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Niels Bohr, il fisico che voleva essere un calciatore

By 7 Aprile 2019 Aprile 9th, 2019

La storia del Premio Nobel che giocava in porta. E che ha abbandonato una partita per risolvere sul palo un problema matematico

Quando Einstein, che fu amico e poi nemico di Bohr per la sua teoria quantistica, scrisse che «Dio non gioca a dadi con l’universo» Bohr, si presa la briga di rispondergli per iscritto affermando che nemmeno lui, Einstein, poteva permettersi di «dire a Dio come doveva giocare».

Niels Bohr è nato a Copenaghen la mattina del 7 ottobre 1885. Suo padre fu docente alla facoltà di Fisiologia dell’Università danese, suo nonno fu insegnante e preside del Westenske Institut cittadino. Sua mamma, ricca borghese di origine ebraica, fu parlamentare. Suo fratello, Harald, fu matematico, ma soprattutto calciatore della Nazionale danese, con una partecipazione alle Olimpiadi negli almanacchi.

Come il fratello anche Niels decise di darsi al gioco del pallone per i campi impolverati e terrosi della Danimarca. E, come il fratello, entrò nella squadra locale di Copenaghen, l’Akademisk Boldklub, già nel 1905.

Eccolo, Niels. Stringe i guanti, si aggiusta il ciuffo e controlla la posizione sulla linea di porta mentre difende le sorti dell’AB. È una sera di giugno, in una partita organizzata contro una rappresentativa internazionale, perché un osservatore voleva portare i talenti migliori nella nascente Nazionale danese.

Ebbene, fu in quella partita che Bohr entrò nella storia. No, non con un colpo di reni o una parata sensazionale. Anzi, a dire il vero il primo gol lo subì quasi subito, dopo pochi secondi. E mai parò un tiro. Mai. La partita fu interrotta a fine primo tempo, quando il risultato era di 18 a 0 per la rappresentativa internazionale. Diciotto a zero.

Niels Bohr passeggia non la Regina Elisabetta nel 1957 (Getty).

Quando alcuni giornalisti andarono a intervistarlo a fine primo tempo, Bohr, spiegò con estrema calma che lavorava solo «sotto pressione» e quel giorno, per giunta, «visto che si erano create le condizioni perfette» pensò bene di mettersi a fare i calcoli. Scrisse, letteralmente, un problema matematico impostato sulla grandezza fisica pensata come giocatore di calcio sul palo della sua porta. E quando arrivò un tiro da quasi metà campo lui, Bohr, neanche  se ne accorse.

Col calcio, finì lì. Ma non con la fisica. Niels Bohr si laureò all’Università di Copenaghen nel 1911, se ne andò prima a Cambridge grazie ad una borsa di studio e poi a Manchester, dove portò avanti i suoi calcoli grazie a un finanziamento ricevuto dalla Carlsberg.

Niels Bohr diede contributi fondamentali nella comprensione della struttura atomica e nella meccanica quantistica, pubblicò il suo modello di struttura atomica, introdusse l’idea che un elettrone possa cadere da un’orbita di alta energia (alla base poi della Teoria dei Quanti). Nel 1927, al Congresso Internazionale dei fisici tenutosi a Como in occasione del centenario della morte di Alessandro Volta, Bohr rese pubblico il suo ‘principio di complementarità’. Il suo allievo più talentuoso, Werner Heisenberg, fu per due anni alla testa del programma nucleare tedesco con l’obiettivo di rifinire la bomba atomica. E pare che ci riuscì.

Il destino fu più clemente con suo fratello minore, Harald. Lui sì che riuscì a entrare nella nazionale danese. Anzi, qualche anno dopo quella disfatta dell’AB  fu protagonista di una straordinaria vittoria della Danimarca ai Giochi di Londra del 1908 per 9-0 contro la Francia. Erano le prime partite ufficiali della Nazionale danese, il cui cammino si fermò solo in finale, sconfitta dall’Inghilterra per 2-0.

Harald rinunciò a un torneo ufficiale con la sua nazionale per aiutare Niels con la sua tesi di dottorato. Nel 1922, dopo la vittoria del Nobel Bohr diventò una star. Nell’ordine: l’elemento Bohrio è stato chiamato proprio così in suo onore; un asteroide ha preso il nome di 3948 Bohr, sulla Luna gli sono stati dedicati un cratere di 71 km di diametro e una valle di 80 km di lunghezza; il suo faccione è immortalato sulla banconota da 500 corone danesi e la Carlsberg dopo avergli pagato una borsa per i suoi studi in Inghilterra regalò a Niels Bohr una casa dotata di una tubatura che gli permetteva di servirsi di birra fresca ogni qual volta ne avesse sentito il bisogno.

Nel 1922 è stato insignito del Nobel, nel ’47 ha ricevuto l’ordine cavalleresco danese più prestigioso. In seduta di laurea, il giorno della sua tesi di dottorato, c’erano più appassionati di calcio che fisici. Molti, però, non dimenticarono mai la sua esibizione con l’AB.

Il 27 aprile del 1920 Niels giunse a Berlino su invito di Maz Lanck: fu lì che si colse l’occasione di un incontro a tre insieme ad Einstein: la visita fu estremamente cordiale, i tre fisici maggiori al mondo in quel momento si trovarono a loro agio, confrontando le proprie idee benché le posizioni di partenza fossero ben distanti. «Poche volte, nella vita, una persona mi ha dato tanta gioia con la sua sola presenza come è stato nel suo caso» scrisse Einstein a proposito di Bohr in una lettera appena successiva all’incontro. Prima di concludere con una frase che sembra tanto un incrocio tra il disincanto risentimento: «Non riesco ancora a credere che Dio giochi a dadi. Ma forse mi sono guadagnato il diritto di commettere degli errori».

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