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Quanto abbiamo capito davvero del Metodo Monchi?

By 26 Marzo 2019 Aprile 11th, 2019
Metodo Monchi a Roma

L’andaluso ha provato a replicare a Roma il modus operandi con cui aveva riempito le casse e la bacheca del Siviglia. Qualcosa, però, non ha funzionato

 

Da santo a eretico. E tutto in appena 23 mesi. Esattamente 651 giorni che hanno stravolto la percezione che una città intera aveva di Monchi. Non più Re Mida del calcio mondiale, ma pollice nero per la rosa giallorossa. Perché il 24 aprile 2017 Ramón Rodríguez Verdejo è sbarcato nella capitale con due obiettivi precisi: generare plusvalenze e portare a casa qualche trofeo. Un traguardo, quest’ultimo, che era sempre sfuggito a Walter Sabatini. In pratica, gli veniva chiesto di trapiantare a Roma il modello Siviglia. Anche a costo di qualche crisi di rigetto nel breve periodo.

Al suo arrivo, lo spagnolo aveva trovato un’accoglienza da rockstar. Ogni sua parola, ogni intervista, ogni movimento, ogni sussurro, ogni espressione facciale, ogni giacca indossata era stata sezionata, analizzata, elevata a linea di discontinuità rispetto a un passato da dimenticare. Ad aprile, durante la sua conferenza stampa di presentazione, Monchi aveva affilato ciascuna sillaba del suo discorso. Aveva tradotto ogni passaggio dallo spagnolo a quell’esperanto di promesse che piace ai tifosi di tutto il mondo. Una mitragliata di frasi spot che lasciavano intravedere il cambio di rotta. «Qui non abbiamo un cartello con scritto se vende. No, sul cartello c’è scritto se gana». E ancora. «Il problema non è vendere. Il problema, semmai, è comprare male».

Tutto faceva parte di una strategia. Anzi, ogni dichiarazione non era altro che una tessera, un tassello di un puzzle che prima o poi avrebbe rivelato il quadro d’insieme dipinto dal nuovo direttore sportivo romanista. Era la prima applicazione pratica del “Metodo Monchi”, un modus operandi che poco dopo è stato codificato in un libro, una piccola bibbia pagana contenente tutti i segreti della nuova religione di Trigoria. Nel volume, frutto di due anni di lavoro gomito a gomito fra il giornalista Daniel Pinilla e il ds biancorosso, trovano spazio una trentina di concetti chiave, riassunti sotto forma di domanda, che spiegano nel dettaglio la filosofia pratica che ha guidato l’operato di Monchi nel suo ventennio sevillista.

Ma il Metodo Monchi, quello che ha riempito cassa e bacheca degli andalusi, era effettivamente riproducibile al di fuori del Ramón Sánchez Pizjuán? E, soprattutto, era applicabile tout court a un club così diverso per aspettative, ambiente, capitale umano e struttura societaria rispetto al Siviglia? Alcuni di questi principi-guida rivelano la cura per i dettagli dell’ex portiere dei rojiblancos, ma sono comunque generalmente condivisi dai top club europei: facilitare l’adattamento di un giocatore straniero tramite un sistema di tutoraggio, ponderare il momento più adatto per far filtrare una notizia di mercato, fissare un’età minima per l’acquisto di futuri talenti.

Altri, invece, hanno un’incidenza per lo più ipotetica, come l’abitudine di leggere le notizie di politica internazionale. Il motivo? Capire se i club di un determinato Paese in crisi economica possano essere colpiti da insolvenza e quindi accettare più facilmente l’idea di far partire un calciatore. Poi ci sono i principi fondamentali, quelli che rappresentano la pietra su cui viene edificato il “sistema”. E sono proprio quelli che sembrano aver funzionato di meno durante la parentesi romana del direttore sportivo.

Il metodo Monchi a Roma

Il fulcro del “Metodo Monchi”, secondo Daniel Pinilla, è il «non aver avere paura quando si tratta di affrontare una cessione e di impoverire il capitale della squadra da un punto di vista sportivo, purché si sia messo in campo un preventivo lavoro di ricerca su possibili candidati sostitutivi, in modo che la competitività della squadra venga intaccata il meno possibile. La pressione mediatica o ciò che vogliono i tifosi NON è rilevante (è importante che il non sia espresso in maiuscolo)». In pratica, secondo il direttore sportivo spagnolo, si tratta di «generare plusvalenze per avere una rosa al di sopra delle tue possibilità».

È qui che si genera il primo cortocircuito. Poco meno di un anno fa, la Roma è riuscita ad arrivare fino alle semifinali di Champions League. Un risultato insperato che ha portato prestigio al brand giallorosso e decine di milioni nelle casse societarie. Eppure, pur di generare quelle plusvalenze necessarie a rafforzare la squadra, nel mercato estivo sono stati sacrificati Alisson, Nainggolan e Strootman. Ora, gli acquisti di Olsen, Mirante, Santon, Bianda, Marcano, Cristante, Coric, Nzonzi, Pastore e Kluivert possono essere davvero considerati al di sopra delle possibilità di una squadra che era riuscita a giocarsela quasi alla pari con il Liverpool?

Un altro punto fondamentale del “Metodo Monchi” riguarda la capacità di comprendere la “disgregazione”. Si tratta sostanzialmente di capire in anticipo quando un giocatore che ha dato tanto al suo club abbia imboccato la parabola discendente della propria carriera. A quel punto, l’unica cosa da fare è fissare internamente un prezzo congruo. Se arriva un’offerta che supera o pareggia quella soglia, bisogna vendere. Anche perché i successi ottenuti dal club andranno ad annacquare la nostalgia della tifoseria per un determinato giocatore. Scrive Pinilla: «Persa la paura di vendere, buona parte dello spirito del MM si forgia sull’affrontare una cessione nel momento più indicato, ed è quando un club che compra si presenta con più soldi di quelli stabiliti nella valutazione interna. Così semplice per alcuni e così complicato per altri».

La Roma ha rigettato il Metodo Monchi

Ed è stato proprio questo principio a guidare Monchi durante la campagna acquisti della scorsa estate. Mentre le cessioni di Rüdiger, Salah e Paredes (più quella di Emerson Palmieri a gennaio) erano state dettate da stringenti necessità di bilancio, gli addii di Alisson, Nainggolan e Strootman erano stati modellati proprio su questo dogma. Il belga e l’olandese, per motivi comportamentali il primo e  fisici il secondo, erano considerati a fine corsa, due giocatori non più in grado di garantire prestazioni elevate. E i numeri fatti registrare dai due nell’Inter e nell’Olympique Marsiglia hanno dato ragione allo spagnolo. Il problema, però, sono stati i volti nuovi che hanno preso il posto dei due centrocampisti: Javier Pastore e Steven Nzonzi.

“El Flaco”, 30 anni il prossimo giugno, è arrivato dal PSG per poco meno di 25 milioni di euro e ha firmato un contratto per cinque stagioni. Prima di dire sì, gli era stato chiesto di giocare per lo più come mezzala. Un ruolo che richiede un dinamismo notevole, soprattutto per un calciatore che negli ultimi tre anni aveva giocato appena 57 partite di campionato. Nzonzi, 31 anni a dicembre, è costato alla Roma 30 milioni di euro (bonus compresi) più un quadriennale per il giocatore. A preoccupare, però, non è solo lo scarso apporto fornito dall’argentino e dal francese alla causa giallorossa. Una squadra che vende i propri giocatori per generare plusvalenze, infatti, può spendere cifre così alte per due giocatori di 30 anni impegnandosi per giunta con contratti a lunga scadenza? Un punto di domanda che, dopo un’annata orribile, rischia di trasformarsi in una remissione certa per la Roma.

E non è ancora finita. Ci sono anche altri punti del Metodo Monchi che a Roma hanno fatto nascere qualche perplessità. Il primo riguarda i rischi medici considerati “ammissibili” nella trattativa per un calciatore. Il limite è tracciato chiaramente dal direttore sportivo: si va avanti nella contrattazione per un giocatore con problemi fisici solo se i termini finanziari sono molto ridotti e se una eventuale ricaduta non comprometterebbe in maniera definitiva il suo rendimento.

Due parametri che non hanno impedito al ds di chiudere comunque per Rick Karsdorp e per Patrik Schick. L’olandese (19 milioni di euro bonus compresi), è stato acquistato dal Feyenoord nonostante un problema al menisco del ginocchio destro. Giusto il tempo di comunicare l’affare che l’esterno è  finito in sala operatoria per sottoporsi alla pulizia dell’articolazione. Un intervento di routine che avrebbe dovuto tenerlo lontano dai campi per 3 settimane. Avrebbe, appunto. Perché l’olandese è tornato in campo addirittura a ottobre. Poco più di 82′ minuti contro il Crotone prima di uscire a causa di una lesione al crociato che ha chiuso in anticipo la sua stagione e ha rallentato il suo inserimento nel gruppo di Di Francesco.

Ma il caso dell’attaccante ceco è ancora più clamoroso. Nel luglio del 2017 la Juventus lo acquista dalla Sampdoria per 31 milioni. Poi, dopo le visite mediche, la Vecchia Signora decide di soprassedere. Fallito l’assalto a Riyad Mahrez, ala destra dalle caratteristiche completamente diverse, Monchi si siede al tavolo con il presidente blucerchiato Ferrero. Alla fine Schick è della Roma grazie a un accordo molto complesso che porterà la Roma a sborsare fino a 40 milioni di euro. Più di quanto era costato Gabriel Omar Batistuta. Praticamente 9 milioni in più di quanto lo avrebbe pagato la Juventus prima di scoprire che l’attaccante era stato colpito da un’infiammazione al cuore dovuta al forte stress.

Il cuore del Metodo Monchi, però, riguarda la strategia da seguire in fase di contrattazione. Per cercare di alzare il prezzo di un giocatore da piazzare altrove, infatti, il direttore sportivo ha utilizzato spesso il metodo del “poliziotto buono e del poliziotto cattivo”. Praticamente, quando un club chiedeva informazioni per comprare un calciatore del Siviglia, il presidente biancorosso pronunciava pubblicamente frasi come «Ascolteremo solo proposte fuori mercato». Oppure: «Per quella cifra vendiamo solo il laccio dello scarpino». Poi arrivava Monchi a operare la mediazione, a trovare quel punto di contatto fra domanda e offerta che doveva essere comunque  superiore alla famosa valutazione interna fissata dal club. Una strategia che ha funzionato spesso e che ha garantito una lunga lista di plusvalenze alla società spagnola.

A Roma, invece, Monchi si è ritrovato solo. Perché difficilmente un plenipotenziario può contare su una spalla. Senza qualcuno pronto a dargli una mano in questo gioco delle parti, il direttore sportivo si è dovuto esporre in prima persona. E non sempre ha potuto parlare con i tifosi. Proprio come successo nell’affare Alisson. A chi gli chiedeva chiarimenti sul futuro del brasiliano, Monchi aveva risposto: «Se partisse dovrei tornare a giocare io in porta: è più facile che resti lui». Salvo poi vendere il giocatore al Liverpool di Jurgen Klopp. Una strategia che ha finito per minare la sua credibilità agli occhi dei tifosi. E degli acquirenti.

A far discutere, poi, è stata anche la protezione indiscriminata che Monchi ha garantito all’allenatore della Roma. Nel suo libro, il direttore sportivo spiega che non esiste un metodo per decidere quando esonerare un allenatore e cercare un sostituto. Una serie di risultati negativi rappresenta solo uno degli aspetti da tenere in considerazione. Bisogna valutare anche la salute dello spogliatoio, capire se ci sono spaccature insanabili e, in quel caso, procedere al cambio del tecnico. Da nessuna parte, ovviamente, c’è scritto che all’esonero dell’allenatore debbano seguire anche le dimissioni del direttore sportivo.

Sotto la guida di Eusebio Di Francesco la Roma ha vissuto due stagioni a dir poco contraddittorie. Nella prima, il record di sconfitte casalinghe interne in campionato è stato bilanciato dal raggiungimento della semifinale di Champions League. Nella seconda, invece, le delusioni hanno superato di gran lunga i sorrisi. I giallorossi sono riusciti a perdere contro un Bologna che non aveva ancora mai segnato in Serie A. Hanno perso 6 punti contro la Spal, si sono fatti rimontare dal Chievo, sono stati sconfitti dall’Udinese, hanno consegnato alla Lazio il derby senza colpo ferire. Senza dimenticare i 30 tiri subiti contro in Real Madrid molto distante da quello degli Jugones di Zidane. Per non parlare del 7-1 rimediato in Coppa Italia contro una squadra non esattamente imbattibile come la Fiorentina.

Scivoloni imbarazzanti, che già a novembre avevano convinto il presidente Pallotta a cambiare allenatore. Monchi, invece, ha imposto ancora Di Francesco, rinviando quel cambio al timone che avrebbe permesso alla Roma di modificare la rotta. Forse.

Dopo 23 mesi di incomprensioni reciproche, il divorzio fra la Roma e il direttore sportivo era scontato. Eppure il fallimento dell’andaluso nella capitale non è la sconfitta di un singolo professionista, ma del cosiddetto Metodo Monchi. Il dogma del sevillista ha funzionato solo in una realtà ben precisa, circoscritta. Ossia in una squadra che era stata a un passo dal fallimento e che mai avrebbe pensato di riuscire a vincere in Europa. Un club dove l’iniziale assenza di aspettative aveva dato al ds la possibilità di lavorare guardando il lungo periodo. «Ho iniziato su una scrivania che non aveva neanche i cassetti» ama ricordare lo spagnolo. Anno dopo anno, plusvalenza dopo plusvalenza, Monchi è riuscito a costruire la propria reputazione. Quella di un santone in grado di arrivare prima di tutti gli altri su un talento che solo qualche mese più tardi avrebbe visto moltiplicarsi il suo valore.

Un Re Mida del calcio mondiale, appunto.

A Roma, invece, Monchi si è trovato in una situazione esattamente opposta. Il tempo a disposizione si era esaurito durante i primi 6 anni di gestione americana. Tanti investimenti, zero trofei. Serviva almeno una coppetta. Il prima possibile. Così, oltre ai giovani dal futuro più o meno brillante, lo spagnolo ha iniziato a comprare giocatori che sulla carta sembravano pronti fin da subito. E tutti i suoi acquisti più costosi, alla fine, non si sono rivelati all’altezza. La sua Roma, la Roma di Di Francesco, è rimasta gruppo senza mai diventare squadra. Un album su cui erano state attaccate figurine sbagliate. Le sue certezze si sono erose giorno dopo giorno. Fino a quando Monchi non ha smesso di essere Monchi. Da lui ci aspettavano scommesse diverse. Più Under, meno Pastore. Almeno concettualmente.

651 giorni sono bastati per capire che tutte le strade portano a Roma. Poche, invece, passano per Siviglia. Il rischio di bruciarsi in giallorosso, dove le aspettative della tifoseria di rado combaciano con l’effettivo valore della squadra, è molto più alto che sotto il sole dell’Andalusia. Certo, non tutto è da buttare. Anzi. Ma la sensazione di fondo è che la squadra che Monchi ha ereditato sia più forte rispetto a quella che lo spagnolo lascia al suo successore. La sua rivoluzione necessitava di più tempo per poter essere completata (e quindi giudicabile), ma era chiaro fin da subito che si trattava di una corsa contro il cronometro. Il miracolo non è riuscito e, dopo aver rescisso consensualmente il suo contratto, il ds si è accasato altrove. Non all’Arsenal, come sussurravano da tempo le voci di mercato, ma al Siviglia. Proprio nella sua comfort zone. Non avremo la controprova, dunque. Almeno per un po’. E non potremo capire se a non funzionare siamo stati noi o il Metodo Monchi. Davvero un peccato.

Foto: LaPresse

 

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

One Comment

  • T. ha detto:

    Articolo molto interessante.
    Rimango un appassionato del lavoro di Monchi e credo che a Roma abbia fallito per due motivi. Il primo, ben spiegato, è che, oggi, la vita in giallorosso è una corsa contro il tempo, non c’è più tempo per aspettare, per lavorare con calma, serve vincere qualcosa e anche subito e, forse, un diesse abituato a lavorare sul lungo periodo non è stata una scelta corretta già in partenza.
    La seconda è puramente …da organigramma. Alla Roma ragionano, di tecnica, troppe teste che neanche appaiono nella società e, a mio avviso, un uomo abituato a gestire ogni cosa come Monchi…normale che prima o poi abbandonasse una missione impossibile. Io credo che nel calcio serva un tridente unito e forte ovvero Presidente, diesse e allenatore, uniti e che vadano avanti per la loro strada, senza guardare in faccia nessuno. A Roma esistono troppi consiglieri, si parla di Roma in troppe città, non ci sono certezze e la collegialità delle decisioni è il più grande limite sportivo possibile.
    T.

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