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Non permettiamo ai dettagli di farci cambiare idea su Guardiola

By 2 Maggio 2019

Negli ultimi anni le squadre di Pep sono state eliminate dalla Champions per una serie di particolari. Questo, però, non basta a sostenere che non esiste il guardiolismo lontano da Barcellona

Roberto Di Matteo, Jupp Heynches, Carlo Ancelotti, Luis Enrique hanno in comune una cosa: nelle ultime nove stagioni tutti hanno messo in bacheca il loro faccione accanto a una Champions League. Ma sopratutto, in questo spazio temporale, ne hanno portata a casa giusto una in meno di Pep Guardiola. Dove vogliamo arrivare? Il sentiero sembra in salita e pieno di tornanti. Dietro un’apparente banalità da albo d’oro c’è molto di più.

Il dato: 2011, ultima Champions baciata dal maestro di Santpedor. La seconda in tre anni. Poi il nulla, a livello d’argenteria con musichetta in sottofondo. Sul piatto restano le briciole: quattro semifinali, due quarti di finale, un ottavo. Che per uno così hanno lo stesso valore dell’anno sabbatico post Barcellona: vuoto cosmico. Diciamolo subito, le risposte alle domande “esiste il ‘guardiolismo’ senza il Barça?” oppure “È stato sopravvalutato fino a neanche dieci anni fa?” o ancora “Sta fallendo nel costruirsi il suo personale trono di miglior allenatore di sempre?” non ci sono. O meglio, sono in divenire. Ci saranno, forse, alla storia piacendo.

In queste righe ci sono rigori, secondi, differenza gol casa-trasferta, Var, dettagli. Già, dettagli. «Per vincerla servono: il momento giusto, la fortuna e i dettagli». Le tre tavole della legge europea di Mr. Cinque Champions, Cristiano Ronaldo. Parole scelte, non dadi tirati a caso. Parole che a naso mandano fuori di testa tifosi, proprietari con il portafoglio in mano, allupati di meritocrazia. Parole chiarissime: la differenza la fa quello che non puoi prevedere, comandare, studiare, plasmare, indirizzare. E, ovviamente, la reazione a questi agenti esterni.

Cambiare idea su Guardiola

A proposito, capovolgiamo un attimo il corso degli eventi. 6 maggio 2009, semifinale di ritorno, i giocatori del Chelsea hanno già fatto il check-in online per il volo Londra-Roma. A tre minuti dall’imbarco per la finale dell’Olimpico, dallo scadere dei sei di recupero, Iniesta segna il secondo gol più importante della sua vita (il primo un anno dopo ai supplementari della finale mondiale con l’Olanda). Destro, tre dita, incrocio, Barcellona in finale, prima coppa per Pep. E siccome le pagine di storia sono vuote di “se” e di “ma”, e visto che secondo il determinismo storico nulla accade per caso, è altrettanto significativo come l’hic et nunc, l’istante, il momento, il dettaglio, travolgano la ricerca e la costruzione.

Collocando quella partita ai giorni nostri, Var alla mano, che ne sarebbe stato dei non fischi dell’arbitro norvegese Tom Øvrebø? Contatto Malouda-Dani Alves, la maglia di Drogba tirata in aerea da Abidal, il doppio mani Piqué-Eto’o. Dettagli? Anche qualcosina in più. Dieci anni dopo, il Var pizzica il piede di Aguero in fuorigioco, annullato il gol di Sterling del 5-3 del City sul Tottenham e Pep a casa. Può un dettaglio distruggere la reputazione la credibilità di un allenatore o esaltarne all’infinito le potenzialità?

No. Ma in fondo è questo che succede, è questo che muove la critica e la orienta. Prima i dettagli, poi i trofei, le vittorie da contare e le sconfitte da cancellare. In queste sette stagioni (più quella in pausa di riflessione) Guardiola ha aperto un fondo di credito nei confronti della banca centrale del particolare. Che non vuol dire appellarsi al primo santo che capita a tiro o aggrapparsi alla coda del gatto della nera della sfiga. Ma migliorarsi ancora di più per trovare le soluzioni che competono solo alle qualità dei più grandi.

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Quando Pep dice «non sono venuto qui per vincere la Champions League, ma per vincerne tre di fila perché è il sogno dello sceicco» è ironico, ovvio, ma sincero e consapevole che solo fino a un certo punto dipende da lui, dal suo staff, dal suo lavoro e perfino dai suoi ragazzi. Il suo compito non è vincere. Il suo compito è portare tutte le componenti al massimo livello per vincere. E in alcuni casi anche quello di rispondere delle eliminazioni quando Messi, Muller e Aguero (non un Margheritoni qualsiasi) sbagliano un rigore decisivo, quello della qualificazione. Gli è successo tre volte nelle ultime sette edizioni: nel 2012 (semifinale), 2016 (semifinale) e 2019 (quarti di finale). Come se non bastasse, per tre volte è andato a casa per la regola dei gol in trasferta che dall’anno prossimo dovrebbe essere abolita (2016 vs Atletico Madrid, 2017 vs Monaco e pochi giorni fa vs Tottenham).

Ecco i dettagli che tornano, che sfuggono al controllo (rigori, in primis), che in parte ci permettono di rispondere: sì, Pep esiste senza Barcellona, senza Tiki Taka, senza cordone ombelicale con la cantera blaugrana. A patto, magari, di aprire una finestra con vista sull’isola dell’equilibrio nel mare magnum del suo calcio iper-offensivo. «Meglio concedersi cinque occasioni per segnare e non lasciarne nessuna agli altri, che averne venti a favore e tre regalate all’avversario» suggerì Alex Ferguson in tempi non sospetti. Ma l’essere Guardiola non prevede scorciatoie, un mito in divenire non può scendere a compromessi con il diavolo: finire nel girone della vittoria a ogni costo farebbe di Pep un vincente qualsiasi, non il game-changer che è stato e che vuole dimostrare di essere ogni santo giorno, a sé stesso e al mondo intero.

Solo che da questa prospettiva, il compito è molto più difficile. L’equazione “più spendi, più vinci” è falsa al gratta e vinci come nel calcio. Guardiola al Barcellona è stato il figlio ereditario di un sistema che ha contribuito a perfezionare da giocatore e a rendere immortale da tecnico. A Monaco è stato portatore sano di un’idea fuori dalla comune storia del Bayern, a Manchester è prima parafulmine della squadra più ricca del mondo, poi accentratore di un progetto tanto recente quanto ambizioso. I citizens hanno speso oltre 600 milioni di euro dal suo arrivo, ma è solo l’undicesima stagione sotto l’egida del petroldollaro e la squadra è in costruzione perenne.

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I tre acquisti top del primo Real di Zidane, che hanno aperto la stagione della tripletta Champions, furono Kovacic (35 milioni, 2015), Morata (30 milioni, 2016), Theo Hernandez (30 milioni, 2017). Giusto qualche cavallo in più da inserire in un motore già ben oliato, costruito a suon di sconfitte nel decennio 2002-2014, dalla coppa vinta a Glasgow fino all’euro-derby di Lisbona 2014. In mezzo? Spese folli, isteria, ricerca di un senso trovato con Ronaldo, Bale, Modric, Benzema e Kroos. Impalcatura da oltre un miliardo di euro, onerosa ma necessaria per capire dove non sbagliare più.

Il tempo è dalla parte di Pep, i risultati anche. L’essere in corsa per il quinto campionato da vincere, in due tornei diversi, negli ultimi sei anni certifica l’esistenza del suo modello fuori dall’orbita del Camp Nou. La terza Champions League, per adesso, è un dettaglio. Come il fatto che Fernando Llorente, hombre del partido del quarto di finale all’Etihad, non avrebbe mai visto il campo senza l’infortunio di Kane all’andata e di Sissoko al ritorno, di cui ha preso il posto. La carta dell’imprevisto che manda all’aria i piani del gioco indirizzati altrove. Dettagli. E, in fondo, lo sono anche le risposte alle domande di cui sopra. Per adesso.

 

Foto: Getty Images.

 

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