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Ecco perché l’Atalanta non è l’Ajax Italiana

By 16 Aprile 2019 Maggio 13th, 2019
Modello Atalanta

In 50 anni gli olandesi sono riusciti a creare una serie di principi capaci di sopravvivere nel tempo. Il modello della Dea, invece, punta ancora molto sull’artigianalità

C’è una pessima abitudine nel calcio – ma anche nel cinema -: l’ossessione di critici, analisti, giornalisti nel trovare un riferimento nel passato per definire un calciatore o la volontà di costruire parallelismi suggestivi per poter incensare realtà virtuose.

Ecco che così è arrivato per il pur fortissimo numero 10 Gheorge Hagi il soprannome di Maradona dei Carpazi e per l’onesto mestierante con piede educato Emre Belozoglu quello di Maradona del Bosforo. Blasfemia pura. Succede e succedeva a ogni livello: chi è di Roma e giocava a calcio negli anni ’90 non può non ricordare la tragica storia di Luca Amorese, il fenomeno del Roan Tuscolano, morto appena quattordicenne che tutti chiamavamo il Pelé del Quadraro.

Ecco, tra tutte queste necessità di etichettare e classificare con nomi rassicuranti e pomposi cose e persone, ecco che da anni viviamo il mito dell’Atalanta come Ajax italiana.Niente di più falso.

E non perché non apprezziamo il lavoro che si fa a Zingonia e dintorni, sia chiaro. Quest’anno a Bergamo meriterebbero davvero di conquistare un posto in Champions. Così come in Europa League avrebbero sempre meritato miglior fortuna. È una delle realtà imprenditoriali, tecniche, tattiche più interessanti del continente e Gasperini verrà ricordato a lungo come un Lippi del Nord-Ovest (sì, ci si casca sempre), soprattutto se ricordiamo che col Genoa fallì l’ingresso in Champions solo per la classifica avulsa e che da quando è nella Dea la sfortuna ci ha messo del suo per non fargli raggiungere risultati ancora più importanti.

Ma non esistono due modelli più distanti della società di Percassi e di quella di Amsterdam. Almeno finora.

Il motivo principe lo scorgiamo anche a un’analisi molto superficiale: i giocatori che passano per la capitale orange sono, da sempre, universali. Crescono al De Toekomst (Il futuro, in dutch) e posso giocare ovunque, con qualsiasi squadra e in qualsiasi schema. Questo fin dai tempi di Michels e Cruijff. A Bergamo, invece, si cresce nel 3-4-3 sincopato e dispendioso del Gasp, che del sistema Zingonia è il vertice, il necessario utente finale, tanto che alla società orobica potete togliere tutto e tutti, ma non lui.

Se prendi un giocatore dai Lancieri, raramente puoi pentirtene (e quando succede, come con Bergkamp, scoprirai in Premier che comunque era un fenomeno), se lo prendi dai nerazzurri, invece, ti chiederai se ti hanno rifilato il fratello scarso. Pensiamo a Milik, o Blind, senza tornare indietro ai fenomeni (da Suarez a Sneijder, passando per Ibra), e pensiamo a Kessié, che ricorderemo al Milan più per la lite con Biglia e la figuraccia con Acerbi che per i gol o le discese selvagge palla al piede.

O a Cristante, Gagliardini, passando per i lungodegenti Conti e Caldara. L’unica eccezione sembra essere Spinazzola, che però gioca in un ruolo, quello di laterale basso, più naturalmente universale e che ha ancora troppe poche partite nella Juventus per essere già passato dallo status di grande promessa a fuoriclasse.

Modello Atalanta

La differenza – e sia chiaro non c’è un giudizio di valore – sta nel progetto, più che negli investimenti. Certo, contano, ma la Masìa del Barcellona costa dalle tre alle quattro volte di più della cantera olandese e per gli investimenti (3 milioni) non siamo lontani da realtà virtuose italiane come Atalanta (2), Udinese e Fiorentina (che ha sfornato, ricordiamolo sempre, campioni come Zaniolo, pur perdendolo, Bernardeschi e Chiesa e per fatturato e monte ingaggi, sembra incredibile, è il modello economico più vicino a quello di Amsterdam: 100 a 90 in favore dell’Ajax, 38 a 27 in favore dei viola).

E nelle strutture, dal momento che il De Toekomst presenta 7 campi di ultima generazione, 14 spogliatoi superaccessoriati (come quello dell’Arena, con tanto di maxischermo in cui l’allenatore, anche nell’intervallo, può correggere errori di posizione e di interpretazione della partita), in cui gravitano 70 osservatori che da anni lavorano secondo un metodo collaudato e che nasce dai tempi del calcio totale.

Un progetto ormai quasi cinquantennale che ha contagiato anche i catalani (senza Crujiff non avremmo il guardiolismo, il tiki taka, la Masìa così come è strutturata ora) che si fonda su due caratteristiche: la ricerca costante di giovani campioni, che ha il suo fiore all’occhiello nella Giornata del Talento, appuntamento mensile a cui tutti i ragazzi olandesi e non possono iscriversi, provini aperti che vengono presi d’assalto, e la volontà di costruire calcio con schemi chiari ma anche con la necessità di assecondare le individualità di ciascuno.

Disciplina tattica e nel gruppo e libertà tecnica, come dimostrò a suo tempo Ibra, spesso punito per le intemperanze verso i propri compagni, per non aver fatto la scelta giusta in campo, ma non per aver messo il proprio bagaglio tecnico al servizio della squadra.

Basta guardare Neres, uno che come nel Napoli di Sarri hanno fatto Insigne e Mertens, sa obbedire senza farsi legare. C’è una griglia ad Amsterdam, un sistema di regole che consente anche ai giocatori già formati di entrarvi (Tadic per dirne uno), cosa che a Bergamo non riesce quasi mai (Gomez è lo zio che è maturato qui, Zapata è un’eccezione, sebbene sia la fotografia dell’unico giocatore “esterno” che può farcela da quelle parti: grandissimi mezzi fisici, crescita con maestri di calcio). Lì ti prendono più o meno da piccolo e ti plasmano e sai che al massimo potrai diventare Montolivo o Pazzini. E se sei attaccante, terminale di quel gioco perfetto e di quel sistema di scoperte, allora potrai magari essere Inzaghi o Vieri, che però crebbero e maturarono definitivamente qualche anno dopo Bergamo.

L’ossessione per la crescita personale dei ragazzi (ad Amsterdam li prendono dai 6 anni, a Bergamo dagli 11) e la tecnica sono comuni a entrambe le latitudini: «Sono 40 anni che insegno sempre le stesse cose: stop, conduzione della palla, tiro di collo o esterno, controllo di piatto o suola, e così via» diceva tempo fa a Repubblica Mino Favini (uno dei grandi artefici del modello Atalanta, insieme a Stefano Bonaccorso e allo stesso Gasp) che purtroppo si è spento a fine aprile. Una considerazione che parlando di Kean e ancora di più del suo pupillo classe 2001 Nicolò Fagioli, fa da tempo Max Allegri, che chiede ci siano meno schemi e più insegnamenti di fondamentali.

Mentre però a Bergamo – ma non solo – lo schema diventa vincolante (il 3-5-2 un tempo e ora il 3-4-3 è un modulo che di universale ha poco, soprattutto in difesa), ad Amsterdam ci si allena, pur partendo dal 4-3-3 (con cui Erik ten Haag sta facendo così bene), che invece è struttura tattica facile da destrutturare, modificare, ricostruire, su più schemi, tanto che ai tempi di Van Gaal ci si concentrava sul 3-4-3, anzi sul 3-3-1-3. Cruijff negli anni ’80 come dt (tra le prime cose che fece quel fenomeno, fu quello di prendersi Marco Van Basten), Leo Beenhakker come traghettatore, Van Gaal come plenipotenziario negli anni ’90, ancora Crujiff all’inizio del 2000 in una tormentata rifondazione sono stati il filo rosso che però, prima di loro, era stato “cucito” dal TISP. Prima del 4-3-3, lì conta quell’acronimo.

T come TECHNIEK, tecnica: al centro sportivo c’è una regola banale e geniale “passare la palla al posto giusto, al momento giusto”. I come INSICHT, visione di gioco. In questo caso il comandamento è “se vedi un giocatore scattare, è partito in ritardo”. P come PERSONLIJKHEID, personalità: tutti devono prendersi la responsabilità del gioco, “senza palla non puoi vincere”. Ai tempi del profeta del gol, erano tutti campioni: chi ha visto Krol a Napoli ha visto un regista difensivo che cambiava il senso della squadra e delle partite. Infine S come SNELHEID, velocità: “non devi necessariamente essere veloce, ma dovete esserlo tutti insieme, nel gioco”.

Vere e proprie tavole della legge, che sono rimaste con qualsiasi assetto societario e tecnico. Declinate con il mitico Johan in modo piramidale su ex icone – una sorta di modello Milan – piazzate sulla panchina e nel settore giovanile con un collegamento diretto, o come Van Gaal con un direttore generale plenipotenziario. Uno più “individualista” e attento al valore della persona, l’altro più spersonalizzante e sistemico con un metodo didattico progressivo e verticistico. Due modelli vincenti, se si pensa che Van Gaal, che altrove faticò a radicare certi metodi (ma seminò più di quanto crediamo), vide il suo progetto ucciso solo dalla sentenza Bosman e la fuga di metà squadra altrove. Questo unito all’innaturale 3-4-3, con la fine della squadra di Davids e soci creo una crisi d’identità.

A Bergamo potrebbero diventare così, ma la filosofia è più artigianale, vecchio stampo, fondato sul buon senso, un’organizzazione ferrea e ammirevole, la necessità di sopravvivere in tutt’altro contesto. Ottime strutture, ma un gruppo solido a dirigere tutto, che sta invecchiando. Se Amsterdam è inoltre il centro, la capitale di un paese piccolo, pieno di talento e contaminazioni coloniali, così da costruire un Dna calcistico di talenti che fanno della varietà e delle potenzialità tecniche la base, a Bergamo ci si ritrova in una realtà periferica, schiacciata tra le grandi del nord e ciò che all’Ajax arriva naturalmente – tutti in Olanda vogliono giocarci, persino il De Jong attuale che arriva lì per un euro dal Willem – a Zingonia lo conquistano con i denti.

Modello Atalanta

In Olanda si può costruire un modello economico sano e vincere. In Italia si può sopravvivere e neanche vinci (anche se ora alla Dea sognano la Coppa Italia): l’Atalanta deve vendere, l’Ajax può farlo. Dalla prima i giocatori vanno via appena hanno un’opportunità, dal secondo ci si pensa due volte, come insegnano le vicende di Klaasen o di Kluivert jr, a cui il padre Patrick rimprovera di non essere rimasto un anno in più. Se entrando a 6 anni nei Lancieri sai che se te la giochi bene diverrai un professionista ben pagato, a Zingonia spesso ti perdi. Forse meno che altrove, ma se l’Ajax è l’università del calcio, l’Atalanta è un’ottima scuola di formazione.

L’Atalanta non è l’Ajax italiano: i campioni orobici rimangono tali solo (o quasi) all’Azzurri d’Italia, i Lancieri vincono ovunque. I primi faticano ad adattarsi altrove e ci riescono con grande sforzo, gli altri trovano subito la quadra anche a migliaia di chilometri di distanza.

Ma può diventarlo, perché alcune delle basi sono simili e perché la visione su cosa deve essere il calcio (e i calciatori) non è molto lontano. Ed è quello giusto.

Certo, la vera domanda è: senza Favini (che si è spento qualche settimana fa), Bonaccorso, Percassi e Gasp cosa sarà di quel miracolo? In Olanda, invece, non abbiamo bisogno di chiedercelo. Non sarebbe nato nulla senza il mago Rinus e il divino Cruijff, ma adesso lì non contano più gli uomini, ma l’Idea.

Foto: Getty Images

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