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Oasis e Manchester City, destini incrociati

By 13 Ottobre 2020

A 25 anni dall’uscita del fondamentale album “(What’s the story?) Morning glory” della band inglese riviviamo il rapporto viscerale avuto dai due leader del gruppo, i fratelli Noel e Liam Gallagher, con il club della loro città

Definizione di “Brit Pop”: genere musicale nato e sviluppatosi in Gran Bretagna (da cui il termine “Brit” che sta appunto per “British”) a metà degli anni Novanta del secolo scorso con protagonisti gruppi o artisti influenzati dai Beatles. Massimi esponenti di questo genere, senza dubbio i Blur e gli Oasis, con i loro frontman, i loro cantanti e leader, divenuti volti celeberrimi: Damon Albarn da un lato e dall’altro due fratelli, Noel e Liam Gallagher.

Venticinque anni fa, nell’ottobre del 1995, l’uscita di quello che unanimemente è stato riconosciuto come l’album manifesto del Brit Pop: “(What’s the story) Morning glory?” degli Oasis, che già con “Definitely maybe” avevano ottenuto un buonissimo successo. Tuttavia con questo disco, che contiene almeno tre delle canzoni più conosciute del gruppo (“Don’t look back in anger”, “Champagne Supernova” e la famosissima “Wonderwall”, col suo video in bianco e nero tranne che per sfaccettature colorate delle chitarre), ha segnato un prima e un dopo nella storia della musica. E i Gallagher: già, i fratelli Noel e Liam, che con il calcio hanno sempre avuto un legame fortissimo, in particolare con il “loro” Manchester City. 

Loro c’erano

Quando esce “(What’s the story) Morning Glory?”, registrato in appena dodici giorni, il Manchester City sta per avvilupparsi in una delle peggiori crisi della sua storia. Il club conclude la Premier League 1995-96 al terz’ultimo posto, retrocedendo in seconda serie e di lì a due anni arriverà addirittura la League One, la terza divisione, il tutto mentre i rivali cittadini dello United solleveranno tre trofei in una stagione: campionato, FA Cup e Champions League. Un’umiliazione mai vista, passare in così poco tempo dall’incontrare le big del calcio inglese alle trasferte sui campi di squadra come Wrexham, Walsall, York City o Lincoln City. Le stelle dell’epoca si chiamano Danny Tiatto, Shaun Goater e Paul Dickov: un australiano, un bermudiano e uno scozzese, non esattamente De Bruyne, Aguero o Gabriel Jesus.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Il mondo è ai piedi della band, che venderà 22 milioni di copie del disco (345mila solo nella prima settimana) e il City affonda? Nessun problema, guai a dubitare della fede di Noel e Liam Gallagher, che sono sempre stati legati ai Citizens anche nei momenti più duri della squadra. “La prima partita vista allo stadio – ricorderà Noel, il più grande dei fratelli – è stata contro il Newcastle nel 1971, quando Liam non era nemmeno nato. Noi eravamo in prima divisione, mentre lo United in seconda. Capii fin da subito che il City sarebbe stata la mia squadra per sempre”. Il motivo? Da ricercare in famiglia: “Mio padre – aggiunge Noel – odiava i suoi fratelli, tutta gente che veniva dall’Irlanda (Gallagher in effetti è un cognome molto irlandese, ndr) e che tifava Manchester United. Lui, da vero bastian contrario, optò per il City e ci trasmise questa passione”.

Certo, il tempo avrebbe ribaltato la situazione, in città. C’è un documento video stupendo del 1999, quando il Manchester City deve disputare i playoff per la promozione in Championship, per andare in seconda serie, contro il Gillingham, e Noel è lì, capelli lunghi e basettone, il tipico “Look Oasis” un po’ Mod. Tecnicamente è una delle persone più conosciute del mondo all’epoca, ma quel giorno è solo uno dei tanti tifosi che sta andando a seguire i suoi ragazzi a Wembley in una partita secca drammatica, che il City porterà a casa ai calci di rigore dopo aver acciuffato il pareggio al 95’ dei tempi regolamentari col solito Dickov.

Una bella lotta, capire chi tra i due Gallagher sia più infoiato. Noel forse è il più istintivo, il più verace, anche se Liam non scherza, pure lui era sugli spalti di Wembley il giorno della partita contro il Gillingham, forse una delle “sliding doors”, delle “porte scorrevoli” più grandi nella storia del club. Chissà come sarebbe andato a finire il Manchester City se fosse rimasto un’altra stagione in terza serie invece di essere promosso.

United ruined my life in the 90s”, “Lo United mi ha rovinato la vita negli Anni Novanta” è un altro contributo interessante, stavolta con il più giovane dei due protagonista, William detto Liam, il cantante, il volto più iconico del gruppo con la sua peculiare posa sul palco, corpo inarcato verso il microfono e braccia tenute dietro la schiena. No, non era facile per un tifoso del City vivere in quegli anni, vedendo i “cugini” dominare ovunque. “Però meglio che gli Oasis e la squadra non andassero forte nello stesso periodo, sarebbe stata troppo avida come cosa”, ha ammesso Liam, aggiungendo che “è andata esattamente così con gli Stone Roses, loro al top e il Manchester United disastroso”.

In tutto questo i musicisti inglesi sono molto sparpagliati come tifo, a dire il vero. Perché se gli Stone Roses, appunto, sono pro-Red Devils e l’ex leader dei Blur, Damon Albarn, è un fan del Chelsea; poi c’è Adele del Tottenham, Roger Daltrey degli Who tifa Arsenal, i Kasabian sono del Leicester e Paul McCartney dell’Everton. Senza dimenticare Robbie Williams, con l’ex Take That che non solo è un supporter del Port Vale, ma ha anche dato la sua mano, letteralmente, per il design della maglia da trasferta per la prossima stagione. E il Port Vale milita in League Two, quindi in quarta divisione. Quasi come Elton John, che del Watford è stato persino il presidente. 

Rinascita

Ed esattamente come ha affermato Liam, mentre gli Oasis scemavano fino a scomparire come entità unica, con i fratelli a creare progetti paralleli solisti, in guerra perenne tra di loro senza più sopportarsi a vicenda, ecco il Manchester City rialzare la testa, un titolo dopo l’altro, seppur solo in ambito inglese, per ora. E con i Citizens i due Gallagher, che non devono più andare a seguire la loro squadra del cuore in terza serie ma possono permettersi (non che prima non potessero sedersi in alcuni stadi, ma lo facevano da tifosi neutrali) anche trasferte al Bernabeu contro il Real Madrid per una partita di Champions League. E pazienza se Liam viene cacciato via in malo modo perché esulta dopo un gol dei suoi baciando un’agente della sicurezza, come successo nel 2012, nella sfida peraltro persa contro i Blancos.

Manchester City di moda e fratelli Gallagher un po’ più in disparte? Ma nemmeno per sogno. Uno degli esempi più clamorosi di unità d’intenti è stata l’intervista rilasciata da Pep Guardiola a Noel per la televisione ufficiale del club. Vestito bene, pettinato ugualmente bene, nella sala lounge del centro di allenamento il più grande dei Gallagher si pone a tu per tu con il suo allenatore, che arriverà a “minacciare” nell’estate del 2019 quando le voci di mercato sembrava che stessero portando il tecnico catalano alla Juventus. Gli pone anche domande da competenti (le avrà preparate lui?) del tipo “Come ti sei preparato alla Premier League?”, oppure “Hai già parlato con altri colleghi che magari si sono già lasciati condizionare in maniera ossessiva dal loro nuovo posto di lavoro, cioè l’Inghilterra?”. D’altronde Noel aveva scritto nel 2016, quindi in tempi non sospetti, una sorta di lettera a Babbo Natale chiedendo come regalo “Guardiola e Gareth Bale”, e insomma per metà era stato accontentato. Anche se il suo giocatore preferito con la maglia del City è stato David Silva: “Gli permetterei persino di fare sesso con mia moglie”, ha affermato una volta addirittura, quando lo spagnolo era ancora in Premier.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Momenti da ricordare recenti? Senz’altro l’incredibile scudetto del 2012 conquistato all’ultimo minuto dell’ultima giornata contro il Queen’s Park Rangers. Quel giorno era in Cile a rodersi le unghie davanti allo schermo guardando i suoi inizialmente sciogliersi come neve al sole davanti al Qpr, che “sembrava giocarsi la vita” e poi in lacrime al 3-2 di Aguero, con la televisione della stanza d’albergo che a viene strappata via dal muro per la felicità. “Però non avrei mai creduto che saremmo arrivati fin qua”, ammetterà candidamente Noel, presente accanto al capitano Vincent Kompany nel 2014, a Wembley, mentre il City sollevava la Coppa di Lega. Altro che il Gillingham, di nuovo.

“(What’s the story?) Morning glory” non ha lasciato solo quelle tre canzoni ultra-conosciute, “Wonderwall”, “Don’t look back in anger” e “Champagne Supernova”. Come un inno aggiuntivo rispetto a quello ufficiale del Manchester City non è raro ascoltare sugli spalti dell’Etihad Stadium i tifosi locali intonare un altro brano di quell’album che è ancora incantevole ascoltare a distanza di 25 anni, e cioè “Roll with it”. Più “Wonderwall”, di nuovo, davvero un inno generazionale, un manifesto di un genere, che i giocatori del Manchester City ascoltano quando entrano in spogliatoio il giorno di ogni partita in casa. 

One Comment

  • William ha detto:

    Grazie ad Alessandro per questo articolo meraviglioso, che raccoglie una piccola ma preziosa parte di storia dei miei 2 amori più grandi oltre al Milan: il City e gli Oasis. Chi dice che il City non abbia tifosi o storia dovrebbe leggere e studiare molto di più.

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