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Monaco, 1974: i veri rivoluzionari erano i tedeschi

By 15 Maggio 2019

Gli olandesi si sentivano portatori di uno spirito rivoluzionario che doveva portare alla vittoria del Bene. E così hanno finito con il voler umiliare gli avversari

L’arroganza no. Quella non dovrebbe essere mai esibita. E invece dopo nemmeno due minuti di gioco gli olandesi gettano la maschera che hanno indossato per un Mondiale intero e mostrano il vero volto. Il volto di quelli che vogliono stravincere. Specie se dall’altra parte del campo si trovano i tedeschi.

Nemmeno due minuti della finale e per la seconda volta il pallone viene posizionato al centro del campo. È lì che, finalmente, per la prima volta dacché l’arbitro inglese Jack Taylor ha fischiato l’inizio della partita i tedeschi potranno giocarlo. Fin qui hanno subìto una dimostrazione di forza straripante. Del resto è nei pronostici che gli olandesi vincano, dato che finora hanno fatto vedere di essere i più forti.

Ma un’esibizione tanto intimidatoria di superiorità fa intravedere il massacro. Un esito su cui nessuno, nemmeno i tifosi tedeschi che popolano di bandierine nazionali l’Olynpiastadion, avrebbe da ridire dopo ciò che ha visto succedere in nemmeno 120 secondi. Però quel gesto di arroganza non andava fatto. E una volta compiuto, inevitabile che esso metta in moto una macchina della Giustizia, capace di agire in modo invisibile e per procedimenti sommari.

Perché nel calcio, per quanto possa sembrare strano, una Giustizia esiste. Funziona in modo molto più inflessibile che altrove. E durante i due minuti scarsi di finale dei Mondiali fra tedeschi e olandesi, quella Giustizia si sente inequivocabilmente chiamata in causa.

Ma chiamata in causa da cosa? Bisogna riavvolgere il nastro del frammento di partita per capire. Palla al centro. Da una parte la squadra che tutti aspettano come vincitrice, che sino a quel punto ha viaggiato dando una straordinaria dimostrazione di potenza, e che ha tutto il mondo dalla sua parte. L’Olanda.

Dall’altra parte la squadra ospitante, che soltanto per essere l’ospitante è antipatica di default al pubblico neutrale perché messa nelle condizioni d’avere tutti i vantaggi, pure quelli estranei ai meriti del campo. La squadra che ha avuto un percorso molto più faticoso, macchiato anche dalla sconfitta rimediata contro i fratelli che vivono dall’altra parte del Muro. La squadra che ha calciatori nei cui occhi leggi il peso di una responsabilità troppo grande. E che infine è la Germania, sia pur soltanto quella dell’Ovest. E chi mai prenderebbe parte per i tedeschi, in qualsivoglia contesa?

Dunque, le premesse mettono in campo lo squilibrio perfetto. Tutto da una parte, niente dall’altra. E gli effetti di tale squilibrio hanno immediata realizzazione. Gli olandesi battono il calcio d’inizio e da lì mettono in fila 16 passaggi senza che i tedeschi riescano a infastidirli. E giunti al sedicesimo ecco che Johan Cruyff, il capitano di quella squadra di predestinati, decide di affondare e compie 40 metri palla al piede. Dritto per dritto, fino a mettere piede nell’area di rigore.

Si lascia alle spalle Berti Vogts, il difensore cui l’allenatore tedesco Helmut Schön ha affidato la marcatura, e viene steso da un’improvvida scivolata di Uli Höness. Che è un centrocampista d’attacco, dunque completamente ignorante su come comportarsi nelle emergenze della propria area di rigore.

L’arbitro Taylor indica il dischetto. Sono trascorsi nemmeno 40 secondi dall’inizio. E già pare un verdetto. Troppo forti gli olandesi, un’Armata Brancaleone i tedeschi. Il trionfo della nazionale in maglia arancione andrebbe a essere nulla più che l’applicazione della Legge del Più Forte.

E il senso delle cose continua a sembrare quello col passaggio successivo, per quanto s’intraveda qualche traccia d’atteggiamento maramaldo. Sul dischetto va Johan Neeskens, maglia numero 13. E tira un rigore non degno né di una squadra baciata dagli Dei del Calcio né di una finale dei Mondiali. Perché scaglia una traiettoria a mezza altezza al centro della porta, e nel calciare solleva pure una nuvola di gesso. Ma la palla entra comunque perché Sepp Maier, come tutti i portieri, battezza un angolo e vola sulla sua destra. Rimanesse fermo, parerebbe di stomaco. Ma allora non è ancora diffusa la prassi del rigore a cucchiaio, che lo stesso Maier due anni dopo conoscerà a proprie spese nella finale degli Europei di Jugoslavia contro la Cecoslovacchia. Quel rigore verrà calciato da un baffuto centrocampista chiamato Antonín Panenka. Che decreterà uno status da arte calcistica per quel tipo di esecuzione dal dischetto.

Invece il rigore di Neeskens è soltanto calciato male. Abbastanza da non lasciar pensare che in futuro si diffonda la moda di tirare al centro della porta, e che perciò i portieri debbano mettere in preventivo anche tale tipo di esecuzione. E anzi, il fatto che un rigore calciato così male finisca comunque in porta è per gli olandesi l’ennesimo segno  di predestinazione. Oltreché forti sono fortunati. Ergo, una volta di più, per i tedeschi non ci sarà scampo. Sono passati nemmeno 90 secondi della finale dei Mondiali 1974, e tutto sembra già finito. Ma poi ecco il gesto che rovescia la situazione, e muta l’equilibrio fra il Giusto e l’Ingiusto che governa il mistero del calcio.

Mai infierire sul nemico
All’Olympiastadion di Monaco di Baviera le reti delle porte sono tirate sul livello massimo di tensione. Sembrano elettrificate, e l’effetto del contatto col pallone ricorda proprio quello di una scossa. Il pallone tocca la rete e ne viene immediatamente respinto anziché gonfiarla. Rimane in porta nemmeno un secondo, poi riprende la strada verso il centro del campo. Come se ci dovesse tornare da solo per far ricominciare la partita.

Ma andando verso il centro del campo il pallone va anche verso Neeskens. Che è ancora preso dallo slancio del rigore calciato e dell’esultanza per aver portato in vantaggio i suoi. Quel pallone è troppo invitante, risveglia istinti infantili. Rende pressoché impossibile non calciarlo un’altra volta in porta. In una circostanza come questa, poi, può anche scattare quel delirio d’onnipotenza che ti spinge a strafare.

Olanda Germania 1974

Ecco, Johan Neeskens decide di strafare. Vede il pallone tornargli incontro e lo scaglia un’altra volta in porta con forza raddoppiata. Come infierire sul nemico tramortito. Arroganza pura, forse nemmeno consapevole. Il fatto è che proprio a quel punto la maschera cade. E svela la presunzione degli olandesi, il loro sentirsi portatori d’un diritto quasi divino a aggiudicarsi il Mondiale del 1974 e magari pure i successivi, quella convinzione d’appartenere a una schiatta calcisticamente superiore la cui missione è consegnare il calcio alla Modernità strappandolo definitivamente al suo Medioevo. E se hai una missione civilizzatrice non puoi certo soffermarti su dettagli quali il modo con cui tratti le forze della resistenza alla Modernità. Anzi, infierire è l’atto di geometrica spietatezza che servirà a educarne cento, e poi altri cento. Qui non si fa prigionieri.

Probabile che qualcuno, immerso nella vasta platea televisiva globale sintonizzata sull’evento da ogni angolo del pianeta, abbia percepito questo messaggio. E che abbia anche provato una sensazione di ripulsa. Di sicuro, quando la palla è stata rimessa al centro del campo le cose sono cambiate. E il destino di una finale e di un Mondiale sono cambiati virando verso l’inatteso.

Non avevamo capito nulla
Una finale dei Mondiali deve essere equilibrata. Lo esige il copione, ma lo richiede anche il prestigio della manifestazione. Che è il torneo in cui si raduna il meglio del calcio planetario, e perciò richiede un atto finale in cui entrambe le contendenti siano all’altezza. Già la finale della precedente edizione, giocata a Città del Messico tra un Brasile troppo più forte e un’Italia stanca per la dispendiosa semifinale disputata proprio contro i tedeschi, ha parzialmente derogato dal requisito dell’equilibrio con un finale che ha visto i brasiliani pendere il largo.

Olanda Germania 1974

Adesso una finale morta dopo il primo minuto di gioco sarebbe una iattura. E invece la partita prende un altro giro. E lo si capisce quasi subito, perché dopo un inizio del genere ci si aspetta che gli olandesi ammazzino la contesa nel giro di poche battute. Ciò che non succede. Chi vede la partita crede che i vincitori designati stiano soltanto aspettando il momento giusto, poiché nessuno si lascia sfiorare dal dubbio sull’esito della gara. Chi pensa così non si rende conto di non aver capito cosa stia succedendo.

Gli olandesi non allungano perché non riescono. E non riescono perché i tedeschi non sono quell’Armata Brancaleone che hanno mostrato di essere nel tragico primo minuto di gioco. Tutt’altro. Sono una squadra forte, degna erede delle squadre che nelle due precedenti edizioni dei Mondiali hanno conseguito un 2° e un 3° posto. E oltre a essere forti sono tenaci. Per abbatterli serve ben altro che un gol al primo minuto di gioco dopo non aver fatto toccare loro palla.  E dunque già questo fraintendimento sulla china presa dal confronto è un primo indizio di come e quanto non si stia comprendendo appieno ciò che succede, né il reale equilibrio delle forze in campo. Ma in verità la portata della non comprensione è molto più vasta. E riguarda il ruolo storico che si pretende di associare alle due contendenti.

Al momento del calcio d’inizio circola un’idea parecchio stereotipata, ma cionondimeno edificatrice di un vasto senso comune e dunque di una verità condivisa: che la nazionale olandese, in quella fase storica del calcio mondiale, sia la summa delle forze del Progresso, portatrice di uno spirito rivoluzionario da cui deve per forza derivare il trionfo del Bene.

Olanda Germania 1974

Rispetto a ciò è automatico che i ragazzi in maglia bianca, i tedeschi della Repubblica Federale, siano i nemici della Rivoluzione e delle forze del Progresso. Senza nemmeno aver scelto di esserlo, ma soltanto per capriccio della Storia. Una visione delle cose tanto radicata quanto falsificante. E l’arroganza in quel gesto di Johan Neeskens, che non è nemmeno espressione di sentimento individuale bensì l’ennesima predisposizione collettiva manifestata dai vincitori designati, dovrebbe essere un indizio di quanto fuorviante sia l’impressione. Perché i veri rivoluzionari stanno dall’altra parte del campo. Sono quelli che si battono contro un ordine delle cose che vorrebbe vedere vincere sempre il più forte. E perciò devono battersi non soltanto contro quella forza soverchiante schierata in campo, ma anche contro l’imponente apparato delle forze di complemento che raccontano l’ineluttabilità di un certo stato delle cose.

Di più. La vera rivoluzione sta nel rovesciamento di forze. Un atto compiuto da minoranze che cambiano il senso delle cose prima del loro corso. E tenendo conto di questo aspetto guardateli bene, quei tedeschi occidentali. Sono loro quelli davvero irregolari. Sono loro a mettersi fuori dagli schemi. Mica gli olandesi, così calati in un ruolo da razza padrona quando ancora sono padroni di nulla, e così pompati da una narrazione che li vede avanti ma talmente avanti da aver fatto dimenticar loro quale sia il punto di partenza.

Nossignori, i tedeschi che affrontano gli olandesi sono rivoluzionari veri. Uomini fieri e d’irriducibile impegno, che non aspirano al rango di eroi ma piuttosto vogliono fare nel modo migliore il loro mestiere. Da Bernd Hölzenbein a Rainer Bonhof, da Wolfgang Overath a Jürgen Grabowski, da Sepp Maier a Uli Höness (nonostante il fallo da rigore). Ma anche di Gerd Muller, un centravanti che pare un cinghiale e nella totale assenza di stile non sbaglia un colpo.

Olanda Germania 1974

O Paul Breitner, maglia numero 3 ma uomo ovunque dalle idee politiche vicine alla sinistra maoista. E su tutti c’è Berti Vogts, un fisico da ragioniere del catasto e l’incombenza più gravosa di tutto il mondiale: marcare a uomo Johan Cruyff, una missione che pare impossibile e invece viene condotta a termine con abnegazione estrema.

Azione del rigore a parte, il capitano della nazionale olandese sarà il grande assente della finale. Il solo a andare fuori schema nella nazionale tedesco-occidentale è Franz Beckenbauer, aristocratico fra tanti operai qualificati in maglia bianca. Talmente fuori schema fra i compagni i squadra da sembrare un infiltrato. Perché questo qui non gioca con gli olandesi? Vorrà mica fare intelligenza col nemico?

Quel pomeriggio a Monaco di Baviera la parte per cui tifare sono proprio loro. I tedeschi. Quelli che portano dentro la tensione verso il definitivo riscatto di un Paese che finalmente vuol guardare avanti, come descritto nella monumentale opera cinematografica Heimat di Edgar Reitz. Una Germania che vuol scacciare definitivamente i complessi. E che quella domenica di luglio 1974 trova il contraltare ideale, l’avversario che per atteggiamento altezzoso può innescare la necessaria volontà di rivalsa. Che infatti si realizza entro la fine del primo tempo.

Olanda Germania 1974

Foto: Getty Images.

Prima arriva il pareggio, anch’esso su rigore. Fallo di Jansen su Honzenbein, e dal dischetto Breitner segna il gol del pareggio con un rasoterra angolato sul quale il portiere olandese Jongbloed rimane immobile. È il 25′ e a quel punto è evidente che la storia di quella finale sia diversa da come sembrasse dopo nemmeno 2 minuti. E al 43′ se ne ha la prova definitiva di quanto fallace fosse l’impressione d’inizio partita.

Bonhof scappa via sulla destra e giunto a fondo campo mette palla indietro, in mezzo all’area. Lì si trova Gerd Muller, che arriva primo sul pallone, lo protegge dall’intervento del difensore olandese e lo gira in porta. Tedeschi in vantaggio, olandesi che rientrano frastornati negli spogliatoi e allo stesso modo ne usciranno dopo l’intervallo. Non son pronti a dover rimontare, e dimostreranno di non esserlo per tutta la ripresa. La prima Coppa Fifa della storia va ai tedeschi. E per gli olandesi rimane da macerarsi, per cercare di capire dove abbiano sbagliato. Vista da qui, la risposta è chiara. Ma forse per loro, a 45 anni di distanza, rimane un mistero.

 

Pippo Russo

About Pippo Russo

Pippo Russo (Agrigento, 1965), insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. È giornalista e scrittore.

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