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Ombre e luci di Lothar Matthäus

By 1 Marzo 2021

Storia delle ossessioni un calciatore che sapeva fare tutto e in tutte le zone del campo.

Dentro gli ascensori il Camp Nou di Barcellona sparisce e sparisce pure il rumore della folla, novantamila persone urlano da ore; in uno si trova, soddisfatto, Franz Beckenabuer, dirigente del Bayern Monaco, nell’altro il presidente dell’Uefa Lennart Johansson, pronto a premiare i tedeschi per l’edizione della Champions League 1999; la partita è finita o quasi, l’arbitro Collina ha dato solo tre minuti di recupero, troppo pochi per sperare in un pareggio del Manchester United che perde 1 -0 contro i fortissimi campioni di Germania che più volte hanno sfiorato il raddoppio prendendo palo e traversa. Quando Beckenbauer arriva sul campo nota un errore del cartellone, segna 2-1 a favore degli inglesi; dall’altro ascensore esce Johannson e anche lui si accorge che qualcosa non va. Beckenbauer chiede a un addetto come mai il tabellone segni il risultato sbagliato, l’uomo, girandosi, gli dice che è quello giusto. Johansson, intanto, perplesso, avanza verso il campo per cercare di capire cosa stia succedendo perché assiste a una scena stranissima.

“Spuntai sul campo e rimasi confuso. Pensai: Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

I calciatori del Bayern sono stesi a terra, singhiozzano, battono i pugni sul prato, nascondono la faccia, quella di Lothar Matthäus, uscito all’ottantesimo, è la stessa del dolore; Beckenbauer, che aveva messo in dubbio le parole dell’addetto, non si rende ancora conto che il Bayern Monaco ha perso; nei tre minuti di recupero il Manchester United ha segnato due gol: Sheringham e Solskjaer. Il Nou Camp è una gola che si stringe e una che si allarga, dipende dall’emozione, dipende da che parte si tifa.

“Dopo il fischio finale, tutti erano sconvolti. I giocatori non capivano, i fan non capivano, i fan dello United festeggiavano e i nostri piangevano. Siamo andati tutti a ricevere le nostre medaglie, ma la mia l’ho tolta subito. Ero troppo arrabbiato, cosa dovevo farne del secondo posto?”

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

A trentotto anni tutto finisce nel calcio, restano le imprese e i rimpianti, e lui, Lothar Matthäus, sente di avere avuto con i suoi compagni di squadra una notte stupida, di essere stato stupido anche se nei minuti finali non c’era; quell’anno si lascia pure con la seconda moglie, la svizzera Lolita Morena, conduttrice televisiva. Matthäus è un calciatore atipico, potentissimo, resistente, grande tiro da fuori, forte personalità, dinamico, tecnico, capace di giocare tra attacco e difesa, bravo nell’interdizione e nel passaggio finale ma anche capace di marcare stretto; ammiratissimo da Maradona per la sua incredibile versatilità.

Cinque Mondiali (e uno vinto), quattro Europei (e uno vinto) e poi scudetti e coppe, tranne la Champions, il suo cruccio. Matthäus si muove in ogni parte del campo; lui, ebreo di nonna paterna, prima del Bayern Monaco gioca nell’Inter, segna il gol decisivo per lo scudetto contro il Napoli, arriva al Pallone d’Oro e alla Coppa Uefa; lui è il tetto del mondo.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Quando parte da centrocampo ha la furia di un proiettile e la sapienza di una traiettoria, porta la palla con sicurezza, quasi arroganza, deciso a scardinare la resistenza altrui. Uomo passionale, si sposta da una città all’altra, da una donna all’altra, in cerca di requie, forse, o di rinnovato caos; dopo il primo matrimonio con Silvia, quando era giovanissimo, e essersi separato da Lola, si risposa con Marijana Kostić, una attivista serba, ma finisce anche con lei; riparte con la fotomodella ucraina Kristina Liliana Chudinova, quasi trent’anni in meno, abitano a Tel Aviv, il matrimonio finisce dopo pochissimo, infedeltà, foto fatte di nascosto, tensioni, infine Anastasia Klimko e il trasferimento a Budapest, dove vivono.

Sono tante le notti come quelle triste di Barcellona, anche fuori dal campo. In Ungheria ci è arrivato partendo da un paese della Renania, Erlangen, Matthäus giocava nel FC Herzogenaurach prima di arrivare al Borussia Mönchengladbach, dove diventa titolare per la sua capacità di saper essere mediano e mezzala allo stesso tempo; dopo tanto bagliore quell’anno vengono sconfitti dall’Eintracht Francoforte in finale di Coppa Uefa.

Passa al Bayern ma diventa numero 10 nell’Inter di Trapattoni, un 10 insolito, non alla Maradona o alla Platini, lui è uno che il gioco è abituato non solo a costruirlo ma anche a distruggerlo; lui è Lothar Matthäus, sa fare tutto, è una straordinaria combinazione di talenti, Milano diventa illuminazione ulteriore nella sua vita; quando si muove sul campo sembra onnipotente però a Parma il suo ginocchio si rompe, in quei momenti dimentichi di aver vinto coppa Uefa e scudetto, di essere stato Pallone d’Oro, c’è solo il dolore e la paura di fermarsi; sei prossimo al declino, ti trascini per un altro ancora a Milano, giocando maluccio, è il momento di andare via, di tornare al Bayern Monaco.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Risorge, vince tanto, vince in nazionale, si sposta in difesa, diventa libero, l’azione si restringe in campo e lui, Matthäus, si trasforma; ritorna grande, resta la sua ossessione per le donne, che siano mogli o amanti, le vuole bellissime, in carriera, una sorta di demone che lo strema e lo esalta; il calciatore tedesco avverte la solitudine come gelo, la vita come bisogno di riparo, la donna come balena di Giona.

Le mani dei vivi che si tendono
senza raggiungerci
sono come i rami degli alberi d’inverno.
Tutti gli uccelli tacciono.
Si sento solo il proprio passo
e il passo che il piede non ha ancora fatto
ma che farà.
Fermarsi e voltarsi
non serve. Si deve
andare.

Matthäus sente sotto le dita la disperazione dei rami d’inverno e sotto i suoi passi l’incertezza di proseguire, secondo la poesia di Hilde Domin, ebrea nata Löwenstein; per l’eterno innamorato la vita pare non lasciarci mai abbastanza soli, come se il male non bastasse, l’unico rimedio a questa vernata è l’amore, quello che sa illudere e finire.

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