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Olanda 1978. Bastardi senza gloria

By 10 Settembre 2019

Cronaca della finale mondiale tra Argentina e Olanda, il 25 giugno 1978 a Buenos Aires. Ovvero come gli Orange orfani di Cruijff, pragmatici, scorbutici, a tratti persino pidocchiosi, arrivarono a un rimbalzo dalla leggenda

Un pallone che rimbalza lento verso la porta. Segue una traiettoria sghemba e punta uno di quegli angoli che possono essere raggiunti soltanto con massima destrezza o somma maldestrezza. Per centrarli devi essere un fenomeno, o altrimenti uno scarpone che voleva metterla nel mezzo ma poiché ha i piedi a losanga realizza il gran colpo per pura preterintenzione.

Quella traiettoria dura un secondo scarso, ma il carico fatidico che si porta addosso la fa sembrare interminabile. Sia nel momento che nel ricordo. Il secondo breve dentro il Secolo Breve. Quante cose possono cambiare, in conseguenza dell’esito che quella traiettoria avrà. Da imbastirci mille trame di Ucronia, il racconto storico costruito sui fatti alternativi e mai accaduti.

Poi il rimbalzo della traiettoria sghemba va a baciare il palo, quindi schizza verso il centro dell’area di rigore. In quel momento il cronometro segna il minuto 90 e 15 secondi. L’attimo fuggente se n’è già andato via, spazzato con un calcione oratoriale da Américo Gallego, prototipo del volante sudamericano che nei mischioni sa quando c’è da andare per le spicce col pallone e con le tibie avversarie. E con quel pallone che viaggia verso la terra vaga di metà campo s’invola anche la possibilità che la Banda dei Bastardi si consegni alla leggenda.

Gli Orange del 1978, quelli che sono andati a un pelo (e a un palo) dal battere la nazionale argentina, e il regime dei generali, in casa loro. Ciò che all’ultimo tuffo restituirebbe una dignità al Mondiale di calcio più infame della storia. E invece no. Il colpo gobbo fallisce. E gli Orange 1978 rimangono nulla più che Bastardi senza Gloria. Costretti a rimuginare in eterno su quell’istante, e su tutto ciò che a partire da lì avrebbe potuto essere ma non è stato.

La rosa olandese ai Mondiali del 1978: Argentina 78′. Dall’ultima fila e da sinistra a destra : Van Hanagem, Nanninga, Schrijvers, Doesburg, Jongbloed, Hovencamp, Happel (trainer), Kerkhof, Boskamp, Suurbier, Lubse, Wildschut, Rijbergen, Kerkhof, Johannes Neeskens, Krol, Hann, Rensenbrink, Johnny Rep, Brandts, Poortvliet, Jansen and Van Kraay (Photo by Keystone/Getty Images).

Una finale “intifabile”

Domenica 25 giugno 1978. A Buenos Aires è inverno come in Europa a dicembre, e al telespettatore europeo fa specie vedere nel tempo (per lui) estivo i calciatori e gli spettatori imbacuccati per tamponare il freddo. È un mondiale anomalo da ogni punto di vista, e forse ha un senso che a giocarsi la Coppa del Mondo siano due rappresentative nazionali devote al cinismo come metodo di lavoro: Argentina e Olanda. Due squadre forti ma che per diversi motivi non solleticano il gusto degli esteti, e per le quali è proprio impossibile prendere parte se si è spettatori terzi. Una finale intifabile, se è consentito l’ardire neologistico.

Gli argentini allineano molti calciatori di talento, certamente. E nel complesso formano una squadra temibile, di quelle che se la possono giocare con chiunque. Ma da rappresentativa nazionale ospitante approdano alla finale in modo fasullo ai limiti dell’osceno. Soltanto in occasione del mondiale in Corea del Sud (2002) si toccherà un livello di sconcezza superiore, nel pilotare la nazionale di casa verso un traguardo palesemente al di sopra delle proprie forze.

Quanto agli olandesi, beh, dovete tenere presente la splendida squadra che quattro anni prima aveva stupito il mondo durante i Mondiali giocati in Germania Ovest e persi in finale contro la squadra di casa. Ricordate quella squadra forte, bella, spavalda, colma di un’arroganza che era consapevolezza della forza, capace di mettere in campo un gioco di abbacinante potenza? Bene, adesso scordatevela. Perché l’Olanda del 1978 è cosa completamente altra.

Una squadra di quattro anni più vecchia, e perciò meno brillante nonché indurita nella scorza. Priva del suo leader, Johan Crujiff, che ha rinunciato al mondiale argentino adducendo questioni di sicurezza personale. E con un altro allenatore in panchina: non più Rinus Michels ma Ernst Happel. Che è come passare da Lenin a Stalin, se la similitudine serve a rendere l’idea. Per di più, fra i due commissari tecnici che si passano il testimone vige una disputa su chi debba intestarsi la paternità della svolta verso il Calcio Totale.

Secondo la vulgata, il privilegio spetta all’olandese Michels e al suo Ajax. E invece l’austriaco Happel rivendica d’essere stato lui a dare il via alla rivoluzione, ai tempi in cui guidava il Feyenoord. La contesa è di quelle destinate a rimanere irrisolte, ma intanto a Happel non par vero di poter cancellare l’operato del rivale ideologico nonché predecessore. E poiché l’uomo, pace all’anima sua, pare secernere antipatia da una ghiandola speciale, ecco che una nazionale a sua immagine e somiglianza non può non essere pragmatica, scorbutica, a tratti persino pidocchiosa. Tutta un’altra Olanda nel volgere di quattro anni. E poiché, in materia di scarponerie, non è che gli argentini scherzino, ecco che prendere parte per una delle due si fa cosa complessa. Né l’andamento della partita giustifica qualcosa di diverso.

(©LAPRESSE/DPA)

Primo tempo bloccato, tanto da far sembrare che la gara debba andare avanti sullo 0-0 fino allo stremo delle forze in campo. Ma poi a 8 minuti dall’intervallo provvede la stella della nazionale argentina a sbloccare il punteggio. Mario Kempes, protagonista designato del mondiale, al punto da vedersi assegnare la maglia numero 10 in deroga al rigoroso ordine alfabetico cui devono attenersi gli altri 21 del gruppo biancoceleste, dal centrocampista Norberto Alonso che vede assegnare la maglia numero 1 all’altro centrocampista Ricardo Villa, il barbudo con la maglia 22.

Quattro anni dopo, in occasione del mondiale di Spagna, Kempes dovrà accontentarsi della maglia numero 11, dato che la 10 verrà consegnata a un tal Diego Armando. Ma quella domenica di fine giugno 1978 Mario Kempes sente di doversi prendere una responsabilità verso la sua squadra e l’intero popolo argentino. Di forza va a firmare il gol che mette in vantaggio la squadra allenata da César Luis Menotti.

Il punteggio di 1-0 resiste fin quasi alla fine dei tempi regolamentari, intanto che gli olandesi cercano di raddrizzare la partita mostrando sprazzi da Olanda 1974. E quando pare che gli argentini possano portare a casa la Coppa del Mondo, al termine di una finale che per la prima volta nella storia si concluderebbe 1-0, ecco il pareggio degli Orange.

Arriva a 8 minuti dal termine, quando lo schieramento argentino si fa trovare clamorosamente sguarnito sulla sinistra. Da lì parte un cross che piove in mezzo all’area, e nemmeno lì la difesa di casa è un modello di piazzamento. Su tutti svetta Jan Poortvliet, difensore del Psv Eindhoven e colpisce di testa. Il pallone plana nella porta lasciata incustodita dal portiere argentino Ubaldo Fillol, anche lui mal piazzato sul cross.

E per il mondo intero quel gol sarebbe di Poortvliet. E invece dal replay si scopre che il pallone ha pettinato da Dick Nanninga, che passava di lì per caso. E da quel momento comincia una partita nella partita, che dura fino al fischio finale dei tempi regolamentari.

Daniel Passerella, Dick Nanninga e Luis Galvan (©LAPRESSE/DPA)

Il tenero Rob

Gli olandesi hanno capito che devono ammazzare la partita nei sette minuti che rimangono. Colgono la paura fottuta negli occhi degli argentini, che giusto a un passo dal traguardo sentono schiacciante il peso della responsabilità e cominciano a scaraventare il pallone come capita. E con altrettanta frenesia gli olandesi recuperano il pallone e lo rimandano dall’altra parte del campo. Il loro avversario non è più l’Argentina. È il cronometro.

Il momento di vincere è questo, si deve evitare di arrivare ai supplementari. Perché bisognerebbe aspettare una pausa di 5 minuti prima di ripartire. E a quel punto, col pallone di nuovo al centro del campo, ci si troverebbe da capo un’intera nazione pronta a ruggire e a lanciarsi nell’ultimo sforzo. Bisogna vincere subito, anticipare il triplice fischio dell’arbitro italiano Sergio Gonella.

Quando sta per scoccare il 90′ s’intreccia l’ennesimo tamburello. Il portiere olandese Jongbloed rilancia in avanti, una capocciata argentina la rimanda nell’altra metà campo ma intanto un attaccante in maglia biancoceleste s’attarda a rientrare dal fuorigioco. Gonella fischia il calcio di punizione che Ruud Krol batte di fretta quando il 90′ è stato oltrepassato da una manciata di secondi.

Di Krol e dei suoi lanci meravigliosi vi parlammo tempo fa. Ma in questa circostanza il futuro capitano del Napoli scaraventa in avanti una traiettoria banale. Lunga e quasi dritta, nella direzione di una difesa piazzata. In condizioni normali un pallone così sarebbe catturato senza alcun problema dalla difesa avversaria. Ma in quel frangente la difesa argentina conferma di essere nel panico.

In particolare, è completamente fuori fase Luis Galván. Uno scarpone che trovate nella ristretta galleria dei calciatori campioni del mondo, e lì capite di quali nequizie possa nutrirsi la Storia Universale del Pallone. Il difensore argentino è perfettamente sulla traiettoria che giunge da un punto distante 60 metri almeno, non dovrebbe fare altro che aspettare e impattare il pallone con la fronte. E invece riesce nell’impresa di farsi scavalcare come un principiante, intanto che di fianco gli sfila l’olandese più pericoloso. Pieter Robert Rensenbrink, il tenero Rob.

Indossa la maglia numero 12, quella che altre nazionali assegnano al portiere di riserva. E la defezione di Johan Crujiff lo chiamerebbe a condividere la leadership di squadra con Ruud Krol. Ma lui non ha proprio il piglio. Preferisce dispensare algidamente il proprio talento, con aristocratico senso della misura. Per di più arriva a quella finale mondiale da capocannoniere provvisorio del torneo, avendo conquistato quel primato in modo particolare: dei 5 gol messi a segno, 4 sono stati realizzati su rigore.

Suo malgrado Rensenbrink è l’emblema di questa Olanda resa cinica da un mondiale all’altro. Una squadra capace di gesti antisportivi, se necessario. Come quel fallo laterale non restituito alla nazionale italiana, dopo che Dino Zoff aveva scaraventato fuori il pallone per chiedere soccorso dopo un colpo subìto in mischia. E anzi, da quell’azione gli olandesi avevano pure acciuffato il pari con una cannonata di Brandts dal limite, prima che Arie Haan firmasse il 2-1 finale con un tiro da distanza esagerata.

In questa banda Rob Rensenbrink si mimetizza. Gli altri bastardeggiano tirando fuori il mestiere, lui usa movenze compassate. Su quella traiettoria scaraventata lunga da Ruud Krol, e clamorosamente mancata da Luis Galván, il numero 12 sbuca come fosse venuto su da una botola in area di rigore. Anticipa Fillol rischiando di rimetterci una tibia, e pizzica il pallone quanto basta per indirizzarlo in porta.

La gloria è lì a un ciuffo d’erba. E sarebbe gloria doppia per lui, che con quel gol si assesterebbe in cima alla classifica dei cannonieri a quota 6, lasciandosi ancora una volta alle spalle Mario Kempes il cui gol del vantaggio iniziale argentino risulterebbe vano. Ma il pallone tocca il palo e va verso il centro dell’area da dove Américo Gallego decide saggiamente di scaraventarlo via.

Quel pallone andato a picchiare contro il palo è una scossa per tutti. Per gli argentini, che si rendono conto d’essersi risvegliati sulla massicciata dopo il passaggio del treno. Per l’arbitro, che aspetterà lo scoccare del minuto 91 per tirare un triplice fischio di sollievo e mandare le squadre ai supplementari. Per la regia televisiva di casa, che non trasmette il replay dell’azione. Per il popolo argentino, che ha visto la Coppa del Mondo a un soffio dall’essere scippata. E per lo stesso Rensenbrink, che dopo aver colpito il palo smarrisce la flemma e prende a inseguire il pallone terminato in fallo laterale, con l’ansia di chi abbia smarrito il biglietto vincente della lotteria. Premura vana. I tempi regolamentari terminano, e la storia si appresta a essere scritta in senso avverso agli olandesi.

(©DPA/LAPRESSE)

Al penultimo sangue

I tempi supplementari vanno come devono andare. Gli argentini segnano due volte, con azioni simili a quella del primo gol: sfondamento della difesa olandese, rimpalli, il piede giusto che si trova nel punto giusto e la sbatte dentro. Gol brutti, sporchi e cattivi. Come l’intera finale.

Il 2-1 lo firma Mario Kempes, che grazie a quel gol sale a quota 6 e si aggiudica la classifica dei cannonieri. Così Rensenbrink viene definitivamente sconfitto, ma in realtà il secondo gol argentino sa tanto di autogol. Forse di Brandts, che così firmerebbe il secondo in due partite dopo quello infilato nella sua porta contro l’Italia. Ma la segnatura viene assegnata all’argentino, come per decreto.

E il 3-1 lo sigla Daniel Bertoni, futuro calciatore della Fiorentina. Così sulla Coppa del Mondo si allungano le mani insanguinate dei generali, che stanno massacrando un popolo ma intanto mostrano il ghigno dei vincitori. Un marchio d’infamia che rimarrà in eterno sulla storia dei mondiali di calcio.

E altro sangue corre in partita. Rimane sulle maglie biancocelesti di Tarantini e Luque. Le due squadre se le suonano senza risparmio, e in proposito le intenzioni sono già chiare prima del calcio d’inizio. Che viene ritardato perché gli argentini chiedono che venga cambiata la fasciatura al polso di uno dei gemelli Van de Kerkhof, René. Temono sia troppo rigida e possa prestarsi a colpi proibiti. Meglio a mani nude, sembra il messaggio implicito. Al numero 10 della nazionale orange viene applicata una fasciatura più morbida. E col fischio iniziale di Gonella può iniziare la reciproca caccia all’uomo.

Gli olandesi vi contribuiscono fattivamente. Non si tirano indietro un attimo, mettendo in campo le carognate che li avevano fatti andare avanti fin lì. E sono davvero a un passo dal realizzare la missione da leggenda, da corpi d’élite che non arretrano nemmeno davanti all’impresa suicida. Con la possibilità di infliggere agli argentini, e soprattutto ai generali, il loro Maracanazo. Ma l’ardito cimento si ferma contro il palo. E il mito muore nel momento stesso in cui dovrebbe realizzarsi. Rimane consegnata agli archivi una pattuglia di Bastardi senza Gloria. Quelli che non furono carogne abbastanza da guadagnarsi l’eterna gratitudine del mondo libero.

@pippoevai

Pippo Russo

About Pippo Russo

Pippo Russo (Agrigento, 1965), insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. È giornalista e scrittore.

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