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Otto allenatori che hanno un giocatore feticcio

By 14 Marzo 2020

Qualcuno li chiama fedelissimi, altri feticci. Fatto sta che in alcuni casi fra giocatore e mister si instaura un rapporto perfettamente simbiotico

Il calcio è un lavoro di gruppo. E una buona intesa è alla base del successo. Quella tra compagni di squadra, certamente, ma anche quella tra allenatori e giocatori. Ci sono casi, però, in cui il legame tra un calciatore e il suo tecnico travalica i confini del semplice rapporto di lavoro e finisce quasi per sconfinare nella simbiosi. Li chiamano fedelissimi, pretoriani o feticci. Ma forse è solo umanissima affinità elettiva.

 

Cerci & Ventura

Foto Fabio Ferrari – LaPresse

C’è stato un tempo in cui Alessio Cerci sembrava dover essere la next big thing del calcio italiano, prendersi la Nazionale, puntare ai top club d’Europa. L’Henry di Valmontone, come lo chiamavano a Trigoria, si è invece perso, e se ha recuperato una carriera dignitosa quantomeno in provincia lo deve quasi esclusivamente a un solo allenatore, Gian Piero Ventura.

I due si incrociano per la prima volta a Pisa, nel 2007, quando Cerci ha solo 20 anni e tutta la vita davanti. Quella squadra, neopromossa in B, arriva fino ai play-off per la A, trascinata in buona misura dalla sua ala mancina, capace di 10 gol, i primi da professionista, e 7 assist. Tornato a Roma, lontano da Ventura, Cerci non riusce a confermarsi, nemmeno nei due anni alla Fiorentina, chiusi con 8 gol per ciascuna stagione, ma senza mai essere veramente un titolare.

Ventura lo richiama, nel 2012, ormai venticinquenne, al Torino, per regalargli altre due stagioni da 21 gol complessivi e lanciarlo verso l’Atletico Madrid. È in quegli anni che Maurizio Pistocchi lo paragona a Robben, anzi, fa il contrario, sostenendo che Robben gli ricorda Cerci.

EFE/Fernando Alvarado

Il resto della carriera è però un lungo declino: un gol all’Atletico Madrid,  uno in dodici mesi sparsi su due stagioni diverse al Milan, quattro in 11 partite al Genoa, e poi via, fino a sparire in Turchia. Ventura, però, si ricorda di lui, lo chiama alla Salernitana, dove Alessio, però ha gioca pochissimo. Appena 218 minuti in 7 presenze, ma con le ultime due da titolare coronate persino da un assist, prima che il campionato si fermasse. Forse, a 33 anni, ha ancora un’ultima chance.

 

Panucci & Capello

LaPresse.

Christian Panucci ha 20 anni e una sola stagione da titolare in A alle spalle quando Fabio Capello lo chiama al Milan. Ma ha personalità da vendere, un fisico straordinario, ottima tecnica e la capacità di giocare molto bene da terzino o centrale di difesa. Ha solo un difetto, un caratteraccio orribile che gli costerà parecchi problemi con diversi allenatori, Sacchi in particolare.

Non con Capello, però, che si attacca quasi morbosamente a lui, lo chiama a Madrid, nel gennaio del 1997, e ci vince la Liga. Campione di Spagna in mezza stagione, Panucci viene avvicinato da un giornalista locale che gli chiede di ripetere la frase in latino attribuita a Giulio Cesare “veni, vidi, vici”. Lui, però, in latino non va fortissimo e biascica un “biri bini bici” che sembra uscito da uno spot Anni 90 della Kodak.

Poi, dopo una serie di esperienze non proprio fortunatissime tra Inter, Chelsea e Monaco, lo porta con sé alla Roma fresca campione d’Italia. A quel punto, dopo altre tre stagioni insieme in giallorosso e a 31 anni compiuti, Christian è finalmente pronto per lo svezzamento. Fabio va alla Juve, lui resta giallorosso fino al 2009. Finalmente ha trovato qualcuno da cui essere pienamente amato.

 

Castro & Maran

Foto LaPresse – Spada

Una vita insieme, mano nella mano. Lucas Castro arriva in Italia, a Catania, nell’estate del 2012, la stessa in cui Rolando Maran fa il suo esordio su una panchina di Serie A. Da quel momento in poi, i due si separano solo per una stagione, quella che Castro gioca in B coi siciliani e che Maran comincia da disoccupato per poi accasarsi da subentrato al Chievo.

Poi tornano a lavorare insieme prima a Verona e quindi al Cagliari. Si può dire che Castro è diventato un giocatore importante del nostro campionato grazie a Maran, e forse si può dire che Maran ha messo su una discreta carriera in A anche grazie a Castro. E chissà, magari non è nemmeno un caso che l’addio del Pata al Cagliari abbia preceduto solo di qualche settimana l’esonero di Maran… Si ritroveranno ancora, c’è da scommetterci.

 

Cappioli & Mazzone

LaPresse.

L’incontro avviene per caso, nell’estate del 1992. Massimiliano Cappioli è a Cagliari già da quattro anni, protagonista con Ranieri della doppia promozione dalla C alla A. Carlo Mazzone è appena arrivato, primo allenatore dell’era Cellino. Insieme, in quella stagione, centrano una qualificazione in Coppa Uefa che ha dello storico.

A fine stagione, Mazzone se ne va. Lo ha chiamato la Roma, il sogno di una vita, e decide di portarsi dietro quel centrocampista che batte le punizioni in quel modo così particolare, facendosela alzare da un compagno per poi calciare al volo. L’approdo in giallorosso vale pure una fugace esperienza nella Nazionale di Sacchi per Cappioli, il connubio con Mazzone si rinnova e prolunga per altri due anni, più tardi, passati tra Bologna e Perugia. Poche partite, pochi gol, ma una stima reciproca immutata.

 

Campagnaro & Mazzarri

Foto Spada – LaPresse

Hugo Campagnaro è reduce da cinque stagioni in B a Piacenza quando viene acquistato dalla Sampdoria che ha appena affidato la sua panchina a un giovane allenatore reduce da una serie di salvezze tra il brillante e il miracoloso con la Reggina, Walter Mazzarri.

Il difensore argentino è duttile e ha lo stesso temperamento del suo allenatore. Gioca poco, ma solo per colpa di un infortunio muscolare al polpaccio. Tra i due è amore a prima vista. Mazzarri se lo porta dietro a Napoli, dove passano quattro stagioni culminate col secondo posto nel campionato 2012-2013, poi lo vuole anche all’Inter. Tra le amnesie di Juan Jesus e le insicurezze di Ranocchia, Hugo sempre persino il più solido nella retroguardia nerazzurra.

Poi però le cose vanno male, lui si infortuna di nuovo e Mazzarri viene esonerato. A fine stagione lascia l’Inter, ormai orfano del suo allenatore, e si accasa in B a Pescara. Alla fine dei conti, di 206 presenze in A, ne ha metterà insieme solo 28 senza Mazzarri a fargli da guida.

 

Rambaudi & Zeman

LaPresse.

In quanto a giocatori feteccio, pochi allenatori possono competere con Zeman. Non sono pochi i nomi che ricorrono nella carriera del tecnico boemo tra Foggia, Roma e Lazio. Si potrebbe citare Giuseppe Signori, ma forse è troppo facile, o magari Gigi Di Biagio. Però, forse, il più significativo, quello che più di tutti ha legato la sua carriera a Zdenek, è Roberto Rambaudi.

Insieme a Foggia, tra l’89 e il 92, separati dopo il passaggio dell’ala destra all’Atalanta, di nuovo uniti in una Lazio capace di sfiorare lo scudetto, con Rambo a fare il lavoro sporco, sulla fascia opposta rispetto a quella di Beppe, segnando poco, correndo tanto e sopravvivendo una sola stagione dopo il passaggio del boemo alla Roma e l’arrivo alla Lazio di Eriksson. Poi il declino, inesorabile e repentino, con 20 presenze in due anni di B tra Genoa e Treviso. Lontano da Sdengo, lontano dal cuore.

 

Mihajlovic (e Mancini e Veron) & Eriksson

(Photo by Mike Egerton/EMPICS via Getty Images)

Più che un solo pretoriano, un piccolo esercito al completo. Quando Sven Goran Eriksson firma per la Lazio è chiarissimo. “Voglio tre giocatori: Mihajlovic, Mancini e Veron. Con loro vincerò lo scudetto”. Cragnotti, all’epoca, non si fa grossi problemi a spendere, così accontenta il tecnico. Veron si installa a centrocampo, Mancini teoricamente in attacco ma di fatto fa quello che vuole, Mihajlovic al centro della difesa. Insieme costituiscono la spina dorsale della squadra che tra il 1999 e il 2000 conquisterà Coppa delle Coppe e campionato. Tra i tre, forse, è proprio Sinisa quello che ha legato maggiormente la sua carriera al tecnico svedese. “Voleva giocare esterno o seconda punta, ci ho messo del tempo a convincerlo a stare dietro”. E da difensore centrale, poco avvezzo alla marcatura ma fondamentale in fase di costruzione e micidiale sui calci piazzati, Sinisa ha costruito il suo mito.

 

Carvalho & Mourinho

. (Photo by Angel Martinez/Getty Images)

Brutti, sporchi e cattivi. Così li vuole José Mourinho, che forse non a caso, nella sua carriera, ha sempre legato più coi difensori che con gli attaccanti. Provate a chiederlo a Ricardo Carvalho, che con lui ha vinto in tre paesi diversi, seguendolo dal Porto al Chelsea e rirtovandolo poi al Real Madrid. Sebbene l’avventura spagnola sia partita benissimo, con una stagione da titolare, e si sia conclusa con un ruolo da sostanziale comprimario, non c’è dubbio che la carriera del centrale portoghese debba moltissimo all’incontro con lo Special One. Nove anni, 321 partite, 16 trofei insieme. Non c’è dubbio che abbia funzionato.

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