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Nessuno tifa mai per l’arbitro

By 23 Dicembre 2020

La Uefa ha dato vita a “Man in the middle”, una serie che vuole raccontare i migliori arbitri continentali. Un modo per creare empatia con la figura più solitaria e indispensabile del calcio

Sei anni fa, era il 2014, Nicola Rizzoli venne ingaggiato per un cameo in un documentario romanzato sullo scudetto vinto dal Bologna nel 1964. Coppola in testa, seduto al tavolo di un’osteria che pareva uscita da Bar Sport di Stefano Benni, gli sceneggiatori Cristiano Governa ed Emilio Marrese gli costruirono la battuta perfetta, caustica dati causa e pretesto: «Mai capito che gusto c’è a far l’arbitro…», il borbottio con l’accento giusto. Pochi mesi dopo Rizzoli avrebbe diretto la finale del Mondiale brasiliano e un anno più tardi Rizzoli – inteso come editore  – ne avrebbe pubblicato l’autobiografia, intitolata come quella battuta.

Ecco, appunto: di autobiografie di arbitri sono pieni i cataloghi, e proprio da una di queste, quella dell’inglese Howard Webb, la Uefa ha deciso di mutuare il titolo della sua serie sui migliori direttori di gara continentali, Man in the middle, l’uomo nel mezzo, sufficientemente evocativo di ciò che, in fondo, è l’immagine percepita di un arbitro, colui per il quale nessuno tifa e, soprattutto, (quasi) nessuno prova empatia.

 Howard Webb (Photo by Mark Thompson/Getty Images)

Quattro episodi girati nel corso delle ultime due edizioni della Champions League, sedici gli arbitri internazionali seguiti sul campo e nel quotidiano per tre ore di insight e di prospettive opposte a quelle consuete. Si entra nelle auto scortate che portano i ref agli stadi, negli spogliatoi dove la squadra arbitrale – perché sì: è una squadra, in tutto e per tutto, e deve essere più affiatata di quelle in campo – si dà la carica a inizio partita, cura i malesseri all’intervallo e si concede una birra alla fine. E, ciò che forse è più interessante, si penetra per alcuni caotici secondi nelle orecchie e nella testa di quegli uomini cablati (gps e var, auricolari e microfoni, fili e cavi, jack e fasce elastiche), dove si mescolano contemporaneamente il ronzio del pubblico o le urla delle panchine in uno stadio vuoto con le voci salvifiche del var, quelle dei calciatori petulanti con quella dell’arbitro stesso che i giocatori deve tenerli a bada mentre, in frequenza radio, i compagni allo schermo rivalutano.

Regna la confusione, tratti di schizofrenia alla Essere John Malkovich, eppure lo spettatore vede solo un uomo fermo, apparentemente atarassico al momento della decisione. Mentre fra i calciatori c’è chi gode e chi s’incazza, lui è invece «calm, confident, in control», nelle parole del francese Clément Turpin. E, se anche non lo fosse, dovrebbe dare quell’impressione sino a quando la voce dall’alto – e qui non c’è nulla di mistico, ma semplicemente tecnologico – non conferma la decisione o richiama la revisione.

C’è il lavoro di preparazione, lo studio delle squadre (ebbene sì: a certi livelli, e non solo in realtà, non si lascia nulla al caso), l’ambizione individuale di chi ha le spalle larghe per prendere decisioni e conseguenti insulti; ci sono la dedizione e le priorità di uomini ambiziosi che hanno messo il calcio davanti a tutto e se sono lì è perché sono i migliori. Oneri e onori, pure economici i secondi, anche a discapito degli affetti i primi, e per un Hategan che scopre al telefono della morte della madre fra il primo e il secondo tempo di una gara (Germania-Paesi Bassi, Mondiali 2018) eppure continua ad arbitrare – occhio: è proprio l’Hategan al centro della bufera per il caso Coltescu in PSG-Basaksehir – c’è un Kuipers che ammette amaramente di avere saltato undici dei quindici compleanni della figlia perché «giugno è il mese dei grandi tornei» e insomma, arriverà poi il tempo di essere un family man. Difficile, salvo essere complottisti che vedono disonestà e condizionamenti ovunque quando il fischio non garba – e, dunque, tifosi – non percepire che per quegli uomini (e donne: Frappart e compagne però si vedono solo durante le sessioni di allenamento) il successo, che qui significa evitare l’errore, è l’obiettivo non meno di quanto lo sia per un calciatore.

Ovidiu Hategan (Photo by Stuart Franklin/Getty Images)

È la versione dell’arbitro – e pure questo è un titolo già utilizzato: un gustoso romanzo di Pier Luigi Brunori, pubblicato nel 2019 da Radici future – un po’ come lo era stata una decina di anni fa, in un tentativo simile, Les arbitres (Kill the referee) dei registi Eric Cardot, Yves Hinant, Delphine Lehericey: una versione comunque ultrapatinata, per questo di maggiore interesse è forse il docu-film Rättskiparen (The referee) del 2010, dove il regista Tomas Mattias Löw decide di seguire per un anno l’arbitro svedese Martin Hansson, in predicato di essere inserito nella lista per Sudafrica 2010. Ecco: Hansson è rimasto nella storia per un errore – che comunque non gli ha precluso la possibilità di dirigere al Mondiale – ma lo ha segnato nell’immaginario calcistico, vale a dire non avere visto (lui e gli assistenti) il mani di Henry prodromico alla rete che qualificò la Francia al torneo iridato a scapito dell’Irlanda di Trapattoni. Il documentario, pensato diversamente, incappa casualmente nel disastro e cambia di segno, esplodendo l’interesse narrativo: s’incupisce, un po’ per quell’errore e i suoi effetti sulla reputazione mediatica e la quotidianità di Hansson, un po’ per la figura stessa di Hansson, già scorbutico e indisponente di suo, con una storia familiare, caratterizzata da una recente separazione che ne rende la vita reale qualcosa di ben lontano dai contesti affettivi pressoché perfetti che fanno da sfondo a Man in the middle.

Altri tempi, segnati da tecnologie a latere non risolutive: fu una topica colossale, che oggi sarebbe impossibile. In fondo, per scelta ovviamente visto che il focus è diverso, l’errore di rilievo è proprio ciò che manca a Man in the middle, così come qualsiasi riferimento agli arbitri senza fili, quelli senza scorta e senza aiuto, perché l’Hansson di dieci anni fa era più simile a un qualsiasi arbitro che diriga nei campionati dilettantistici rispetto a quanto non lo sia un Orsato oggi. Tuttavia i campi di terra, le trasferte chilometriche per andare ad arbitrare dove nemmeno l’acqua della doccia è calda e quel mondo in cui si può contare solamente sugli assistenti, li conoscono, e li ricordano, anche coloro che oggi arbitrano nel glamour della Champions. All’apice di un percorso che tutti hanno cominciato più o meno da adolescenti, con la stessa passione – ma con maggiore caparbietà, altrimenti non si fa l’arbitro – rispetto a chi il pallone deve calciarlo.

(Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Del resto, servono determinazione e una peculiare e solida forma mentis per sopportare insulti, calunnie, ragazzini che tentano di fregarti o di metterti le mani addosso e dirigenti che ti aspettano davanti alla porta dello spogliatoio, ma pure reggere un humus narrativo fatto di commedie sexy in cui la (ex) giacchetta nera finisce letteralmente cornuto e inevitabilmente mazziato (L’arbitro di Luigi Filippo D’amico, anno 1974, con Lando Buzzanca, ma anche il primo episodio de Il tifoso, l’arbitro, il calciatore di Pierfrancesco Pingitore, anno 1982, con Alvaro Vitali), film in cui la corruzione e il sospetto permeano tutto (L’arbitro di Paolo Zucca, con Stefano Accorsi, 2013), testate con articolesse in cui il pregiudizio denigratorio parte dalla designazione – e che notizia sarà mai l’identità di una figura necessaria per lo svolgimento di una gara, se non si parte dal preconcetto? – quindi si sostanzia nei successivi “dossier” voluti dai club e che finiscono sui giornali… equivicini a determinate realtà, e partite che si concludono, di fatto e ancora oggi, con l’anacronistica autoimposizione di un silenzio non assolutorio, ma colpevolizzante. Se parlano gli altri, tutti gli altri, l’eco premia chi bercia di più. Non la versione dell’arbitro, l’unica che, invece, conta. Perché c’è lui nel mezzo.

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