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Nicolas Dominguez è perfetto per il Bologna

By 17 Gennaio 2020

Tecnica, dinamismo, copertura e capacità di inserimento. Il centrocampista argentino può diventare un punto di forza della squadra di Mihajlovic

Il 30 giugno 2018, Jorge Sampaoli schierava contro la Francia, nella partita più complicata di un Mondiale giocato sul bordo del precipizio, la sua ultima formazione da allenatore di una Selección che non era mai riuscito a fare sua, in nessun momento. In mezzo c’erano Banega, Mascherano ed Enzo Pérez, tre giocatori diversi per compiti e caratteristiche, tutti con trent’anni o più e, per un motivo o per l’altro, sprovvisti di dinamismo.

Persino Enzo Pérez, vecchio soldato di fanteria di Alejandro Sabella a Brasile 2014 e all’Estudiantes, col tempo – e grazie alla prima fondamentale intuizione di Jorge Jesus al Benfica – era stato reimpostato da Marcelo Gallardo come mediocentro di letture e uscita. La mancanza di mobilità è stata una delle tante cose che non hanno funzionato, in quell’Argentina.

L’addio al centrocampo lento e posizionale è stato forse il cambiamento più significativo apportato da Lionel Scaloni e non è un caso che nel rinnovamento dell’Albiceleste, stia trovando spazio una Nouvelle Vague del centrocampo argentino, costituita da interpreti giovani, completi, dinamici e moderni.

Non è casuale nemmeno che i due centrocampisti più richiesti in Europa del campionato locale siano cresciuti insieme alle due proposte di calcio più limpide, riconoscibili e pervasive del Paese: se Exequiel Palacios è soltanto stato in orbita Inter per poi trasferirsi dal River Plate al Bayer Leverkusen, Nico Dominguez, la pietra angolare del Vélez Sarsfield di Gabriel Heinze, ha giocato domenica pomeriggio i suoi primi minuti con la maglia del Bologna.

Il calcio di Gabriel Heinze è ispirato alle idee di Marcelo Bielsa, il più influente e rivoluzionario allenatore argentino in attività, ed è un calcio di dominio. Il Vélez cerca sempre di bruciare l’avversario con intense fiammate di pressing, di incalzarlo con scambi veloci, controllo del possesso e dello spazio, ricerca della verticalità e continui scambi di posizione: vedendo giocare il Fortin, Nico Dominguez sembra l’interprete ideale di un fútbol che esalta tecnica e dinamismo, associazioni e lettura degli spazi, eppure il fit tecnico che è risultato perfetto fino ad oggi non è frutto di una semplice coincidenza di caratteristiche, ma di un lavoro tutt’altro che scontato.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Inserirlo nel meccanismo è stato sicuramente più semplice di altri casi, che invece hanno avuto un totale rigetto ai codici del calcio di Heinze e, soprattutto, ai suoi altissimi standard di pretese. “Da quando Heinze è arrivato, sono cresciuto moltissimo. Oltre ad avermi migliorato nei compiti difensivi, mi ha reso un giocatore molto dinamico, che era ciò che mi mancava” ha raccontato il ventunenne in un’intervista a TNT Sports.

Nico, infatti, nasce come centrocampista di qualità, poco incline al lavoro difensivo, ma il Gringo è intervenuto e lo ha completato, aggiungendo alle sue caratteristiche naturali il quid che gli mancava per passare da elemento di buon talento a giocatore a tutto campo, completo.

Il repertorio tecnico di Nico Dominguez è ampio e mai barocco. È una mezz’ala che partecipa con tocco pulito, sensibile ma essenziale alla circolazione: a differenza di Exequiel Palacios, che ha i suoi picchi di genialità nel tracciare fendenti contro difese schierate e aprire corridoi scomodi, anche da fermo, le sue caratteristiche non sembrano mai sfumare verso quelle di un numero dieci.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Al contrario, è un “otto” purissimo, e la sua gestione del pallone è intelligente e precisa, anche in verticale (0.9 passaggi chiave a partita in media in campionato come dote e un filtrante nello spazio per Palacio come biglietto da visita) pur non essendo un giocatore da pausa e invenzione: la sua vera forza è saper tenere alto il ritmo della manovra, dimostrandosi reattivo nel leggere la situazione in fretta e fare la scelta giustain base ai tempi dell’azione.

Sa sempre farsi trovare smarcato, partecipare a scambi veloci e di prima intenzione o trovare un compagno ben posizionato con passaggi rasoterra mai scontati e cambi di gioco precisi. Quando è in possesso e viene aggredito, non ha problemi a cercare il dribbling per conservare palla, sfuggire all’uomo o guadagnare fallo (1.3 subiti in media a partita); dribbling che tenta mediamente 1.4 volte a partita (di cui 0.9 riusciti) e che, quando ha più spazi davanti a sé, abbina a un buon passo, diventando pericoloso anche in conduzione.

Il 4-3-3 di Heinze alterna molte soluzioni interessanti in uscita della palla: il più delle volte il centrocampista centrale, che sia Fernando Gago o Gastón Giménez, scende tra i centrali nella classica salida lavolpiana, in altri casi partecipano il portiere oppure un terzino (tutti gli undici in campo, al Fortin, hanno la proprietà tecnica per farlo).

L’obiettivo del Vélez è uscire in maniera pulita dal basso e, quando non trova subito gli spazi per colpire, schiacciare l’avversario nel suo campo, cercando di scombinarlo con scambi e movimenti: Nico Dominguez, come detto, svolge con precisione il proprio ruolo nella circolazione, ma anche senza palla sa diventare letale. Praticamente ogni azione, si sgancia in avanti e, sfruttando gli spazi che la punta, sempre mobile e associativa, gli apre, penetra in area per ricevere e arrivare alla conclusione.

Dire che accompagna l’azione offensiva è un eufemismo: ne è parte integrante, come testimonia lo status di capocannoniere della squadra, con cinque gol che stanno valendo un quarto posto a due punti dalla vetta, in uno dei campionati più aperti ed equilibrati degli ultimi anni (le prime tredici squadre della classifica sono raccolte in soltanto sei punti).

Nelle 14 partite di Superliga giocate in questo semestre, ha calciato 13 volte da dentro l’area, risultando il miglior centrocampista del campionato in questo dato. Ciò che salta all’occhio, oltre alla frequenza con cui si ritrova attivo in zone calde, frutto di precisi tempi di inserimento, sono la freddezza e la proprietà con cui conclude, optando quasi sempre per tiri angolati e precisi, senza timore di utilizzare anche il piede debole, il mancino.

“Ho lavorato molto negli ultimi sei mesi per arrivare maggiormente in area e segnare di più” ha detto Nico nella stessa intervista. La ricerca del gol è diventata fruttuosa solo questo semestre e, pur beneficiando palesemente di un contesto tattico congeniale, poggia ugualmente su buone caratteristiche individuali. Ancor più decisiva per la sua trasformazione in un vero e proprio box-to-box è stata l’aggiunta di un lavoro difensivo di alto livello al suo set di caratteristiche.

Il Vélez è una squadra molto aggressiva, che attacca con grande intensità gli avversari nella loro metà campo: la corsa e la resistenza sviluppate da Nico Dominguez sono la chiave della sua effiacia in un sistema difensivo proattivo, gli permettono di svolgere un lavoro continuo ed efficace in pressione e, allo stesso tempo, impegnarsi in profondi recuperi all’indietro.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Inoltre, dimostra una sorprendente pulizia nel tackle, che affonda spesso (4.5 volte a partita, andando a segno 2.7 volte) anche a costo di rischiare interventi duri o arpionando palloni difficili da dietro, e nel contrasto in piedi. Per rimanere ugualmente efficace in Serie A, potrebbe dover affiancare alla buona qualità nei gesti tecnici difensivi anche una struttura fisica che gli permetta di assorbire meglio i contatti: nonostante sfiori il metro e ottanta, parte da una corporatura piuttosto esile e ha già raccontato che Mihajlovic, poco dopo il suo acquisto, avvenuto quest’estate per circa sei milioni più bonus e una clausola sulla rivendita, gli ha assegnato del lavoro da svolgere per rafforzarsi muscolarmente e arrivare in Italia ancora più pronto.

Nico Dominguez sembra avere tutte le qualità per esplodere anche a Bologna: il Vélez di Heinze non è stato soltanto un contesto favorevole nell’immediato, utile ad amplificare i pregi e nascondere i difetti, ma bensì un laboratorio tatticamente all’avanguardia che ha influito direttamente sulle sue caratteristiche e sulla sua completezza. Un bagaglio che sicuramente si è portato in Emilia, dove troverà uno degli ambienti più adatti al suo impatto con la Serie A: un 4-2-3-1/4-3-3 aggressivo e coraggioso, con una punta come Palacio, strepitosa nei movimenti e nelle letture senza palla, incline ad allargarsi e favorire gli inserimenti dei compagni.

Il dinamismo, l’intensità in pressing, l’attenzione al compito difensivo e la presenza in area sono caratteristiche che l’attuale centrocampo, formato da Poli, Medel e Soriano, possiede già, distribuite in maniera non omogenea: Nico, se si inserisce al meglio – e ha le doti e la testa per farlo molto velocemente – può integrarle con una qualità nelle scelte e una proprietà di tocco superiori, che nessuno, nel reparto orfano di Pulgar, possiede in misura paragonabile.

Una completezza differente, dunque, che può renderlo insostituibile. I suoi primi quindici minuti con la maglia del Bologna addosso hanno lasciato intravedere alcuni suoi colpi, e la prospettiva di poter dare immediatamente un apporto enorme. I gialloblù lo hanno scoperto e scelto già da mesi; all’élite del calcio basterà pochissimo per mettersi in pari.

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