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Otto storie per sopravvivere all’Europa League

By 19 Settembre 2019

Oggi si giocano le 24 partite della prima giornata della seconda competizione continentale. Ecco 8 spunti per provare a sopravvivere a un calendario così fitto

L’Europa League è il rifugio del nostalgico ma anche un laboratorio di idee contemporanee. Sostituisce i soldi della Champions con un maggiore equilibrio competitivo, permette di imparare la geografia attraverso il calcio e di accedere a storie altrimenti note solo ai fanatici del football più periferico, portando nel contempo alla ribalta nomi e talenti destinati al grande calcio. Un torneo per tutti i palati, come dimostra questa selezione di storie scelte per introdurre l’edizione 2019-2020.

Matador

(Photo by BENJAMIN CREMEL / AFP).

In un’altra vita, Jaime Mata doveva posare (quasi) senza veli per meritarsi le attenzioni della stampa. Lo faceva per una buona causa, aiutare il suo club a evitare la bancarotta. Si chiamava Pegaso Galactico e galleggiava in Tercera Division, il quarto livello del calcio spagnolo. Non sarebbe servito: spentasi l’eco della notizia di questi giocatori in versione Full Monty, i debiti erano rimasti.

Il 19enne Mata fu così costretto a girovagare tra Tercera e Segunda B, con sette cambi di maglia, pochi soldi in tasca e ancora meno prospettive di carriera. Stagioni e stagioni di gavetta e onesto mestiere, fino all’ascensore, improvviso e inaspettato, verso i piani alti. Il luogo è Valladolid, il contesto è la Segunda Division: nel 2018 Mata è Pichichi del torneo e i suoi 35 gol valgono la promozione nella Liga.; poi arriva il passaggio al Getafe, la Champions sfiorata, il debutto in nazionale.

Mata è la storia nella storia: quella del Getafe, budget 16 volte inferiore a quello del Barcellona, terza peggior media spettatori della Liga, fino a tre stagioni fa sull’orlo della retrocessione in terza divisione, eppure oggi in Europa a 9 anni di distanza dall’ultima apparizione. Il tutto dopo un quinto posto nella Liga e con la seconda miglior difesa del campionato. Oggi la notizia è che, a 29 anni, Jaime Mata giocherà la sua prima partita in Europa

 

L’uomo che non c’era

Wout Weghorst (Photo by Lukas Schulze/Bongarts/Getty Images).

Per chi decidesse di puntare qualche euro sul futuro capocannoniere di questa EL, Wout Weghorst potrebbe essere un valido candidato. Perché non se lo fila nessuno, da sempre. Dicono che un attaccante debba parlare con i gol, linguaggio che questa punta dell’Overijssel ha dimostrato di conoscere bene. In Olanda la stagione di uscita dal nido è quella più delicata, specialmente per un attaccante: Weghorst l’ha superata a pieni di voti, chiudendo la sua prima stagione in Bundesliga nel Wolfsburg con 18 reti. Solo l’anno prima, con l’Az Alkmaar, aveva fatto meglio (27).

Eppure per lui la nazionale oranje rimane un tabu, anzi, quando prova ad affacciarsi piovono critiche nei confronti dei selezionatori. Più snob degli italiani, questi olandesi: da noi lo sconforto per il passaggio dai vari Inzaghi, Vieri e Montella a Belotti è stato ormai metabolizzato, mentre i tulipani preferiscono finte punte (Depay, Babel) a un vero carro armato da aree di rigore. Per dire, a Weghorst viene preferito Luuk de Jong, che pure nelle esperienze estere è stato un disastro.

Adesso poi che è esploso Donyell Malen, in gol all’esordio in oranje, cecchino seriale in Eredivisie, tutto si è complicato ancora di più. Ma Weghorst fa spallucce e continua come se nulla fosse: 4 gol nelle prime 5 uscite con il Wolfsburg. Squadra che possiede talento, freschezza e gioco per ambire a un torneo come quello disputato la scorsa edizione dall’Eintracht Francoforte, uscito in semifinale solo ai rigori. Anche Luka Jovic un anno fa non se lo filava nessuno.

 

Marchio Red Bull

Marco Rose (Photo by Lukas Schulze/Bongarts/Getty Images).

Kapital, Konzept, Kompetenz: lungo queste tre direttrici Ralf Ragnick ha creato il network Red Bull, una delle gestioni societarie più strutturate e valide – tanto economicamente quanto sportivamente – dell’ultima decade calcistica.  Un progetto a tutto tondo riconoscibile a livello di formazione di allenatori. Forse definirla scuola Red Bull è improprio, ma il filo che lega Roger Schmidt, Marco Rose, Alexander Zorniger, Adi Hütter, Jesse Marsch e Ralph Hasenhüttl è innegabile.

Finora è mancata la grande affermazione, il dimostrare che la Red Bull mette ali tanto possenti da permettere di volare anche alle quote più alte del mondo pallonaro. Schmidt si è impantanato a Leverkusen ed è finito in Cina, mentre Hütter è atteso dalla conferma a Francoforte. L’ultimo a spiccare il volo è stato Rose, passato in estate sulla panchina del Borussia Mönchengladbach dopo annate straordinarie – proprio come Schmidt – nella città di Mozart.

La scorsa stagione i gironi di EL proposero il derby energetico RB Lipsia-Salisburgo, mentre oggi la sfida sarà tra i due ex collaboratori Rose e Gerhard Struber. Quando il primo nel 2017 vinceva la Uefa Youth League con il Salisburgo under-19, il secondo gestiva l’Accademia Red Bull, per poi andare a farsi le ossa nel Liefering, la farmhouse dei Rote Bullen. ‘Gladbach-Wolfsberg è un crocevia di carriere, ambizioni, aspettative. In attesa di trovare un allievo di Rangnick anche lassù, in cima.

 

Mar Nero, idee chiare

L’attaccante del Valencia Santi Mina e il centrocampista del Krasnodar Yuri Gazinskiy durante il match degli ottavi di Europa League dello scorso anno.(Photo by Alexander NEMENOV / AFP).

30 secondi. Questo il tempo che separava il Krasnodar dagli ottavi di finale della scorsa EL. Dopo il Bayer Leverkusen, il Valencia: un’altra vittima illustre per questa società che aveva da poco superato i dieci anni di vita. Ma tra il Krasnodar e la grande impresa c’è sempre un granello di sabbia in mezzo. Fu così nel 2014, quando – alla terza stagione in assoluto nel massimo campionato russo – persero la finale di coppa ai rigori contro il Rostov; oppure l’anno successivo, quando la qualificazione in Champions sfumò all’ultima giornata; lo scorso anno uscirono dalla EL per un gol segnato, appunto, dal Valencia nel recupero, a 30 secondi dal fischio finale; oggi non sono in Champions perché, dopo aver compiuto l’impresa di eliminare il Porto nei preliminari, non sono riusciti a bissare il risultato nel turno successivo contro l’Olympiacos.

Eppure, nonostante gli scossoni, il Krasnodar è sempre lì. Merito delle solide fondamenta costruite da Sergey Galitsky, titolare della gigantesca catena di supermercati Magnit e, secondo Forbes, tra i più facoltosi miliardari russi. Solo che lui non ha mai pensato di ingaggiare l’Eto’o di turno (il 4-0 con il quale anni fa il Krasnodar demolì l’Anzhi del camerunense può essere considerato il manifesto di due stili gestionali agli antipodi), investendo per contro su un’accademia e un progetto che anteponesse programmazione e pazienza alle fregole del tutto-e-subito. Con la convinzione che, prima o poi, anche sulle rive del Mar Nero accadrà qualcosa di grande.

 

Under pressure

(Ian Rutherford/PA Wire). 

Scegliere i Rangers Glasgow come prima tappa della propria carriera di allenatore è stato per Steven Gerrard un atto di coraggio. È la sfida nella sfida, la pressione all’interno di altra pressione. Il mondo attuale dei Rangers è caratterizzato dal perpetuo squilibrio tra aspettative zavorrate dal blasone di un passato glorioso e una realtà dove compiere il salto decisivo dal secondo al primo posto in campionato – ovvero azzerare il gap che li separa dai rivali storici del Celtic – risulta più complicato che scalare tre divisioni per tornare nel proprio habitat naturale.

In un campionato come la Scottish Premier League i titoli si contano a decine, non a unità. L’incubo più ricorrente delle tifoserie di Celtic e Rangers è la doppia cifra, il 10. Nessuno dei due club è infatti mai riuscito a vincere dieci campionati consecutivi, e attualmente il Celtic è a quota 8. La campagna Stop the 10 in casa Rangers è in pieno fermento, ma le distanze rimangono notevoli. L’Europa può essere il primo passo per ribaltare le gerarchie, o quantomeno per minare le certezze dei Bohys. I Rangers sono gli unici di questa stagione ad essere arrivati alla fase a gironi di EL dal primo turno di qualificazione. Lo scorso anno non lo superarono, a differenza dei rivali. La grande sfida di Gerrard riparte anche da qui.

 

La formica e le cicale

Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano. Accade ovunque, anche in Ucraina, dove la formica si chiama Fk Oleksandria, club dell’omonima città sita nell’Oblast di Kirovograd nonché fresca debuttante (assieme a Espanyol, Wolverhampton, LASK Linz, Wolfsberg e Ferencváros) ai gironi di EL. A meno di un mese dalla scomparsa del Dnipro, cancellato da qualsiasi torneo del paese, l’Oleksandria è uno specchio piuttosto fedele dei tempi difficili che sta attraversando il calcio ucraino, falcidiato negli ultimi anno dai fallimenti (Metalurg Zaporizhya e Metalist Kharkiv i principali). Mai come in questo caso, meno significa meglio, perché l’Oleksandria è l’esatto opposto del tradizionale club-giocattolo per l’oligarca di turno.

In cassa di soldi ne ha sempre avuti pochi ma, come ha dichiarato una volta il presidente del club Serhiy Kuzmenko, “gli stipendi che offriamo sono bassi, però vengono regolarmente pagati alla fine di ogni mese”. Niente buchi finanziari, nessuna ombra di partite truccate, un’onesta routine lavorativa. Talenti non ce ne sono, gli stranieri sono pochissimi, il tecnico – Volodymyr Sharan – è lo stesso dal 2013. Nessuno ha mai regalato niente all’Oleksandria, anzi. Nel 2013 e nel 2014 la squadra aveva rifiutato la promozione nella Premier League ucraina, conquistata sul campo, perché a detta del presidente non esistevano le condizioni economiche necessarie per garantire un campionato regolare. Oggi sono la terza forza del calcio ucraino.

 

Standard italiano

(Foto LaPresse – Iannone).

Con una media di 70 nuovi stranieri nel nostro campionato ogni anno (65 quest’anno, 72 lo scorso, 80 nel 2014 il record), non sorprende imbattersi sempre più spesso in Europa nella polvere di (molto presunte) stelle transitate sui campi di Serie A. L’attuale Standard Liegi potrebbe schierare addirittura una formazione intera, a patto di fare come Ottavio Bianchi l’11 giugno 1989 quando, ad Ascoli, nei minuti finali sostituì nell’attacco del Napoli Careca con il portiere Raffaele Di Fusco.

Tra i pali dei Rouches ci sono infatti due vecchie conoscenze del calcio italiano come Gillet e Milinkovic-Savic, ai quali si aggiungono Vanheusden, Miangue, Cavanda, Halilovic, Lestienne, Bastien, Mpoku, Avenatti e Cop. Fenomeni non ce ne sono, ma qualcuno che prova a farsi rimpiangere (il baby Vanheusden, scaricato troppo in fretta dall’Inter) o a riallacciare i fili di una carriera una volta promettente (Lestienne) sì. Li guida Michel Preud’Homme, che tutti i calciofili ricorderanno nei secoli dei secoli tra i pali del Mechelen e del Belgio a Usa 94, eppure dignitoso anche in panchina, avendo vinto trofei con ogni club allenato (Standard, Gent, Brugge, Twente, Al Shabab). Nonostante tutto, però, come tecnico non ha mai fatto il salto di qualità: mancanza dell’occasione giusta o consapevolezza dei propri limiti?

 

Gli abiti nuovi del Granducato

Hakan Calhanoglu impegnato contro il Dudelange a San Siro nella scorsa edizione dell’Europa League (LaPresse – Spada). 

Vogliono che se ne vadano non ancora maggiorenni. In una realtà calcistica piccola come quella del Lussemburgo, 600mila abitanti di cui solo la metà autoctoni e non per mere ragioni fiscali, le prospettive sono ribaltate. Nel Granducato nessuno punta il dito sul saccheggio dei vivai da parte dei campionati più facoltosi, anzi. Uno dei punti cardine della politica della Federcalcio locale è proprio il cambio di mentalità dei giovani calciatori.«È molto difficile convincere un nostro giocatore di 22-23 anni che milita nel campionato nazionale di tentare l’avventura all’estero», dice Paul Phillip, presidente della Federcalcio «perché molto probabilmente ha già un buon lavoro e il calcio gli garantisce un’entrata extra. Per lui il professionismo sarebbe un salto nel buio. Il discorso invece cambia con un 16enne».

In questo processo, il Dudelange è una società di pionieri, essendo l’unica ad avere un settore giovanile che si avvicina agli standard minimi di quelli dei club pro. Il prossimo step, a detta del patron Flavio Becca, sarà dotare il club di una minima struttura professionale, con 2-3 persone stipendiate per lavorare in società. Intanto, il Dudelange si è qualificato per il secondo anno consecutivo ai gironi di EL. Ieri ha scritto la storia, oggi la mantiene viva. Anche con giocatori dagli stipendi che fluttuano da 5mila a 9mila euro mensili.

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