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Nathan Aké è cresciuto lontano dai riflettori

By 16 Settembre 2020

Dalle giovanili del Feyenoord all’arrivo in Inghilterra a soli 17 anni. Poi il Chelsea, una serie di prestiti fino all’esplosione con il Bournemouth. Ecco perché il City di Guardiola ha deciso di investire quasi 50 milioni di euro su di lui

Tre difensori, oltre 200milioni di euro di costo del cartellino. Esistono reparti arretrati peggiori di quello che può attualmente schierare la nazionale olandese, con la coppia di centrali Virgil van Dijk-Matthijs de Ligt e il neo-acquisto del Manchester City Nathan Aké come primo o secondo ricambio (non va infatti dimenticato Stefan de Vrij). Fresco di trasferimento alla corte di Guardiola per una cifra attorno ai 45 milioni di euro, il percorso del 25enne Aké è una via di mezzo tra quelli dei citati compagni di reparto.

Non un late bloomer come Van Dijk, che alla sua età era reduce dalla prima stagione di Premier in assoluto (con il Southampton), e nemmeno un talento brucia-tappe come De Ligt. Aké gioca in Inghilterra da otto anni ma la sua crescita, costante e priva di passaggi di vuoto, si è sviluppata lontana dai riflettori, notata solo dagli osservatori più attenti mentre il resto lo ricordava soprattutto per il look  simile a quello di un giovane Ruud Gullit.

(Photo by Dan Mullan/Getty Images)

Akè ha lasciato l’Olanda a 17 anni senza mai aver disputato un solo minuto di Eredivisie, ma è uscito indenne da tutte le trappole che un simile percorso nasconde, dal salto nel buio in un livello di cui non si conoscono misure e confini, fino alla girandola di prestiti dove si rischia di viaggiare in continuazione senza arrivare mai. Dalle giovanili del Feyenoord al Chelsea, all’epoca allenato da José Mourinho, al quale, noblesse oblige, la dirigenza chiedeva risultati immediati. Difficilmente gli obiettivi modello tutto-e-subito si conciliano con il lancio di giovani in prima squadra. Stesso discorso con il suo successore Rafa Benitez, altro teorico del safety first, soprattutto nei top match.

Arrivato da difensore centrale in una squadra che aveva come titolari nel ruolo John Terry e Gary Cahill, nei primi duri anni di gavetta a Stamford Bridge Aké ha puntato molto sulla versatilità, presente nel suo dna calcistico fin dai tempi delle giovanili di ADO Den Haag e Feyenoord, ma ampliata e strutturata durante la sua esperienza inglese. Nel Watford stagione 2015-16 Quique Sanchez Flores lo ha proposto terzino sinistro in una squadra salvatasi senza problemi e arrampicatasi fino ai quarti di FA Cup, mentre il ritorno a Stamford Bridge durante la gestione Antonio Conte gli ha riservato scampoli di partita nella posizione di centrale sinistro in una difesa a tre. Ma a differenza dell’allora ds dei Blues Michael Emenalo, il tecnico italiano non è mai rimasto impressionato dalle qualità di Aké, creando le premesse per un nuovo prestito, poi trasformatosi in una cessione definitiva. La destinazione è Bournemouth, meridionale inglese. Tornato in riva al mare, come nella natia Den Haag, Aké ha spiccato il volo.

(Photo by Jack Thomas/Getty Images)

A dispetto del budget, il Bournemouth di Eddie Howe non era la tipica squadra che puntava a restare in Premier utilizzando il tradizionale prontuario salvezza fatto di calci, barricate e ampio assortimento di speculazioni tattiche. Il suo Bournemouth è sempre stato costruito per giocare a calcio, e per un elemento come le caratteristiche di Aké ha rappresentato l’ambiente ideale dove accumulare presenze affinando le proprie capacità: lettura del gioco, personalità, freddezza nella gestione del pallone. A dispetto del metro e 80 di altezza, il gioco aereo non è mai stato il punto di forza dell’olandese, anzi: dalla stagione 2015/16 a quella appena conclusa, la sua percentuale di successo nei duelli di testa è scesa dal 57.6% al 48.9%.

Aké è un difensore molto “pulito” (sesto giocatore più corretto della Premier 2019/20 con una media di 0.38 falli ogni 90 minuti), che usa meno i muscoli rispetto ai connazionali Van Dijk e De Ligt (0.09 cartellini gialli per 90 minuti) e non ama i tackle, nonostante la buona percentuale di successo (71.4%) quando è costretto a effettuarli. E’ un giocatore che imposta, porta la palla (nell’ultima Premier ha registrato una media di 78.6 metri percorsi in avanti palla al piede ogni 90 minuti) e sa gestirla senza mai andare in affanno, come mostrato dalle statistiche di accuratezza dei passaggi: 89,9% nella metà campo avversaria, 64.5% trequarti avversaria. A Bournemouth si è anche imposto quale uno dei difensori più costanti di tutta la Premier League, e nell’ultima stagione la sua media errori (per 90 minuti) che hanno causato un tiro in porta degli avversari è stata pari a zero.

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

In molti si sono interrogati sull’opportunità per Guardiola di spendere quasi 50 milioni di euro per un giocatore fresco di retrocessione e che, a livello tattico, si presenta come un doppione meno forte fisicamente del già costosissimo Aymeric Laporte. Il francese però ha perso quasi l’intera stagione per un infortunio al ginocchio e necessita di un ricambio già pronto, che conosca bene la Premier  – tra i classe 95, solo Luke Shaw e Hector Bellerin vantano più presenze dell’olandese nella massima divisione inglese – e che rispecchi l’identikit tracciato da Guardiola per il ruolo, ovvero un difensore centrale mancino, versatile e a suo agio con la palla tra i piedi.

Le nuove direttive imposte dal Covid-19 hanno costretto le grandi società a ripensare tempi e modalità di recupero da infortuni e fatica dei propri giocatori, visto che attualmente alcune strutture – quali ad esempio la camera criogenica – sono inutilizzabili per ragioni di sicurezza. Avere in rosa alternative di qualità per più posizioni può rappresentare un grande vantaggio, specialmente se, come nel caso di Aké, si tratta di un giocatore che rientra nella categoria home grown, alla luce della sua citata traiettoria professionale che lo ha visto giocare in Inghilterra dai 17 ai 23 anni di età.

Una caratteristica che accomuna Aké ai compagni di nazionale Van Dijk e De Ligt è l’approccio iper-professionale alla disciplina, già visibile nei primi anni di carriera quando aveva lasciato il tennis per il calcio. Un ragazzo fisicamente e mentalmente preparato, consapevole dei propri mezzi ma anche delle dinamiche relazionali di gruppo. Mai una parola fuori posto su esperienze e tecnici precedenti, soprattutto quelli che al Chelsea gli hanno concesso pochissimo spazio (“Mourinho è stato maestro”, ha detto, “e con lui dare il 100% in allenamento era una cosa naturale”), nessuna polemica né concessione ai pruriti da tabloid.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Al Bournemouth Aké decise di imparare lo spagnolo per avere una comunicazione migliore con i colleghi Diego Rico e Jefferson Lerma, aiutandoli nel contempo ad ambientarsi sulla costa sud inglese. Durante il lock-down ha deciso di imparare il pianoforte per mantenere la mente attiva. Dettagli forse irrilevanti quando si parla di un calciatore, o forse utili per tracciare un profilo a 360° di un atleta in un mondo, quello del calcio, dove niente può più essere lasciato al caso. Rimane la bizzarria del momento storico che sta attraversando il calcio olandese, movimento che negli ultimi anni sembra essersi convertito dalla produzione di grandi attaccanti a quella di grandi difensori.

 

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