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Metafisica di Tim Wiese

By 12 Novembre 2019
Tim Wiese

Portiere, culturista, wrestler. Tim Wiese è un uomo che ha indossato molte maschere diverse ma che alla fine verrà ricordato per la sua esuberanza e per i flop ottenuti nella sua seconda vita, quella passata fra le corde dei ring della WWE e fra i campi delle serie minori del calcio tedesco

Il truzzocorpo di Tim Wiese, spinto dalle corde del ring, si contorce in un goffo frog splash nella vana gloria di imitare il leggendario allo stesso tempo buonanima Eddie Guerrero che a sua volta rendeva omaggio con la stessa mossa al defunto Art Barr rimpinzato di steroidi e di misteri;  il tamarrocorpo  giace in posizione infame sul suo avversario schienato, la maglietta della salute bianca stretta sul torace e il jeans attillato alle cosce come un seducente dessous femminile aderiscono sull’epidermide dell’inerme vittima che, mentre l’arbitro conta la sua fine, aspetta solo che l’ex portiere del Werder Brema si rialzi, liberandolo dall’ingombro, per godere della battle vinta con la stessa finzione di una telenovela sudamericana.

È il 3 novembre 2016, Monaco di Baviera, debutto ufficiale nel mondo del wrestling di Tim Wiese. Due anni prima era entrato nel mondo WWE (la maggiore federazione di wrestling al mondo) e nella Doicceland poco entusiasta delle moine wrestleriane si aspettava il suo primo combattimento, per questo a Braunschweig più di 8000 tifosi c’eran rimasti male assai per la muscolare epifania di Wiese che alla fine non s’era palesata; a Francoforte c’era stata finalmente la tanto attesa apparizione sul ring ma fu poco più che spettrale visione.

Tim se ne stava in trepido orgasmo sotto al ring, di spalle al pubblico, quando ebbe inizio la sceneggiata made in Usa: Jimmy e Jey Uso, caciaroni wrestler di origine samoana, cominciarono a titillargli gli estrogeni che sbrilluccicarono come zolfanelli stripes & stars: “Non hai il coraggio di salire qui con noi, sei solo un calciatore”, urlavano puntandogli il dito contro. L’ex portiere, prendendo per un’offesa quella di essere un pallonaro più che un ex, dopo essersi scuoiato il giubbotto stretto, si presentò con il suo costume di scena: maglietta della salute e jeans.

Ma non accadde nulla. Solo foto, abbracci, smorfie e un nubifragio di applausi che incendiarono il palazzetto fino all’uscita di Tim tra luci e canzoni rock. Il rùstegocorpo di Wiese si era ingrossato per il body bulding e il troppo strafogare chissà cosa: centotrenta chili di muscle and ciccia che a porta uno così non ce lo vedi e non ci può stare. Forse solo il suo ego è più obeso. The Machine, così il ring name anche se a vederlo non aveva nulla né dell’androide né della macchina – tra tanti wrestler mascherati lui appariva teppistello di una certa età con orecchino in vista, canotta a mostrare tattooskin, tanto cosmetico a bagnare il crine e faccia allampadata da sabato sera;  a rotolarsi a terra, comunque, lo si ricorda non solo per il frog splash ma anche per la partita di ottavi di finale di Champions League del Werder Brema contro la Juve quando, dopo aver parato ogni cosa, si avventa su un pallone innocuo che perde malamente e lascia scivolare sui piedi letali di Emerson pronti a zincare a due minuti dalla fine.

Tim Wiese, quando era portiere, aveva riflessi, agilità, sicurezza nei pali tanto da essere convocato in nazionale anche se poi ci ha giocato molto poco, sei o sette partite; in campo era guascone, arrogante, provocatore, si divertiva a insultare le curve o a menare gli avversari e come idolo aveva Oliver Kahn; un’uscita su Thomas Müller si trasformò in forbici che sbregarono il povero meschino ricurvo sul prato tra lai e lamenti mentre Wiese, ingrugnito di rabbia, uscì preso a calci da un cartellino rosso.

Aveva foga agonistica il renano, un pomeriggio saltò come una cavalletta sul collo di Olić che si storse e crollò a terra con gran dolor; portiere scomposto, dunque, di feroce fame che non aveva timore delle risse. Nella sua carriera è riuscito a vincere una Supercoppa, una Coppa di Lega e una Coppa di Germania; proprio in semifinale della Coppa di Germania parò tre calci di rigore all’Hamburger SV e per il Gran Maraglio fu il giorno più bello della sua carriera (detto da lui): aveva rinculato i tiri dal dischetto di Jerome Boateng, di Ivica Olić e di Marcell Jansen, poi era corso verso i tifosi a festeggiare.

Tim Wiese

(Photo by Lars Baron/Bongarts/Getty Images)

“Abbiamo giocato splendidamente e meritato di arrivare in finale. Ora vogliamo vincere contro il Bayer Leverkusen e conquistare la coppa”, e così fu.  Un mucchietto di roba vero, non molto ma c’è a chi va peggio in carriera. La sera di novembre del 2016, quella del wrestling, tra gli spettatori c’è anche Torsten Frings, ex grande del Brema, che esalta la determinazione di Wiese e l’ex portiere annuncia battaglie, grandezze, scontri epici in WWE ma poco dopo pigola che allenarsi stracca, non ce la fa, al massimo garantisce un paio di mazzate al botulino non di più, ormai c’ha panza e galleggia in apnea sotto i quaranta anche se nel 2016 aveva bofonchiato che a trentacinque anni – l’età in cui morì il paraclito MozArt di Salzburg – nel wrestling è il meglio del meglio che c’è.

Nel gennaio 2014 aveva sciolto il contratto con l’Hoffenheim perché il suo corpo si era trasformato da portiere agilissimo a bodybuilder mentre vegetava in panchina senza far nulla, dopo che l’anno precedente aveva beccato 25 gol su appena una decina di presenze e vari infortuni. La società non lo voleva più, Tim era già un uomo in bilico perché la sera faceva bisboccia con il compagno di squadra Tobias Weis tanto da essere buttati fuori, una sera, dalla security a una festa di carnevale.

Tim Wiese

(Photo by Joern Pollex/Bongarts/Getty Images).

Sospeso dall’Hoffenheim cominciò a sollevare pesi e mettere massa, manducava un chilo di carne al giorno così che passione e noia trasformarono il suo corpo in cuozzocorpo. Wiese, uomo di procella e di pensieri a gradazione umorale, nel 2017, dopo aver spergiurato che il suo ciclo di calciatore era finito, appena sgonfio di una decina di chili, debuttò in sesta serie con il Dillingen, minuscola cittadina della Baviera, per amistà al proprietario della squadretta: lo aveva implorato di salvare la sua sgangherata paranza dalla retrocessione dopo quarantacinque gol subiti e pochi fatti.

Una sola partita, due gol sulla schiena, migliore in campo, sconfitta per opera di alluce e calcagno del mai sentito nominare TSV Haunsheim. Migliaia di persone su spalti uggiosi, prezzi da sei a nove euro per una partita che senza Wiese avrebbe sparso solo solitudine e freddo; c’erano persino la stampa, le televisioni e una torta con la figura del portiere, solo che il Salvatore Adiposo in limine partita invece di sostenere ancora la morte e resurrezione del Dillingen annunciò urbi et orbi che lui in categorie infime non ci avrebbe più giocato, poteva tornare in Bundesliga con qualche chilo in meno e un po’ di allenamento in più.

Il portiere è logorroico, non smette di spiegare la sua vita e le sue intenzioni, anche se tali resteranno. In realtà, alla fine del 2019, alla stessa etade di Federer e di Ibrahimovic, Tim Wiese ha smesso e basta senza riuscire a diventare nemmeno un buon wrestler come Leapin’ Lanny Poffo il quale aveva il ruolo di face – cioè del personaggio buono: il brav’uomo si presentava sul quadratino con dei frisbee stretti nelle falangi, poi leggeva una breve poesiola scritta da lui su uno di questi infine tirava i frisbee alla folla che si eccitava per le parole perché sfotteva l’heel – il personaggio cattivo – da affrontare.

Forse a Wiese sarebbe piaciuto interpretare l’heel (come nel calcio) ma essere amato come un face. Oggi è su instagram e ha pagina facebook: Tim Wiese – The Machine. Quasi 150.000 follower, le sue foto sono in buona parte in palestra dove il zarrocorpo è cosparso da una dipintura di decalcomania sui poderosi bracci e sul torace e poi foto dove esibisce Lamborghini, bei divani, posto in tribuna allo stadio e lui in mezzo a due ghepardi perché la stampa, quando giocava, lo considerava un ghepardo che si muoveva sulla linea di porta. Una vita, dunque, come in copertina, standoci sopra con un corpo da barbapapà, un transformer burino che si gonfia sempre più fin quasi a esplodere come una risata.

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