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Mirko Vucinic, l’attaccante in altalena

By 9 Marzo 2021

Storia di  un attaccante da montagne russe che sembra uscito dalla penna di Dickens

È il settembre del 2003 e un telefono a Lecce squilla bollente: tra le tante – troppe – voci pronte a complimentarsi per la prima marcatura nella massima serie ce n’è una che l’ascoltatore conosce benissimo. Petrović, suo allenatore nelle giovanili del Sutjeska, è la figura quasi paterna chiamata ad annunciare ciò che in molti avrebbero voluto dire rendendo sin dal principio questa storia degna della penna di Dickens: “la comunicazione che ho il dovere di farle è che lei ha grandi speranze” – tali, o di tal fatta, le parole. Reali le aspettative, essendo Vucinic l’ennesima pescata di un Pantaleo Corvino capace di cogliere germogli poco visibili agli occhi altrui, necessaria la prudenza davanti ad un ventenne ammirabile ma tremendamente irregolare.

Basterebbe ricordare un episodio antichissimo per tenere le menti agganciate al suolo: Lecce-Crotone, campionato primavera, parole pesanti al direttore di gara e tre mesi di squalifica passati tra il campo d’allenamento e l’apertura punitiva della sede societaria ogni mattino alle otto, giacché Corvino sarà pure uomo di nascita e adozione ma non è da meno nello svezzamento.

© Renato Ingenito / LaPresse

Vucinic, tolto alla concorrenza del campionato olandese, ha in sé una specificità che impedisce comparazioni classiche: figlio di una nazione in corso d’opera, lontano dall’eco della guerra e da storie di povertà, col mito di Savicevic nella testa – genio ed indolenza. Tutti gli ingredienti sarebbero pronti: manca il cuoco, quel Zdenĕk Zeman capace di plasmare attacchi e bucare difese: è il 2005, il Lecce segna quasi quanto la Juve ed è in grado di mandare il suo primo uomo in nazionale, Cassetti.

Tra tutte le gemme una brilla di più: parte ala, si stringe, si accentra punta, segna fuori e dentro l’area: è alterno, a volte, e da artista qual è sembra dover trovare l’ispirazione, ma in provincia il pubblico è abituato ai giorni di croce e a quelli di festa e ben pronto a perdonare qualche pausa ad un piede benedetto, giacché quando il numero ventitré sta bene gira a meraviglia l’intero parco giochi: lo sanno bene i calciatori della Lazio, vittima sacrificale e non casuale, oggetto di una tripletta che rischierà di indirizzare un’intera carriera nel maggio dello stesso anno.

© Renato Ingenito / LaPresse

Fa caldo e il “Via del mare” è tutto esaurito, la partita vacilla collezionando marcatori, espulsi e grandi allegrie difensive, ma quando Vucinic decide di calzare gli scarpini in modo adeguato si apre il solco col resto dei colleghi: tocco di piatto in controbalzo, incursione dentro l’area, punizione dai venti metri che lascia di sasso un certo Angelo Peruzzi. Uno, due, tre: il giustiziere, titolano i giornali, dando aria a quello che sarà, molti anni dopo, un altro soprannome del montenegrino: Zorro. Troppi gol, troppo belli e tutti in una volta: l’età è dalla parte giusta, il talento anche, la testa maturerà: i grandi palcoscenici non possono far finta di nulla.

Il “giorno memorabile”, quello “gravido di cambiamenti” – per riprendere parole dickensiane troppo adeguate a questi fatti – porta la data del 30 agosto 2006: passaggio alla Roma con le romantiche e cervellotiche formule di un tempo (prestiti, cartellini smezzati come caffè e riscattati poi) e venti milioni quasi nelle casse della società giallorossa. Il montenegrino è la grande puntata, la scommessa che può dar frutti, l’azzardo che deve integrare uno già scintillante parco attaccanti: qualche ammaccatura – un menisco da operare – aumenta l’attesa, ma per i calciatori come Vucinic si aspetta e se necessario si spera, sapendo che il momento, imprevedibile, presto o tardi arriverà.

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Ci sarebbero vari momenti da elencare, con una supercoppa vinta da protagonista e qualche gol decisivo, eppure è una marcatura, nella mente di chi scrive, a far da spartiacque: è l’ottobre del 2007, sono passate le nove e Vucinic, palla al piede, sta andando verso il fondo del campo in una partita, quella contro lo Sporting Lisbona, incatenata sull’uno ad uno. La logica direbbe cross e preghiera al santissimo nella speranza di una deviazione vincente, il genio dice altrimenti, con primo avversario circumnavigato, secondo saltato di netto e palla scaraventata nel sacco da posizione non proprio omologata. Il gol è delirio, il suo festeggiamento consacrazione: ad abbracciare Vucinic in corsa verso i tifosi c’è un certo Bruno Conti, allora dirigente, che per i romanisti ha significato molto più di qualcosa.

Finisce il “vero amore”, inizia la “devozione cieca”, con il montenegrino che diventa quello dei gol leggendari. Dove non c’è regolarità subentra la bellezza: Vucinic prova gusto nello stupire  in occasioni importanti, quando fari e flash sono ben accesi. Non è questione di voglia e neppure di snobismo. È che ci vuole l’aria adatta, l’alchimia giusta, il momento adeguato: il montenegrino inizia a diventare bello di notte – appellativo toccato anni prima ad un calciatore, Boniek, che aveva indossato qualche casacca in comune – e tremendamente decisivo, quando nel marzo del 2008 si tuffa fisicamente su palla e qualificazione mettendo a sedere gli spagnoli del Real e portando la Roma ai quarti o quando, nel novembre dello stesso anno, regola il Chelsea prima con un destro siderale e poi con una sgroppata che inizia dalla sua area, vede un avversario messo scolasticamente a terra ed un certo Peter Cech chiamato a raccoglierla in fondo al sacco: saremmo al delirio d’onnipotenza, alla possibilità di usare quella parola campione sempre tenuta in tasca nei confronti del montenegrino per paura di una nuova quiescenza.

Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Ci pensa lui stesso a far da termometro, a dare la misura dell’alto e del basso con i fatti accaduti nel dicembre contro il Cagliari, sintesi perfetta dell’importanza e del rischio, perché Vucinic è da romanzo ottocentesco e non conosce pianure: gol decisivo allo scadere, pantaloncini sfilati e denuncia per atti osceni fatta pervenire da un tifoso. “Uno strano impasto di impetuosità ed esitazione, audacia e diffidenza, azione e sogno”: ecco Dickens che sembra parlar di Vucinic, ecco Vucinic che fa di tutto per tradire le attese ed infuocarle dal nulla, con partite giocate abulicamente e momenti di calcio soprannaturale, come dirà poi Sabatini, un altro che non si è di certo messo ad osservare calciatori il mese scorso.

Emblematico è un gol forse dimenticato da qualcuno ma pronto a dare la misura del tutto: Roma che gioca col Genoa e cerca di dare continuità ad una stagione importante, De Rossi che scucchiaia da posizione defilata e Vucinic che al volo distrugge la porta riempiendo titoli, occhi e speranze di un’intera tifoseria ormai pronta a traguardi importanti e alla ricerca di bandiere stabili, non di aquiloni soggetti al capriccio dei venti. Arriva il 2010 ed ha il sapore della prova del fuoco, con un Vucinic investito di responsabilità e “trattato come se avesse insistito lui per nascere” che pure mantiene le promesse a suon di marcature decisive – quattordici, per la precisione, con una tripletta all’Udinese e una punizione rifilata alla Lazio che ricorda l’inizio di questa storia – chiamato però però arrendersi al suo destino di eroe romantico destinato all’impresa e al dolore: non è la palla non passata a Perrotta in quel Roma-Sampdoria decisivo per lo scudetto a cambiare il corso degli eventi, ma la sconfitta, il sorpasso interista e le lacrime di Mexes che urlano al cielo la fine del sogno.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

L’attaccante s’arrocca su di sé, s’intristisce, perde quel respiro utile al capolavoro: il rapporto con Ranieri non aiuta, Sabatini parla di una postura che denuncia dispiaceri, la tifoseria scottata dalle speranze deluse perdona sempre meno. Il trasferimento alla Juve segna la fine del romanzo e l’inizio della realtà: non bella, non eroica, quotidiana. I torinesi in piena rifondazione hanno sempre la necessità di qualcuno dal colpo buono: Vucinic chiarisce sin da subito l’incapacità allo snaturamento, con il gol d’esordio al Bologna condito da seguente espulsione.

Non è più l’uomo dai colpi azzardati, è diventato più solido, e forse meno imprevedibile, al centro dell’attacco ma con sempre davanti il fantasma – l’ennesimo, dopo quello tottiano – di un qualcuno che quei colpi sapeva farli ancora meglio. Qualche squillo, una rete dai trenta metri contro la Fiorentina. Buone domeniche, altre in ciabatte, come si suole ormai dire di lui, quasi pronti a dare per scontata un’altalena parte integrante del giocattolo.

(Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

Eppure, tra scudetti e coppe nazionali arrivate – anche – con l’ausilio del montenegrino, almeno un momento di riaffermazione del sé, di quel Mirko Vucinic come misura dell’estro: marzo 2012, semifinale di coppa col Milan e risultato in bilico. Palla lenta, tranquilla: palla stoppata ai trenta metri. Uno sguardo alla porta, uno alla sfera: incrocio dei pali. Quello che tutti avremmo voluto sempre vedere: la giocata da intero costo del biglietto. Forse l’ultimo momento di seria creatività in una compagine che troverà in Tevez la sua nuova guida. Uno scambio – saltato – con Guarin, gli Emirati Arabi poi, con un’onestà bambina nell’ammettere ciò che gli altri negavano: il lusso è lusso, ed attrae, il calcio è divertimento, e ci si può divertire (quasi) ovunque. Alcuni hanno sempre pensato a Vucinic come a un grande tradimento, per noi è una figura di grandissima coerenza: uomo dell’attimo, dell’azione fulminea, eroe dell’improvvisazione, protagonista picaresco non da intere esistenze ma da brucianti passioni.

“ L’uomo che occupa un posto di fiducia non è mai il genere di uomo più adatto” – Dickens ci presta la sintesi perfetta per raccontare questa carriera, mai da impiegato a cartellino timbrato, sempre, in ogni suo momento, da adolescente in fuga, da circense in equilibrio sul filo e, perché no, da sognatore capace di grandi altezze e rapide discese, emblema irripetibile di quelle che, attese o disattese, furono sempre grandi speranze.

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