Silent Check

Nemo propheta Insigne

By 19 Aprile 2019
Lorenzo Insigne

I fischi a Insigne fanno male ai sentimenti del calcio. Perché fanno male a Insigne stesso, per primo. Sono ingiusti perché Lorenzo è la maglia, la fascia ereditata da Hamsik, l’accento che porta uguale a quello di chi lo contesta. Ed è proprio questo il punto: se il pubblico di Napoli finisce a fischiare sé stesso vuol dire che in questa mentalità c’è qualcosa che non va, un cortocircuito, una memoria controversa verso quello che rappresenta il sangue.

Sul rovescio della medaglia c’è la spiegazione di questa polemica a fasi alterne che mette contro il 24 azzurro e parte del suo pubblico: la definitiva consacrazione di Lorenzo che stenta ad arrivare, quella che lo elevi da Masaniello del tiro a giro sul secondo palo a campione assoluto, leader decisivo, risolutore di ogni partita complicata in cui inciampa il Napoli.

Quello che i fischi dei supporter partenopei vogliono dire a Insigne è proprio questo: diventa il nostro 10. Non D10S, per carità, quello non si pareggia, ma diventa il dieci di questa squadra, di questa città, che ha bisogno sempre di un condottiero imbattibile, di quelli che non cedono mai il passo a una nuvola storta, che sguainino la spada piazzando il colpo decisivo per conto di sei milioni di tifosi sparsi per il globo terracqueo.

E su questo, Lorenzo sembra un po’ in ritardo. Come se mancasse un metro, un salto, un’ultima riga al cruciverba. Di quelle complicate, la parola che proprio non conosci e che inguaia di bianco l’incastro perfetto di definizioni e quadratini neri. Lorenzo Insigne, a oggi, è il più forte giocatore incompiuto del calcio italiano. Anche se ci sono domeniche, settimane, mesi, persino stagioni, che lo vedono protagonista, troppe altre lo vedono opaco, spento, come girasse a vuoto.

E la rabbia durante la sciagurata partita di ieri con l’Arsenal, quel giallo al 42’ scalciando via un pallone per un fallo reputato ingiusto, è la prova che la richiesta di essere il dieci, Lorenzo, la fa lui per primo a sé stesso. Impotente di fronte al limite umano che, forse, lo condanna. Lui che vorrebbe capovolgere il Vesuvio e svuotarselo nelle vene, lui che più di tutti desidererebbe lo scudetto cucito sul suo petto azzurro, strappandolo via ai rivali bianconeri.

Una storia che potrebbe pure avere un finale non scontato, con Lorenzo che cede alle lusinghe di un’altra maglia, un altro vulcano, magari di un’altra nazione. Dove i fischi, il giorno che arriveranno, perché arrivano per tutti, di sicuro faranno meno male di questi.

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