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Mourinho sta mantenendo la promessa fatta a Harry Kane

By 29 Novembre 2020

Il gioco dello Special One impone all’attaccante di toccare molti palloni in una zona più arretrata del campo. Eppure Kane è tornato a brillare, zittendo le voci su un suo declino. Merito anche di quella frase pronunciata un anno fa da Mou in “All or Nothing”.

La vittoria contro il Manchester City nell’ultimo turno di Premier League, che è valsa al Tottenham il primo posto in classifica, è un manifesto fedele dell’inizio di stagione di Harry Kane. L’attaccante inglese non ha segnato, ma ha giocato una partita sontuosa, di qualità e sacrificio, impreziosita da un assist a Lo Celso per il definitivo 2-0. Trattasi del suo assist numero 11 da quando il calcio è ripartito, il nono in campionato. In poco più di due mesi ha già stracciato il suo record di assistenze stagionali in Premier, registrato nel 2016/17, quando ne aveva realizzati sette. È un dato in parte dopato dalla partita del 20 settembre contro il Southampton, quando ne ha infilati quattro tutti in una volta e tutti per Son (sette quelli in totale indirizzati al coreano), il primo giocatore inglese della storia a esserci riuscito.

In quel soleggiato pomeriggio di fine estate, Kane ha dato una vivida dimostrazione di quanto abbia nelle corde questo fondamentale. In particolare in occasione del terzo e del quarto assist, quando, una volta ricevuto il pallone, gli è bastata una fugace occhiata a Son per individuare la traiettoria giusta e colpire il pallone con la sensibilità necessaria, nonostante il suo corpo fosse rivolto dalla parte opposta rispetto al compagno da servire. Un no look vero e proprio, altro che quelli teatrali in cui il più delle volte prima si colpisce il pallone e poi si gira la testa per fingere di guardare da un’altra parte.

(Photo by Dave Thompson – Pool/Getty Images)

Questi e gli altri assist dispensati nelle altre gare non sono solo intuizioni, ma appaiono in maniera nitida come il frutto di una premeditazione, di una giocata codificata. Non a caso si somigliano molto l’uno all’altro. Liberati della loro complessità tecnica, sono il risultato della più scolastica delle combinazioni tra le punte, una viene incontro e l’altra attacca la profondità, solo che Kane, invece di scaricare verso un compagno come prevederebbe l’abecedario del calcio, salta un passaggio e si incarica in prima persona di imbucare. Una situazione che sembra presa direttamente dal playbook di Jürgen Klopp, che spesso ha affidato questo compito a Firmino per sfruttare l’abilità di aggredire lo spazio di Mané e Salah.

Il fatto è che è Harry Kane, per quanto sia capace di giocare distante dalla porta, a differenza di Firmino è prima di tutto uno straordinario finalizzatore, un attaccante che può contare su un’infinita gamma di soluzioni per trovare la porta, che sa muoversi divinamente in area.

Inoltre, il blocco basso con cui spesso Mourinho dispone la sua squadra per “imporre” il suo calcio reattivo, portano Kane a giocare questi palloni addirittura nella zona del cerchio di centrocampo. Kane ha dato dimostrazione negli anni di saper fare più o meno tutto su un campo da calcio, anche se nulla in maniera davvero eccezionale. È senza dubbio quel genere di attaccante multidimensionale che ti permette di tradurre sul campo diversi tipi di idee di gioco, ma davvero vale la pena trasferire il suo raggio d’azione così lontano dal suo habitat naturale e dove alla fine sa mostrare la miglior versione di sé?

(Photo by Andrew Boyers – Pool/Getty Images)

Eppure, fino ad ora, la scelta sta pagando. Per quanto il piano tattico sembri più studiato per esaltare le caratteristiche di Son, che con campo davanti è un giocatore letale, Kane sta disputando una grande stagione. Non risparmia mai di porsi come riferimento per la risalita del campo, è vivo, brillante, sempre coinvolto. Ha quel grado di confidence per cui spesso non si accontenta della soluzione più comoda, scelta che porta scompensi (71.1% di precisione dei passaggi), ma anche vantaggi (2.1 passaggi chiave a partita, solo Salah con 2.6 ne mette insieme di più tra gli attaccanti di Premier League). E benché, come detto, sia spesso costretto ad abbassarsi molto per cucire il gioco o tentare di innescare i compagni con passaggi lunghi, calcia di media 4.2 volte a partita e ha già segnato sette volte in campionato e cinque in Europa League .

Oltre ai numeri, è proprio l’esperienza di vederlo giocare a calcio in questo momento che restituisce la sensazione di un giocatore in piena fiducia. E che dà ragione a José Mourinho, al modo in cui lo sta utilizzando. Allora non può che venire in mente quella promessa fatta dal tecnico portoghese a Kane proprio un anno fa, documentata in All or Nothing.

Nel primo episodio della serie Amazon, José Mourinho, stretto nella nuova divisa viola che contrasta e accende il bianco che da qualche tempo gli brilla in testa, si avvicina a Harry Kane mentre la squadra sta facendo stretching in cerchio. Gli sussurra che vuole parlargli privatamente, e che lo aspetta l’indomani mattina nel suo ufficio, dopo la colazione.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Mourinho ha appena sostituito Mauricio Pochettino, esonerato dopo cinque anni sulla panchina degli Spurs. Ha il compito di raddrizzare una stagione partita malissimo e cercare di qualificarsi per la prossima Champions League. Da navigato allenatore qual è, sa che il raggiungimento dell’obiettivo non può prescindere dal rendimento del suo giocatore migliore: Harry Kane, appunto. La prima cosa da fare, dunque, è fargli sentire la fiducia, riconoscere la sua leadership, portarlo dalla sua parte. E Mourinho, tra i più autorevoli manipolatori di menti che il mondo del calcio abbia mai conosciuto, sa bene quali corde toccare, quale retorica adottare con il suo nuovo gioiello.

Eccoci dentro lo studio ed ecco il discorso, accompagnato dalla solita espressività mourinhana: «Il mondo guarda il calcio inglese con incredibile rispetto, ma pensa anche che le celebrità, le vere superstar, appartengano ad altri luoghi. Dobbiamo costruire il tuo status sotto quest’aspetto. La mia è una dimensione universale, e lavorando con me credo di poterti aiutare».

Sono due i tipi di reazione che un giocatore mediamente intelligente può avere dopo parole del genere dette da un tipo come Mourinho e ritmate da una mimica teatrale e strani versi con la bocca: la prima, respingente, è la sensazione di avere a che fare con un affabulatore e un mitomane; la seconda, accogliente, è restarne del tutto sedotti. Harry Kane, che annuisce e poi dice che apprezza prima di congedarsi, dà l’impressione di rimanere sospeso tra le due.

La presenza delle telecamere di certo non aiuta a chiarirgli le idee. Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, la scena non pare studiata ad arte. Per quanto Mourinho sia un sensazionale showman, l’impressione è che quel discorso sarebbe avvenuto con gli stessi contenuti e gli stessi toni anche in assenza di riprese. Forse non è la prima volta che Kane si sente dire quelle cose. È probabile che anche Pochettino abbia tentato di stimolare in lui quei punti sensibili. Ma è difficile pensare che qualcuno gliele abbia dette in quel modo.

(Photo by Nikolay Doychinov/Getty Images)

Sono pochi gli allenatori in circolazione capaci come Mourinho di farti sentire il giocatore più forte del pianeta. O quantomeno di farti credere che non sia impossibile diventarlo. C’è un’ampia letteratura sulle dichiarazioni di calciatori che dicono di aver tirato fuori il loro meglio sotto la sua guida. Le sue stesse imprese con Porto e Inter raccontano perfettamente la sua capacità di andare oltre i limiti e le possibilità. E anche nel pieno di un evidente decadimento, in un momento in cui è bollato come finito, vuole dimostrare di non aver perso il tocco magico del suo carisma.

Ovviamente il discorso di Mourinho parte da una base di verità, di concreta possibilità. Non vuole convincere Kane che la terra può essere piatta. C’è stato un periodo, infatti, circa due anni prima, in cui l’attaccante inglese stava guadagnando credibili patenti per entrare nel salone più esclusivo dell’élite del calcio mondiale. Quello in cui Messi e Ronaldo si muovono in ciabatte da più di un decennio.

Nell’anno solare 2017, Kane realizza 56 gol tra Tottenham e nazionale. Due in più di Leo Messi. Nessuno come lui. È probabilmente il miglior numero nove al mondo. Un traguardo raggiunto con la dedizione monacale di chi non è nato con un talento soprannaturale e si è dovuto costruire tutto battendo un chiodo dopo l’altro, centimetro per centimetro. È un altro fulgido rappresentante di quella narrazione edificante che racconta come il duro lavoro paghi; un testimonial ideale del claim motivazionale “volere è potere”.

(Photo by Oli Scarff – Pool/Getty Images)

Kane è passato dalle serie minori inglesi senza lasciare una grande traccia di sé. Chi lo ha allenato prima che arrivasse al Tottenham non ha mai intravisto il lui bagliore di una stella. Uno che si fa il mazzo, che ha buone qualità di base, sì, ma che difficilmente avrebbe impresso il suo nome nella storia di questo gioco. E invece Harry Kane si presenta al mondiale russo del 2018 come l’uomo che avrebbe potuto riportare l’Inghilterra sul tetto del mondo a 52 anni di distanza dall’ultima volta.

Arde di un’ambizione feroce, e più sente paragonare i suoi numeri a quelli dei due mostri sacri del calcio contemporaneo, più butta giù la testa e spreme ogni sua energia. Ha l’aspetto immacolato di un bravo giovanotto inglese, con i capelli ben pettinati all’indietro, che ama rotolarsi in giardino con i suoi due labrador Wilson e Brady, ma se si tratta di pallone questa apparente mitezza si spegne sotto il fuoco vivo di un bruciante desiderio di imporsi. È meticoloso ai limiti dell’ossessivo. Alla fine di ogni partita si fa mandare la registrazione della gara dagli analisti della squadra, e si tortura per ogni errore, piccolo o grande, promettendo a se stesso di lavorarci sodo il giorno dopo, sul campo.

C’è davvero poco istinto in lui. Ogni sua giocata è il risultato di una costante ricerca di concentrazione e lucidità. Sul suo account Instagram e sui canali ufficiali del nazionale inglese, potete trovare dei video in cui si esercita nelle finalizzazioni. Fanno capire bene come sia totalmente immerso nel gesto, come le sue sinapsi siano interamente focalizzate su quello che sta facendo. Non ha grande rapidità di esecuzione e non è esteticamente appagante, ma è sempre pulito e precisissimo, e non solo perché sa calciare benissimo.

(Photo by Clive Rose/Getty Images)

A un certo punto però, la sua parabola subisce una frenata. E non è semplice indagarne i motivi, anche perché i suoi numeri restano di primissimo livello. È vero, nelle ultime due stagioni la sua media gol si è leggermente abbassata, ma ha comunque chiuso entrambe con 24 reti. A condizionarlo gli strascichi di alcuni infortuni e i rientri forzati da altri, come quello in occasione della finale di Champions League del 2019, che gli hanno fatto saltare tante partite e lo hanno tenuto distante dai migliori standard di forma fisica. Intoppi che aggiunti al grande lavoro fatto in palestra per potenziare resistenza e muscolatura, da lui stesso confessato, hanno contribuito a farlo apparire più impacciato nei movimenti, più lento, più macchinoso, persino più goffo. Kane dava l’impressione di non sentirsi leggero e disinvolto, di portare in giro il corpo di un altro.

Così la sua parabola ha subìto un brusco cambio di rotta. Con l’abituale schizofrenia del dibattito calcistico, da superstar del calcio mondiale, all’età di 26 anni Kane inizia a essere descritto come un giocatore già entrato in una fase calante, addirittura crepuscolare. In Inghilterra, in particolare, comincia a farsi strada la paura che la sua storia possa ricalcare quella di Wayne Rooney, l’altro grande nome dell’ultimo ventennio di calcio inglese che si è consumato prima del previsto. Barney Ronay sul Guardian evoca questa paura e dice che forse Kane dovrebbe essere più amato: «Ancora una volta sembra esserci la volontà di accelerare un processo di declino, di vedere un tipo familiare di maturità eccessiva, un talento che si è già esaurito».

Un timore che trova eco nelle parole di Paul Merson lo scorso giugno, con cui consigliava a Kane di darsela a gambe dal Tottenham e da Mourinho se non voleva che le sue qualità venissero definitivamente inghiottite dal calcio difensivo del tecnico portoghese. Suggerimento rispedito al mittente prima dallo stesso Mourinho, che nel corso di una conferenza stampa ha risposto a modo suo presentando il curriculum di molti attaccanti passati sotto la sua egida (Drogba, Ibrahimovic, Milito), e poi dalle parole al miele – o semplicemente di circostanza – dello stesso Kane verso il suo nuovo allenatore: «È uno dei manager migliori del calcio, uno da cui puoi solo imparare».

(Photo by Neil Hall – Pool/Getty Images)

Intimamente Mourinho sa che la possibilità che Kane chieda al club di essere ceduto non è così remota. E così non perde occasione di coccolarlo pubblicamente, definendolo “Hero Kane” per i suoi sforzi fatti nel tentativo di recuperare il prima possibile dal brutto infortunio al ginocchio rimediato lo scorso gennaio. E ancora, sul finire della scorsa stagione: «Sono così felice che dopo un infortunio così difficile stia andando nella giusta direzione, quella che lo porterà direttamente nella prossima stagione».

Ovvero questa. Quella in cui Kane, in una nuova veste, sta brillando, e in cui il Tottenham è capolista. Se riuscirà a mantenere alto il suo rendimento, se gli impegni tra club e nazionale non condizioneranno un fisico fragile, se gli Spurs dovessero candidarsi seriamente al titolo, allora Kane, con un Europeo in vista, potrebbe dare un’altra sterzata alla sua carriera e alla sua narrazione. E Mourinho avrebbe mantenuto la sua promessa.

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