azzurri. In questo caos grigio, prendono corpo le polemiche sul presunto dualismo tra Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Parola subito al rossonero: “La nostra contrapposizione non aveva alcun senso”. La guerra, in realtà, è tra due scuole di pensiero. Gianni Brera propende per il più difensivo “Baffo”. Gino Palumbo e Antonio Ghirelli stanno con la classe dell’Abatino Rivera. E così, complice Montezuma prende corpo la famigerata “staffetta” tra i due. Rivera: “Nessuno ha mai saputo niente ufficialmente. Contro Israele il cambio non era programmato (Rivera subentrò a Domenghini tra l’altro, ndr). Contro il Messico e la Germania sì. E se ci si pensa solo per un attimo, era una soluzione senza alcuna logica”. “Una buffonata storica – sentenzia Boninsegna – Solo noi italiani siamo capaci di complicarci la vita”. Pierluigi Cera è più cauto: “Io sarei stato in difficoltà a far giocare contemporaneamente Mazzola e Rivera. Chi tenevi fuori? Domenghini? Bonimba o Riva?”. Vuol dire la sua anche Mazzola, telegrafico: “La staffetta tra me e Rivera è nata per un’esigenza vera, visto che ero debilitato. Poi è diventata una regola”. La parola finale è di Mario Bertini: “Il dualismo Rivera-Mazzola fu alimentato oltre misura. La “staffetta” trovò un ambiente felice nell’atmosfera poco limpida della spedizione messicana”.

 

L’undici titolare nato per caso

Le nuvole non tendono a diradarsi. E anche nella scelta dei titolari appare, alla fine, più forte il caso che non la lucidità. Prati è il favorito ad affiancare Riva: “Sfruttai male la mia occasione. Nell’ultima amichevole contro il Toluca Valcareggi mise me tra i titolari. Ma volli strafare e l’altezza mi tagliò le gambe. Nel secondo tempo entrò Bonimba al mio posto. E mi sorpassò”. Per la difesa, portiere compreso, si parte da Zoff: “Giocai tutte le partite di qualificazione, ma dopo la penultima amichevole – Italia-Spagna 2-2 con due autogol di Salvadore – persi il posto”. Cera, libero moderno dei “messicani”, è definitivo: “A mio favore ha giocato il caso. Il titolare era Sandro Salvadore che a due mesi dal mondiale fu fatto fuori. Allora fu provato Ferrante in coppia con Puja. Morale della favola, nella prima gara in Messico contro la Svezia il libero sono io, con il mio compagno del Cagliari Niccolai stopper. La sua partita, però durò solo 37 minuti. Si fece male alla caviglia e fu sostituito da Rosato. La coppia centrale di quell’Italia (una delle migliore del Mondiale, ndr) fu figlia dell’imprevisto”.

 

La partenza frenata

Domenghini: “Eravamo campioni d’Europa, ma nei precedenti mondiali non eravamo mai andati oltre il primo turno. Quindi c’era una paura matta che ciò potesse accadere di nuovo”. Burgnich: “Nella prima fase giocammo contratti. Il timore di uscire ci ha condizionato moltissimo. L’altura non ci aiutò. Riva che era il nostro punto di forza, ne soffrì più di tutti. Rivera fu colpito da “Montezuma”. Ci salvò Domenghini e la impenetrabilità della difesa”. Palla ancora a Domingo: “Per passare al secondo turno bastarono due pareggi e la vittoria contro la Svezia all’esordio. Gol mio. Ricordo che alla fine di quella partita non riuscivo a trovare lo spogliatoio. Stavo malissimo, mi venne un gran febbrone, non feci nemmeno la doccia”.

 

Italia – Germania 4-3

La partita del secolo. Domenghini: “La folle corsa”. Albertosi. “L’euforia pazza”. Bertini: “Un’emozione unica, un frullatore di sensazioni, una scarica di adrenalina continua”. Mazzola ringhia: “Mi rode non aver giocato i tempi supplementari con la Germania”. Cera corrode: “Assurdo che sia considerata la più bella partita del secolo. Al massimo, i migliori supplementari per l’emozionante altalena dei gol”. Burgnich la butta, affettuosamente, in caciara: “I supplementari sono stati come una partita tra scapoli e ammogliati. Giocammo con il cuore e le poche forze rimaste. Tutti avanti e tutti indietro, senza troppi pensieri, con l’unico desiderio di fare un gol in più dell’avversario. E in tutto questo bailamme, sul 2-1 per loro, faccio gol anch’io, di sinistro!”. La chiusura è affidata a Bonimba: “E’ una cosa fantastica poter dire “io c’ero”. Ho stampato bene in mente il gol dell’1-0, il primo con la Nazionale e ad un mondiale. Poi se penso ai supplementari, la sensazione è di essere in mezzo ad una burrasca dalla quale devi uscirne vivo”.

 

©Dpa/LaPresse

 

Il gol di Rivera

Tutto ha inizio al minuto 110. 3-2 per noi. Albertosi: Avevo appena fatto una parata eccezionale. Corner per loro. Quando vedo Rivera che copre il palo gli dico di no, che non voglio”. Rivera: “Pensavo di poter dare una mano anch’io a difendere il vantaggio”. Spizzata malefica di Muller. “Il pallone mi arriva sopra l’anca. Faccio un movimento goffo. E quando vedo il pallone in porta, mi aggrappo alla rete”. Albertosi sbrocca: “Lo copro letteralmente di insulti. Stronzo, figlio di….. . Ti sei messo sul palo per toglierti dalla mischia, guarda cosa hai combinato”. Rivera incassa: “A Ricky dissi: ora posso solo segnare e si placò”. Palla al centro. La cronaca è di Boninsegna: “De Sisti e le sue finte autoubriacanti (ride) a centrocampo, quindi Facchetti che mi lancia subito. Io vorrei tirare in porta, ma il terzino mi costringe ad allargare, e allora vado sulla linea di fondo e metto lì il classico rasoterra teso, all’indietro. Non avevo visto Rivera, ma ero sicuro che sarebbe arrivato uno di noi per primo su quel pallone”. Rivera: “Io sono lì. Solo. La palla è sul piatto destro. La testa mi dice di incrociare rispetto al movimento di Maier. E lo castigo con un rasoterra che passa a mezzo centimetro dal suo piede che si allunga invano. Un minuto prima ero morto. Adesso mi sento meglio, prima di essere sepolto dagli abbracci dei compagni. Con il tempo poi, si apprezza tutto più compiutamente compresa la forza di certe foto. Come quella di Maier che si dispera e picchia i pugni per terra, mentre Gigi Riva mi abbraccia, facendomi flettere la schiena all’indietro, tutti e due ebbri di gioia e stupore”.

 

La finale col Brasile

21 giugno 1970. In palio il titolo mondiale e l’aggiudicazione definitiva della Coppa Rimet. Pelé e compagni ci battono per 4-1. Burgnich: “Fino al 2-1 siamo stati in partita. Ma eravamo cotti, io stetti tre giorni a letto dopo il 4-3 con la Germania. Recuperare in tempi brevi in altura era quasi impossibile”. Cera: “Tre gol di scarto tra noi e il Brasile non c’erano”. Bertini: “Finché il fisico ha retto, siamo riusciti a tenere testa ai brasiliani. Poi, c’è stata la caduta verticale”. Albertosi ha un dubbio irrisolto, figlio degli errori di programmazione delle spedizione: “Magari non li avremmo mai battuti, ma se la sera prima invece che fare i bagagli per tutta la notte avessimo riposato, chissà”. Boninsegna rincara la dose: “Certo, tenendo fuori Rivera, di sicuro li abbiamo aiutati. Abbiamo regalato un Pallone d’oro al Brasile. E i sei minuti finali furono l’ultima perla. Tra l’altro gli feci posto io, ma non toccava a me uscire: c’era chi guardava da una parte, chi faceva finta di nulla”. Bertini è drastico: “Lì non ci ha capito nulla Valcareggi, mi dispiace”. Domenghini: “Io non sarei entrato”. Cera: “Nessuno ha mai saputo il motivo dei suoi sei minuti finali”. Chiude Rivera: “Alla fine del primo tempo Mazzola si toglie le scarpe, ma Valcareggi non dice nulla. Io me ne sto in panchina fino all’84’. Eppure quella contro il Brasile sarebbe stata la mia partita ideale. Anche Pelé rimase stupito della mia assenza. Aggiungo che se mi avessero fatto giocare, avrebbero accontentato tutti e il ritorno dal Messico sarebbe stata soltanto una festa”. E, invece, ci furono i pomodori. “Ma non erano indirizzati contro di noi – dicono in coro tutti –  Fu la reazione di pancia all’ultima beffa, quella dei sei minuti di Rivera”.

 

Cosa Rimane

Mario Bertini: “Messico ’70 segnò la rinascita definitiva del nostro calcio dopo gli Europei del 1968. Superammo l’Uruguay che arrivò terzo, il Messico padrone di casa, quindi i tedeschi. Arrivare addirittura in finale era un traguardo insperato alla vigilia perché l’Italia veniva dalla “Corea”. L’essere arrivati ad un passo dal sogno ci ha fatto entrare nel cuore della gente. Per tutti, ancora adesso, siamo i “messicani”.

 

 

 

 

2 Comments

  • Giacomo Procopio ha detto:

    Mazzola rimane il più grande, con lui l’ Italia era tranquilla, poi gli hanno imposto la staffetta e moralmente ne risentì, vale lo stareo per Rivera, comunque i 2 più grandi di tutti i tempi con Meazza e Valentino Mazzola.

  • Giacomo Procopio ha detto:

    In condizioni di parità fisica( supplementari) avremmo vinto sicuramente, quella Nazionale era straordinaria, la più grande di sempre.

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