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Ora Sarri deve dimostrare di saper vincere

By 29 Maggio 2019
Maurizio Sarri

Dopo due finali perse in stagione l’allenatore del Chelsea ha la possibilità di alzare al cielo l’Europa League. Un successo stasera diventa fondamentale per il suo futuro, perché il bel gioco non basta più.

A Napoli lo rimpiangono ancora, rapiti dalla nostalgia di un bel calcio che sembra aver lasciato Castel Volturno con lui. A Torino, sponda Juventus, lo accoglierebbero a braccia aperte, disposti persino a soprassedere su uno stile rivedibile fatto di tute da ginnastica e sigarette accese una dopo l’altra. A Londra, dove ha casa attualmente e forse ancora per poco, sembra che non ne vogliano più sapere di lui, ormai da mesi in realtà, nonostante una finale europea da giocare stasera. È il paradosso di Maurizio Sarri, amato dal suo passato e desiderato dal suo possibile futuro, ma con un presente che ne ripudia la personalità e persino le idee di gioco.

La sua idea di calcio, trapiantata in Inghilterra, sembra aver subito una profonda crisi di rigetto dopo un periodo iniziale in cui l’operazione era sembrata funzionare. Il caso diventa ancora più eclatante se confrontato con quello di Guardiola, allenatore a cui Sarri è stato più volte accostato negli anni a Napoli e di cui ha incassato la stima incondizionata. In comune, i due hanno l’idea di un calcio sempre propositivo, fatto di pressing alto e di una circolazione di palla ancora più rapida e verticale, ma a separare Sarri dal collega catalano sono i risultati e un gap reso particolarmente evidente dagli scontri diretti, che hanno visto prevalere Pep tre volte su quattro in questa stagione, con un trofeo in palio in due occasioni e con un clamoroso 6-0 in campionato nella terza.

In Inghilterra l’allenatore toscano si è guadagnato l’onore di una tattica col suo nome, il Sarri ball, ma non è finora riuscito a rimpinguare una bacheca ancora desolatamente vuota. Se si apre la sua pagina di Wikipedia, la si trova piena di premi individuali ma vuota di trofei di squadra, un altro paradosso che rende nettamente l’idea di ciò che Sarri rischia di diventare: uno di quegli allenatori feticcio, osannato dalla critica ma perdente per natura, uno alla Zeman, se vogliamo, con la differenza che Zeman probabilmente non ha mai allenato squadre forti, ricche e ambiziose come quella che ha in mano Sarri. Così eccole emergere le perplessità degli juventini, che vanno oltre le pecche da guardaroba e guardano con timore al rischio di una bacheca che smetta improvvisamente di riempirsi.

Maurizio sarri

Perché Sarri non vince? In questa stagione inglese in tanti hanno provato a dare una risposta alla domanda. La sconfitta in finale di Coppa di Lega contro il Manchester City, arrivata solo ai rigori, lascia intendere che un po’ di sfortuna ci sia, ma forse non è così. Lo stesso Sarri, nel novembre scorso, aveva parlato di “problemi mentali” della sua squadra, di un “approccio sbagliato”, di cali di tensione e attenzione che possono rivelarsi fatali.

Una questione di carattere, dunque, ma sembra esserci di più. Il Sarri ball che aveva incantato tutti nelle prime uscite stagionali ha presto subito una pesante involuzione e a farne le spese, oltre al tecnico, è stato Jorginho. Il regista della Nazionale, simbolo del sarrismo e trait d’union con gli anni di Napoli, è stato messo alla berlina per le sue statistiche fatte di tanti tocchi di palla, tanti passaggi corti, zero assist. “Ininfluente” è la parola che più spesso è stata usata per definire Jorginho e Maurizio Sarri è finito sotto accusa per aver continuato a insistere su di lui rifiutandosi di riportare nel suo ruolo naturale N’golo Kanté, ormai stabilmente utilizzato come mezzala.

L’oltranzismo e la testardaggine di Sarri sono tra i problemi che già gli costarono le prime critiche in Italia. La sensazione è che il suo calcio sia tanto bello quando funziona quanto una trappola quando si inceppa. Non esistono alternative al Sarri ball, non c’è un piano B, una exit strategy, un vetro da rompere in caso d’emergenza. Esiste solo quell’unica idea di calcio e un numero ristretto di giocatori con cui attuarla, 13-14 in tutto, nessun turnover e mezza rosa lasciata ai margini del progetto, un limite che a Napoli si poteva giustificare con l’alibi dei ricambi non all’altezza dei titolari, ma che in squadre come Chelsea o Juventus rischia di diventare un gigantesco problema.

Maurizio Sarri

La domanda più determinante di tutte è questa: Maurizio Sarri è in grado di gestire una squadra con 25-30 campioni tutti potenziali titolari, con ego sviluppati oltre misura e curriculum decisamente più ricchi del suo? L’esperienza inglese sembrerebbe indicare di no. L’ultima spia che l’allenatore toscano possa aver perso il polso dello spogliatoio la si è avuta nell’allenamento di ieri, con un confronto decisamente acceso con David Luiz, uno che da Sarri è stato rimesso al centro del progetto e che nemmeno un mese fa incensava il tecnico dicendo di adorarne l’idea di gioco, mentre ora sembra non sopportarne più il carattere spigoloso.

La banalità del litigio, scatenato da un contrasto un po’ troppo duro tra il difensore brasiliano e Higuain, non fa che aumentare la sensazione di un livello di tensione decisamente alto nello spogliatoio. E pensare che era stato proprio David Luiz l’unico a provare a far ragionare Kepa quando quest’ultimo si era rifiutato di lasciare il campo a Caballero per i calci di rigore della finale di Coppa di Lega col Manchester City.

Sarri chiede altri due anni per portare il Chelsea a competere per il titolo. Due anni che probabilmente non avrà, perché sembra aver perso le sue scommesse più grandi (il già citato Jorginho, ma anche il rilancio di Higuain) e nessuno sta più dalla sua parte. Non i tifosi, non i senatori, nemmeno il club. Il destino sembra segnato, ma la partita di stasera resta comunque fondamentale. Perché Sarri può chiudere con un titolo, il primo della sua carriera, e dimostrare che sa anche vincere.

Può lasciare Stamford Bridge a testa alta e presentarsi alla Juve da vincente. Oppure può perdere un’altra finale, la terza della sua stagione londinese, e confermare una nomea che inizia a farsi decisamente scomoda. Perché esistono contesti in cui il bel gioco non basta, e vincere è l’unica cosa che conta. L’unica cosa che può far dimenticare tute da ginnastica, sigarette e persino uscite un po’ troppo sopra le righe. Con buona pace del Sarri ball.

Foto: Getty Images

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