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Nuno Avelino, a pochi centimetri dalla gloria

By 18 Febbraio 2020
Nuno Avelino

Incontro con l’ex portiere portoghese Nuno Avelino che sembrava un predestinato ma fu scaricato dal Porto perché considerato troppo basso. Da lì iniziò un viaggio tra le periferie del calcio mondiale fino alla depressione, alla miseria e alla ricerca di una nuova vita

Ginevra riposa adagiata al suo lago, apparentemente indolente, ma piena di energie contenute. È un crocevia di culture e persone, ma soprattutto di storie. Come quella di un signore di 44 anni che ha deciso di cambiare pelle, lavorando per un’agenzia di pulizie dopo aver vissuto la gloria dei grandi del pallone.

Nuno Avelino è stato uno dei portieri più interessanti del panorama portoghese. Nel 1994 ha vinto gli Europei Under 18 a fianco di Nuno Gomes, e l’anno successivo ha conquistato il bronzo ai Mondiali Under 20 in Qatar, insieme a Dani e Beto. Il Porto lo considerava il portiere del futuro, l’erede naturale di quel Józef Mlynarczyk, leggenda del calcio polacco, che purtroppo da allenatore decise di tarpargli le ali.

«Sono alto 180 centimetri – racconta Nuno Avelino – per Mlynarczyk non era sufficiente per sfondare tra i professionisti. Eppure ero reattivo, volavo da un palo all’altro. Con dieci centimetri in più sarei diventato il portiere del Real Madrid. Questo mi è stato inculcato nella testa. Mi hanno fatto sentire inutile, quasi un disabile».

Dopo aver abbandonato il Porto si è accontentato, da professionista, di vivere esperienze da banlieues del calcio portoghese, sempre preceduto dalla censura di Józef Mlynarczyk. Le sue tappe sono state Felgueiras, Penafiel, Beira Mar, Leça, Freamunde, Varzim e Tondela, una sorta di via crucis fino a quando un grave infortunio ai legamenti gli ha stroncato nel 2012 la carriera. «Il presidente del Tondela disse che avrebbe aspettato il mio ritorno, ma una settimana dopo il club decise di non rinnovarmi il contratto».

Nuno Avelino

Il calcio gli ha voltato le spalle e l’ex portiere ha sofferto parecchio. Ha attraversato una spaventosa forma depressiva e per queste ragioni ha voluto sbarazzarsi di tutto ciò che in qualche modo gli ricordasse il pallone. «Ero così disgustato che ho dato via tutto quello che avevo vinto. Ho venduto maglie, scarpe e le medaglie conquistate in nazionale. Non avevo più soldi e mi recavo al Mercado do Bolhão di Oporto per portare a casa quei 100 o 200 euro che in quel momento facevano la differenza».

Nel febbraio 2014, ha scelto di abbandonare la vita che conosceva ed è emigrato in Svizzera per ricominciare. Un nuovo inizio, un nuovo lavoro, un lavoro duro, come i comuni mortali. «Quando ho raggiunto Ginevra non avevo nulla, solo gli abiti che indossavo e un posto dove dormire a casa di un amico. Appena sono arrivato mi sono iscritto all’ufficio di collocamento per i lavori temporanei. Per tutto il viaggio in aereo non ho fatto altro che piangere, ma sapevo che dovevo uscire da questa spirale perversa. Il calcio mi stava uccidendo». La sua esistenza è cambiata radicalmente.

Dopo alcune settimane Avelino ha trovato un incarico da portinaio in una scuola elementare. «Da portiere a portinaio, se non è una beffa poco ci manca. Poi, grazie a un imprenditore di origini portoghesi, sono stato assunto dalla Real Nettoyages. Mi occupo di pulizie di scuole, uffici e centri commerciali. Dipende dagli appalti. Mi sveglio alle 5:30 del mattino, quasi tutti i giorni arrivo a casa alle 18:00 e alle 21:30 sono già a letto».

Del calcio attuale Avelino parla senza troppa convinzione. «Siete tutti offuscati da Cristiano Ronaldo, ma in Portogallo c’è molto altro. Per emergere bisogna aver la fortuna di trovare buoni maestri. Io non sono stato fortunato. Prendete Beto, sarà la riserva di Rui Patricio agli Europei di quest’anno. Da una decina d’anni gioca in nazionale, ed è alto appena 2 centimetri più di me. Non è un gigante, ma ha avuto la possibilità di mostrare tutto il proprio potenziale. A me hanno assassinato persino i sogni».

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