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Nahitan Nandez non ha conquistato solo Cagliari

By 25 Settembre 2019

Nahitan Nandez è arrivato in Italia preceduto da un hype apparentemente ingiustificabile, ma gli sono bastate 4 partite per prendersi Cagliari e diventare uno dei centrocampisti più interessanti del campionato

È un uccello! è un aereo! no, è Nahitan Nandez. Un oggetto non ancora ben identificato passa rapido sulla Sardegna Arena, consumando l’erba sulla fascia destra. Ha il numero 18 che fu di Barella e prima ancora di Abeijon, e che ricorda la cifra spesa da Tommaso Giulini per portarlo a Cagliari. Nandez è arrivato in Italia preceduto da un hype apparentemente ingiustificabile, al termine di un corteggiamento durato un anno e mezzo, lo hanno cercato con insistenza il Watford, Napoli e Lazio, eppure è arrivato al Cagliari, una squadra che in Argentina nessuno riteneva alla sua altezza. Perché a 24 anni Nandez si era già costruito la sua fama in Sud America, sfiorando la Libertadores con la maglia del Boca Juniors e giocando da titolare con la Celeste di Tabarez.

In Italia no, lo conoscevamo poco. Lo avevamo visto al Mondiale un anno fa, impiegato per lo più in un ruolo che non è quello in cui si esprime al meglio. Per capire che tipo di giocatore è Nandez basta prendere la parola spagnola che definisce il suo ruolo, volante, e non c’è nemmeno bisogno di traduzione, rende benissimo così. Centrocampista di corsa, con spiccate doti di interdizione e non deprecabili qualità di regia, esterno destro all’occorrenza, meglio ancora se mezzala, così come sta giocando a Cagliari. Nandez recupera un numero impressionante di palloni grazie a tackle profondi, ne perde parecchi per tendenza naturale alla ricerca della giocata, prova spesso il dribbling, gioca in verticale e crossa. Dal suo piede destro è partito l’assist per il momentaneo 1-1 di João Pedro alla seconda giornata contro l’Inter, poi la palla che Zapata ha deviato nella propria porta per il 2-1 parziale contro il Genoa alla quarta.

Foto LaPresse/Tocco Alessandro

E pensare che l’inizio non era stato dei più brillanti. Buttato nella mischia nel finale della partita di Coppa Italia contro il Chievo Verona, a pochi giorni dal suo arrivo in Sardegna, con pochissimi allenamenti coi compagni e la squadra ridotta in 10 per l’espulsione del portiere Rafael, aveva faticato a tenere palla, sbagliando tanti appoggi, apparendo ruvido e impacciato. Scherzi di agosto prontamente smentiti da quanto visto finora in un avvio di campionato in cui Nandez ha già dimostrato tutto il suo valore. Il pubblico di Cagliari è passionale e diffidente al tempo stesso, si invaghisce dei giocatori senza nemmeno conoscerli e altrettanto rapidamente li liquida come bidoni alle prime difficoltà. Nandez sembra però essere uno di quei rarissimi casi in cui la realtà è capace di superare le aspettative.

D’altra parte bastava il passaporto per autorizzare all’ottimismo. E no, non è solo per la vecchia e abusata retorica sulla garra charrúa, con tutta la sua letteratura scientifica di casistica che va dalle pigne di Montero ai morsi di Suarez, riportata in auge da Daniele Adani che la evoca a ogni gol di Matias Vecino. Cagliari e l’Uruguay sono vicini, molto più di quanto non dica il planisfero. Da qui sono passati Francescoli, Daniel Fonseca, Dario Silva, Fabian O’Neill, Diego Lopez, Pepe Herrera. Ma è Nelson Abeijon il primo giocatore a cui si è pensato quando ha iniziato a circolare il nome di Nandez.

Stesso ruolo, un modo simile di interpretarlo (almeno caratterialmente, perché tecnicamente Nandez ha certamente molto più di quanto non avesse il suo predecessore), persino lo stesso numero sulla maglia. Gli uruguaiani che passano da Cagliari dicono di sentirsi a casa, spesso riescono a trovare proprio in Sardegna la massima realizzazione della loro carriera. Nandez è arrivato così, tra i consigli dei connazionali e la speranza di avviare la sua fase europea partendo da una squadra non proprio di primissima fascia.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Il curriculum parla da solo: a 21 anni era già capitano del Peñarol, due anni prima esordiva in nazionale. Un passato da finissimo palleggiatore, poco propenso all’interdizione, dopo essere stato difensore da bambino e prima di un’esperienza addirittura da rifinitore alle spalle delle punte. La maturità tecnica da centrocampista box to box è arrivata col tempo, dopo un complicato apprendistato, anche grazie a un passaggio sulla fascia destra che l’ha reso più quadrato e affidabile. Nandez ha lasciato il Boca nella stessa estate italiana che ha visto il Pipa Benedetto partire per Marsiglia, eppure i tifosi xeneizes hanno avuto lacrime solo per lui. La sua ultima partita, in Copa Libertadores contro l’Internacional di Porto Alegre, si è conclusa con una standing ovation. L’ex candidato alla presidenza del Boca José Beraldi gli ha scritto una toccante lettera aperta pregandolo di non andare via. Una speranza vana, perché era chiaro che un giocatore di quel tipo non potesse restare ancora a lungo in Argentina.

La sensazione è che anche a Cagliari sia solo di passaggio. Non si fermerà molto, forse, i tifosi lo sanno e se lo godono per il tempo che sarà. Il suo procuratore, decisivo nel bene e nel male nella complessa trattativa che l’ha portato in Sardegna, è stato chiaro da subito: Cagliari è solo la prima tappa di una carriera europea che si aspetta ricca di successi e soddisfazioni. Gustavo Alfaro, suo allenatore al Boca si era detto sorpreso che a cercarlo fosse una piccola squadra di provincia con un passato glorioso sempre più lontano e non la Juventus.

Persino l’Inter ci aveva messo gli occhi sopra e per un attimo si è pensato che il suo trasferimento potesse rientrare nell’orbita del passaggio di Barella in nerazzurro. Lui, però, non sembra preoccuparsi troppo di ciò che sarà. In una intervista firmata da Alberto Masu e pubblicata dal quotidiano locale l’Unione Sarda lunedì 23 settembre, Nandez ha detto di non pensare mai al futuro ma di essere concentrato costantemente sul presente. Per capire quanto sia sincero basta vederlo sul campo, come si lancia su ogni pallone come se fosse l’ultimo della partita, l’ultimo della carriera, senza pensare troppo a risparmiare le energie o a evitare un cartellino giallo che potrebbe mandarlo in diffida o far scattare una squalifica. Per quelli come lui, a cui la natura non ha dato un fisico alla Yaya Touré né un talento alla Messi, non esiste il domani, c’è solo oggi.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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